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Lo sai che? Part time, niente aumento dell’orario senza accordo e maggiorazione

Lo sai che? Pubblicato il 31 ottobre 2015

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> Lo sai che? Pubblicato il 31 ottobre 2015

Il datore di lavoro non può aumentare l’orario del lavoratore a tempo parziale se manca un accordo preventivo.

Ho un contratto a orario ridotto, ma il datore questo mese pretende che lavori delle ore in più (non straordinarie)senza maggiorazione: può farlo?

La disciplina del part time è stata recentemente cambiata dal Jobs Act, per quanto concerne la flessibilità dell’orario di lavoro: da un lato, sono state estese le possibilità di modificare durata e collocazione temporale della prestazione lavorativa, ma dall’altro lato le variazioni, per essere possibili, sono sottoposte a delle condizioni. In particolare, il datore di lavoro non può modificare l’orario unilateralmente, ma occorre sempre un precedente accordo; inoltre, l’aumento dell’orario deve prevedere una maggiorazione nella paga: vediamo insieme che cosa prevede la nuova normativa, costituita dal decreto di riordino dei contratti, attuativo del Jobs Act [1].

Contratto part time

Il contratto a tempo parziale, o part time, prevede un orario di lavoro ridotto rispetto alle 40 ore settimanali dell’orario ordinario [2], o rispetto all’orario minore previsto dal contratto collettivo applicato (ad esempio 38 ore).

Orario supplementare e straordinario

Nel part time, le ore in più rispetto a quelle previste dal contratto di lavoro, ma entro l’orario ordinario, si dicono ore supplementari; parliamo di straordinario, invece, quando le ore aggiuntive vanno al di sopra dell’orario ordinario.

Clausole flessibili

All’interno del contratto a tempo parziale devono essere indicate le ore di lavoro in maniera precisa e puntuale, con riferimento al giorno, alla settimana, al mese o all’anno. Il datore di lavoro non ha la possibilità, pertanto, di modificare a suo piacere la collocazione temporale della prestazione lavorativa, a meno che non esistano dei preventivi accordi, le cosiddette clausole flessibili ed elastiche.

In particolare, le clausole flessibili sono delle pattuizioni che consentono al l’azienda di variare l’orario lavorativo (nel senso di modifica della disposizione temporale, non di aumento delle ore) rispetto a quanto indicato nel contratto di lavoro sottoscritto dal dipendente: possono essere sia previste dal contratto collettivo, che inserite in un accordo individuale col lavoratore.

Clausole elastiche

Le clausole elastiche sono delle pattuizioni che consentono al l’azienda di aumentare l’orario lavorativo.

La definizione di clausole elastiche, col Jobs Act, è stata ampliata ed assorbe quella delle clausole flessibili. Parliamo ora di clausole elastiche, dunque, sia in merito alla variazione della collocazione temporale della prestazione lavorativa, sia in merito all’aumento delle ore di lavoro.

Dal 25 giugno 2015, data di entrata in vigore del Decreto di riordino dei contratti, non è più possibile, per l’azienda, indicare nei contratti part time le clausole elastiche, se queste non sono previste nel contratto collettivo applicato, anche di secondo livello, o non sono state concordate col lavoratore.

Attenzione, però: per accordo col lavoratore non s’intende una semplice pattuizione individuale, ma un accordo certificato davanti ad una commissione di certificazione (vi sono commissioni attive presso la Direzione Territoriale del Lavoro, in sede sindacale e anche presso i Consigli provinciali dei Consulenti del lavoro).

L’aumento delle ore lavorative nell’accordo, inoltre, deve prevedere una maggiorazione della retribuzione oraria, per il dipendente, pari al 15% della retribuzione oraria globale di fatto: nessun aumento del carico di lavoro, dunque, se non è previsto un aumento della paga oraria.

La maggiorazione oraria vale anche per la sola variazione, quando non c’è aumento?

Secondo la Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, che ha analizzato la disciplina di recente, la risposta sarebbe affermativa: pertanto, la maggiorazione prevista dal decreto deve essere applicata anche nell’ipotesi di variazione della collocazione della prestazione.

note

[1] D.lgs 81/2015.

[2] D.lgs 66/2003.

Autore immagine: 123rf com


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