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Lo sai che? Quanto tempo per denunciare un difetto di un bene acquistato

Lo sai che? Pubblicato il 1 novembre 2015

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> Lo sai che? Pubblicato il 1 novembre 2015

Quando il vizio del bene venduto risulta occulto il termine per denunciarlo scatta solo dalla scoperta.

Se hai acquistato un prodotto che presenta difetti, hai pochissimo tempo per rivolgerti al venditore e sollevare la relativa contestazione: tale termine è di solo otto giorni dalla scoperta del vizio, scaduti i quali si verifica quella che, in gergo tecnico, viene detta “decadenza”, ossia l’impossibilità di far valere le proprie ragioni, seppur sussistenti e dimostrabili. Ma da quando decorre, propriamente, il termine di decadenza degli otto giorni? A chiarirlo è stata una recente sentenza della Cassazione [1]. Bisogna, in particolare, distinguere tra:

vizio apparente: è quello rilevabile attraverso un rapido e sommario esame del bene utilizzando una diligenza inferiore a quella ordinaria e che, di norma, sono già evidenti a prima vista. In pratica si tratta di tutti quei difetti che non richiedono un uso particolare del bene per poter essere rilevati: si pensi alla copertina di un libro scollata, a un cd graffiato, a un telefonino che non si accende, ecc.

In tali casi, il termine degli otto giorni inizia a decorrere dal giorno di acquisto del bene o, se avvenuta in un momento successivo, dalla materiale consegna del prodotto (si pensi ai casi di vendita su corrispondenza);

vizio occulto: è quello invece non rilevabile a prima vista, ossia non riconoscibile al momento della vendita e/o della consegna materiale. In tal caso, il termine decorre dal momento della “scoperta” del vizio e non, invece, dall’acquisto o dalla consegna della merce. La scoperta del difetto potrebbe giungere anche in un momento successivo; infatti, secondo la sentenza in commento, essa si ha solo allorquando il compratore abbia acquistato certezza (e non semplice sospetto) che il vizio sussista [2].

Diverso è il caso di vizio occultato dolosamente dal venditore, ossia quando quest’ultimo ne fosse pienamente a conoscenza e ha operato artifici sul bene stesso proprio per non renderlo evidente all’acquirente (si pensi a una memoria usata all’interno di un computer nuovo). In tali casi, a differenza delle due ipotesi precedenti, l’acquirente non è tenuto a fare alcuna contestazione e il decorso degli otto giorni non pregiudica la possibilità di adire comunque il giudice.

Anche nel caso in cui il venditore abbia espressamente riconosciuto la presenza del vizio, la denuncia non deve essere effettuata. Il problema, però, potrebbe sorgere nel momento in cui l’acquirente debba dimostrare concretamente il riconoscimento del vizio da parte del venditore. Pertanto, onde evitare problemi processuali in un momento successivo, si consiglia comunque di effettuare la contestazione del difetto.

Il principio non vale solo per la vendita di prodotti al consumo, ma per qualsiasi tipo di prestazione: si pensi alla posa in opera di piastrelle per un pavimento, ad un impianto elettrico, alla realizzazione di un sito internet, ecc.

COME FARE LA DENUNCIA DEL VIZIO

È opportuno che la contestazione del vizio del prodotto venga effettuata per iscritto, in modo tale da avere prova dell’avvenuto ricevimento: pertanto è consigliabile utilizzare la raccomandata con avviso di ricevimento o la posta elettronica certificata.

LA PRESCRIZIONE

Accanto al suddetto termine di decadenza di otto giorni, la legge impone anche il rispetto di un termine di prescrizione: in pratica, dopo la contestazione del difetto (che, come detto, va fatta entro otto giorni) l’acquirente che voglia agire in tribunale per far valere il proprio diritto dovrà farlo entro e non oltre 1 anno dalla denuncia [3], diversamente perde, anche in questo caso, ogni tutela.

SE VIENE CONSEGNATO UN BENE DIVERSO DA QUELLO PROMESSO

I termini sino ad ora visti non si applicano nel caso di consegna di cosa completamente differente da quella promessa. Si pensi all’acquisto di tessuti: se la società venditrice consegna materiali del tutto inidonei all’uso stabilito in contratto, essendo privi delle caratteristiche minime di accettabilità (poiché si lacerano facilmente dopo solo pochi giorni), allora si ha una vendita di un bene completamente diverso da quello promesso. In tali casi si applica solo la prescrizione di 10 anni e non vi è obbligo di fare denuncia entro gli otto giorni.

Come ha detto la Cassazione in una recente sentenza [4], quando la diversità tra la cosa venduta e quella consegnata incide sulla natura e, quindi, sull’individualità, consistenza e destinazione di quest’ultima, tanto da poter ritenere che essa appartenga ad un genere del tutto diverso da quello posto a base della decisione dell’acquirente di effettuare l’acquisto, o che presenti difetti che le impediscono di assolvere alla sua funzione naturale o a quella concreta assunta come essenziale dalle parti (cosiddetta inidoneità ad assolvere la funzione economico-sociale) facendola degradare in una sottospecie del tutto diversa da quella dedotta in contratto, non c’è più obbligo di rispettare termini di denuncia del vizio del prodotto.

LA GARANZIA DEL VENDITORE

Il venditore è tenuto a garantire che la cosa venduta sia immune da vizi che la rendano inidonea all’uso o ne diminuiscano in modo apprezzabile il valore.

L’acquirente, a sua scelta, può chiedere la risoluzione del contratto oppure la riduzione del prezzo.

La facoltà di scelta tra i due strumenti è rimessa all’acquirente a prescindere dalla maggiore o minore entità dei vizi [5] e non è esclusa per il fatto che i vizi siano talmente gravi da impedire l’utilizzo del bene nella sua funzione caratteristica [6].

Il codice civile stabilisce che il compratore decade dalle garanzie descritte se non ha denunciato i vizi al venditore entro 8 giorni dalla scoperta, mentre l’azione si prescrive in ogni caso decorso un anno dalla consegna del bene.

Simili limiti tuttavia non operano nell’ipotesi particolare in cui la vendita venga qualificata come “vendita di prodotto totalmente diverso” di qualità o specie. In questi casi la diversità tra la cosa venduta e quella consegnata consente di affermare che essa appartiene addirittura a un genere diverso da quello pattuito tra le parti alla stipula del contratto o che ha difetti tali da impedire di assolvere alla sua funzione naturale facendo degradare il bene consegnato a una sottospecie diversa da quella dedotta nel contratto. In questo caso il compratore può far valere l’inadempimento secondo le modalità ordinarie ossia entro 10 anni.

Potrà quindi agire per l’adempimento o per la risoluzione ferma la possibilità di richiedere il risarcimento dei danni patiti.

note

[1] Cass. sent. n. 22107 del 29.10.2010.

[2] Nel caso della sentenza in commento, il giudice di secondo grado aveva accertato che il vizio denunciato non era riconoscibile al momento della consegna ed era, pertanto, da qualificare come vizio occulto. Nel rilevare, infatti, che il difetto si concretizzava in un disomogeneo tono del colore delle piastrelle, la Corte di Appello aveva giustamente osservato che la scoperta del vizio presupponeva la posa in opera delle piastrelle medesime, atteso che soltanto a seguito della posa in opera è stato possibile, per il cliente, acquisire la certezza e non il semplice sospetto della sussistenza del vizi. “È solo da quel momento che, accostando le piastrelle le une alle altre, è stato possibile notare la disomogeneità dei toni”. Essendo un vizio “non apparente” il termine scatta, dunque, dalla scoperta del difetto.

[3] Cass. sent. n. 4219/1998, n. 1561/1997.

[4] Cass. sent. n. 22301/15.

[5] Cass. sent. n. 1153/1995.

[6] Cass. sent. n. 4471/1985.

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Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 16 settembre – 29 ottobre 2015, n. 22107
Presidente Piccialli – Relatore Matera

Svolgimento del processo

Con atto di citazione notificato il 6-10-2001 D.P.G. esponeva che aveva commissionato alla Marseglia Center s.p.a. un pavimento di marca Marazzi di prima scelta di mq. 90,88, pagando un importo di Euro 7.415,37; che la mercé era stata consegnata il 9-2-2001; che dopo un mese, all’atto della posa in opera, e dopo la pulitura, egli si era avveduto di un disomogeneo tono del colore delle piastrelle; che aveva denunciato al venditore i vizi della mercé con raccomandata del 14-3-1001, senza, tuttavia, avere alcun riscontro. Tanto premesso, l’attore conveniva in giudizio la Marseglia. Center s.p.a., chiedendo, previo accertamento dei vizi descritti, la sua condanna alla riduzione del prezzo e al risarcimento dei danni connessi alla necessità di provvedere alla rimozione della pavimentazione ed alla realizzazione di un nuovo massetto e pavimento.
Nel costituirsi, la convenuta chiedeva di essere autorizzata alla chiamata in causa della Marazzi s.p.a., produttrice del materiale oggetto di causa; eccepiva la decadenza dell’attore dalla garanzia di legge, per essere stati i vizi denunciati il 14-3-2001, ben oltre il termine di otto giorni dalla consegna, avvenuta il 9-2-2001; contestava, comunque, di essere tenuta alla garanzia per vizi della cosa, avendo, quale venditore, il solo compito di favorire e promuovere la vendita secondo le istruzioni del fabbricante.
Autorizzata la chiamata in causa della Marazzi s.p.a., quest’ultima si costituiva sollevando preliminarmente l’eccezione di decadenza ex art. 1495 c.c. nei confronti della società Maeseglia, alla quale aveva consegnato il materiale sin dal 22-1-2001, senza che la stessa muovesse riserve o contestazioni. Nel merito, la terza chiamata contestava la fondatezza della domanda del D.P. , al quale riteneva addebitabile un difetto di vigilanza nel verificare, subito e a mezzo di un posatore professionale, la qualità delle piastrelle.
Con sentenza in data 21-4-2004 il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, Sezione Distaccata di Carinola, rigettava la domanda attrice; rigettava, per l’effetto, la domanda proposta dalla convenuta nei confronti della terza chiamata; compensava le spese di giudizio.
Il D.P. proponeva appello avverso la predetta sentenza, deducendo l’insussistenza di un vizio apparente e la presenza di un vizio occulto, la conseguente inapplicabilità dell’art. 1511 c.c. e l’insussistenza della decadenza per avvenuto riconoscimento del vizio.
Si costituiva solo la società Marazzi, mentre la società Marseglia rimaneva contumace.
A seguito dell’espletamento della prova orale articolata dall’appellante, con sentenza in data 8-11-2010 la Corte di Appello di Napoli dichiarava inammissibile la domanda proposta dal D.P. nei confronti della società Marazzi con l’atto di appello; in accoglimento per quanto di ragione della domanda proposta dall’attore nei confronti della Marseglia s.p.a., condannava detta società a pagare al D.P. la somma di Euro 3.000,00, oltre agli interessi legali dalla data della sentenza al saldo effettivo; dichiarava interamente compensate le spese di doppio grado nei confronti della terza chiamata; condannava la convenuta alla rifusione delle spese di doppio grado in favore dell’attore.
Per la cassazione di tale sentenza ha proposto ricorso la Marseglia Center s.p.a., sulla base di tre motivi.
D.P.G. non ha svolto alcuna attività difensiva.

Motivi della decisione

1) Con il primo motivo la ricorrente denuncia la nullità dell’atto di appello proposto dal D.P. e la conseguente nullità del procedimento e della sentenza di secondo grado, non contenendo il predetto atto l’avvertimento secondo cui la convenuta, in caso di mancata costituzione nei termini, sarebbe decaduta dalla facoltà di proporre appello incidentale.
Il motivo è infondato.
Come è stato affermato dalle Sezioni Unite di questa Corte a composizione di un contrasto sorto sulla questione, infatti,, l’art. 342 c.p.c. – che, nel testo (applicabile ratione temporis nel presente giudizio) quale sostituito dall’art. 50 legge 26 novembre 1990, n. 353, e prima dell’ulteriore modifica di cui all’art. 54, comma 1, lett. a, del d.l. 22 giugno 2012, n. 83, convertito in legge 7 agosto 2012, n. 134, prevede che l’appello si propone con citazione contenente l’esposizione sommaria dei fatti ed i motivi specifici dell’impugnazione, “nonché le indicazioni prescritte nell’art. 163 c.p.c.” – non richiede altresì che, in ragione del richiamo di tale ultima disposizione, l’atto di appello contenga anche lo specifico avvertimento, prescritto dal n. 7 del terzo comma dell’art. 163 c.p.c., che la costituzione oltre i termini di legge implica le decadenze di cui agli artt. 38 e 167 c.p.c., atteso che queste ultime si riferiscono solo al regime delle decadenze nel giudizio di primo grado e non è possibile, in mancanza di un’espressa previsione di legge, estendere la prescrizione di tale avvertimento alle decadenze che in appello comporta la mancata tempestiva costituzione della parte appellata (Cass. Sez. Un.. 18-4-2013 n. 9407).
2) Con il secondo motivo la ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 1491, 1495, 1511 c.c., nonché l’insufficiente e contraddittoria motivazione. Sostiene che nella specie si è in presenza di un vizio apparente, atteso che la denunziata disomogeneità del tono e del colore delle piastrelle era notevole e diffusa e, quindi, immediatamente percepibile alla vista. Deduce, pertanto, che l’acquirente era tenuto alla denuncia dei vizi entro il termine di otto giorni dal momento in cui era stato in grado di esaminare la mercé, e cioè dalla sua consegna; e che appare insufficiente e contraddittoria l’affermazione della Corte di Appello, secondo cui la scoperta del vizio presupponeva la posa in opera delle piastrelle.
Il motivo è privo di fondamento.
Secondo il costante orientamento di questa Corte, in tema di garanzia per vizi della cosa venduta, ai fini della decorrenza del termine breve di otto giorni per la denuncia, solo per il “vizio apparente”, che è quello rilevabile attraverso un rapido e sommario esame del bene utilizzando una diligenza inferiore a quella ordinaria, il “dies a quo” decorre dal giorno del ricevimento della mercé, mentre per gli altri vizi il termine decorre dal momento della “scoperta”, la quale si ha allorquando il compratore abbia acquistato “certezza” (e non semplice sospetto) che il vizio sussista (Cass. 30-1-1995 n. 1082; Cass. 30-8-2000 n. 11452; Cass. 6-6-2002 n. 8183).
È vero, pertanto, che, in tema di vendita di cose mobili da trasportare da un luogo ad un altro, l’art. 1511 c.c., facendo decorrere il termine per la denuncia dei vizi dal ricevimento, impone un onere di diligenza a carico del compratore, consistente nel dovere di esaminare con tempestività la cosa, ponendosi così in grado di rilevarne i difetti eventuali anche, se del caso, con una indagine a campione (Cass. 10-4-2000 n. 4496).
La disposizione in esame, tuttavia, si riferisce ai soli vizi apparenti (cfr. Cass. 5-1-1996 n. 49; Cass. 26-8-1993 n. 9008), mentre per i vizi non apparenti il termine per la denuncia, in base alla regola generale posta dall’art. 1495 c.c., decorre dal momento della loro scoperta, e cioè dal giorno in cui l’acquirente abbia acquisito la certezza della loro esistenza.
Stabilire, poi, in quale momento tale certezza oggettiva sia stata acquisita dal compratore è questione di fatto, rimessa al giudice di merito (Cass. 6-6-2002 n. 8183).
Nella specie, il giudice di appello, con motivazione immune da vizi logici e con apprezzamento in fatto sottratto al sindacato di questa Corte, ha accertato che il vizio denunciato dall’attore non era riconoscibile al momento della consegna ed era, pertanto, da qualificare come vizio “occulto”. Nel rilevare, infatti, che tale vizio si concretizzava in un disomogeneo tono del colore delle piastrelle, essa ha osservato che la scoperta di tale vizio presupponeva la posa in opera delle piastrelle medesime, atteso che soltanto a seguito della posa in opera è stato possibile, per il D.P. , acquisire la certezza e non il semplice sospetto della sussistenza del vizio: solo in tale momento, invero, accostando le piastrelle le une alle altre, è stato possibile notare la disomogeneità dei toni.
Essendosi, pertanto, in presenza di un vizio non apparente, la sentenza impugnata, nel far decorrere il termine della denuncia dalla data della scoperta di tale vizio, ha fatto buon governo dei principi di diritto che regolano la materia.
3) Con il terzo motivo la società Marseglia si duole della contraddittoria motivazione, in relazione all’affermazione secondo cui il teste C.A. aveva riferito che un rappresentante della società Marseglia, portatosi sul posto con un rappresentante della Marazzi, aveva riconosciuto l’esistenza dei difetti. Deduce che il predetto teste si è limitato a riferire di aver appreso dal D.P. che un rappresentante della “Marazzi o della Marseglia” si era recato sul posto ed aveva affermato “che le cose potevano andare”; che la circostanza non costituisce riconoscimento del vizio ed è comunque irrilevante, attesa la conoscenza de relato dei fatti affermati; che i vizi riconosciuti dalla Marazzi non sono ascrivibili anche alla Marseglia.
Il motivo è inammissibile.
La Corte di Appello, pur avendo dato atto che l’accoglimento del primo motivo di gravame aveva “con ogni evidenza carattere assorbente in relazione al secondo”, con il quale il D.P. aveva dedotto “l’insussistenza della decadenza per avvenuto riconoscimento del vizio“, ha rilevato, tuttavia, “ancorché per mera completezza espositiva“, che anche tale motivo era fondato, e ha illustrato le ragioni del proprio convincimento.
Le argomentazioni esposte al riguardo dal giudice del gravame sono state, all’evidenza, svolte ad abundantiam e non incidono, pertanto, sull’effettiva ratio della decisione, costituita dalla ritenuta esistenza di un vizio non apparente e dalla conseguente tempestività della relativa denuncia.
Orbene, costituisce principio consolidato in giurisprudenza quello secondo cui è inammissibile il motivo di ricorso per cassazione che censuri una argomentazione della sentenza impugnata svolta ad abundantiam e non costituente, pertanto, una ratio decidendi della medesima (tra le tante v. Cass. 22-11-2010 n. 23635; Cass. 5-6-2007 n. 13068; Cass. 23-11-2005 n. 24591).
4) Per le ragioni esposte il ricorso deve essere rigettato.
Poiché l’intimato non ha svolto alcuna attività difensiva, non vi è pronuncia sulle spese.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 16 settembre – 30 ottobre 2015, n. 22301
Presidente Piccialli – Relatore Matera

Svolgimento del processo

Con sentenza in data 23-4-2007 il Tribunale di Fermo, in accoglimento della domanda proposta da M.S. nei confronti della s.r.l. Ma. , dichiarava risolto per inadempimento di quest’ultima il contratto di compravendita stipulato con l’attore ed avente ad oggetto la fornitura di tessuto destinato alla fabbricazione di tomaie, ritenendo, sulla scorta delle risultanze dell’accertamento tecnico preventivo e della consulenza tecnica d’ufficio espletata in corso di causa, che i predetti materiali fossero assolutamente inidonei all’uso contrattualmente stabilito, essendo privi delle caratteristiche minime di accettabilità (le tomaie, realizzate con il tessuto fornito dal venditore, tendevano a lacerarsi nel giro di pochi giorni). Nella specie, secondo il giudice di primo grado, si configurava l’ipotesi dell’aliud pro alio, anziché la semplice ipotesi di vizi della cosa venduta; con la conseguenza che doveva ritenersi superata ogni questione relativa alla eventuale decadenza dell’azione per vizi per la mancanza di una tempestiva denuncia, o alla eventuale prescrizione breve ex art. 1495 c.c., potendo invece operare solo il normale termine prescrizionale. Con la stessa sentenza il Tribunale condannava la convenuta al risarcimento del danno in favore dell’attrice, quantificati in Euro 16.005,00 ed inteso come limitato al valore della merce restituita ed alle spese di restituzione, oltre che di ATP, con esclusione invece del maggior danno preteso dall’attore per discredito commerciale, ritenuto non provato.
Avverso la predetta decisione proponevano appello principale la s.r.l. Ma. e appello incidentale M.M. e Ma.Ma. , quali eredi di M.S. , titolare della ditta “Calzaturificio M.S. “.
Con sentenza in data 2-9-2010 la Corte di Appello di Ancona rigettava il gravame principale; in accoglimento dell’appello incidentale, condannava la convenuta al pagamento in favore degli eredi M. dell’ulteriore somma di Euro 10.000,00, oltre interessi legali dalla data di tale pronuncia, a titolo di risarcimento del danno da discredito commerciale.
Per la cassazione di tale sentenza ha proposto ricorso la s.r.l. Ma. , sulla base di sei motivi.
M.M. e Ma.Ma. , quali eredi di M.S. , titolare della ditta “Calzaturificio M.S. “, hanno resistito con controricorso.
In prossimità dell’udienza le parti hanno depositato memorie ex art. 378 c.p.c..

Motivi della decisione

1) Con il primo motivo la ricorrente lamenta l’insufficiente e contraddittoria motivazione. Deduce che la Corte di Appello, nel ritenere certo che la merce resa era stata fabbricata con il tessuto fabbricato dalla s.r.l. Ma. , non ha tenuto conto delle gravi incertezze emerse al riguardo in sede di ATP e di CTU.
Il motivo è privo di fondamento.
La Corte di Appello ha motivatamente disatteso la deduzione dell’appellante, secondo cui non sarebbe stato dimostrato che i materiali esaminati in sede peritale, e ritenuti gravemente difettosi, provenissero effettivamente da una fornitura effettuata dalla s.r.l. Ma. . Essa ha spiegato che tale assunto appariva di per sé contraddittorio, dal momento che Io stesso appellante aveva affermato, in principalità, che i materiali in questione avevano dato Luogo a difetti non dovuti alle loro caratteristiche intrinseche, bensì ad errore di lavorazione da parte dell’acquirente (a causa del taglio nel senso della trama anziché nel senso dell’ordito); il che presupponeva come ammesso e scontato che i materiali di cui trattasi fossero quelli forniti dalla società appellante, e non da altri.
Si tratta di argomentazione sufficiente e congrua, che vale a sorreggere la valutazione espressa sul punto dal giudice del gravame, rendendola immune dai vizi denunciati.
2) Con il secondo motivo la ricorrente, dolendosi ancora dell’insufficiente e contraddittoria motivazione, sostiene che il giudice di appello, nel dare per scontata l’apodittica affermazione del C.T.U. circa l’inidoneità del materiale fornito dalla s.r.l. Ma. ad assolvere la sua funzione, e cioè ad essere utilizzato per Le tomaie delle scarpe, non ha considerato che il materiale reso dall’attore rappresenta una minima parte del materiale fornito dal calzaturificio M. ai propri clienti e del quantitativo di tessuto acquistato dalla ditta Ma. , che è servito per fabbricare circa 5.500 paia di scarpe.
Il motivo deve essere disatteso, proponendo meri assunti in fatto, basati su una elencazione riassuntiva del quantitativo di tessuto asseritamente fornito e reso, senza nemmeno specificare se i dati esposti siano stati desunti da documenti ritualmente prodotti nel corso del giudizio di merito.
3) Con il terzo motivo la ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 1453 e 1490 c.c.. Sostiene che, contrariamente a quanto affermato dal giudice di appello, nella specie non ricorre un’ipotesi di aliud pro alio, non potendosi parlare né di cosa di genere diverso né di cosa totalmente inservibile né di inidoneità della stessa ad assolvere la sua funzione economico-sociale, in quanto il tessuto è stato utilizzato per fabbricare scarpe e il Calzaturificio M. ha contestato un minimo quantitativo di merce rispetto alle paia di scarpe vendute e di quelle realizzate con il quantitativo di tessuto acquistato.
Il motivo è infondato.
Secondo il costante orientamento di questa Corte, in tema di compravendita, vizi redibitori e mancanza di qualità (le cui relative azioni sono soggette ai termini di decadenza e di prescrizione ex art. 1495 c.c.) si distinguono dall’ipotesi della consegna di aliud pro alio – che da luogo ad un’ordinaria azione di risoluzione contrattuale svincolata dai termini e dalle condizioni di cui al citato art. 1495 c.c. -, la quale ricorre quando la diversità tra la cosa venduta e quella consegnata incide sulla natura e, quindi, sull’individualità, consistenza e destinazione di quest’ultima, sì da potersi ritenere che essa appartenga ad un genere del tutto diverso da quello posto a base della decisione dell’acquirente di effettuare l’acquisto, o che presenti difetti che le impediscono di assolvere alla sua funzione naturale o a quella concreta assunta come essenziali dalle parti (c.d. inidoneità ad assolvere la funzione economico-sociale), facendola degradare in una sottospecie dei tutto diversa da quella dedotta in contratto (Cass. 19-12-2013 n. 28419; Cass. n. 10916 del 2011; Cass. n. 26953 del 2008; Cass. n. 9227 del 2005, Cass. n. 13925 del 2002; Cass. n. 2712 del 1999).
Lo stabilire se si versi in tema di consegna di aliud pro alio o di cosa mancante di qualità, di cosa affetta da vizi redibitori, involge un giudizio di fatto devoluto al giudice del merito: pertanto, in sede di legittimità, il controllo della Corte deve limitarsi a stabilire se il giudice di appello, nell’esprimere il proprio giudizio di fatto, si sia attenuto ad un corretto criterio di distinzione tra le accennate diverse ipotesi (Cass. 19-12-2013 n. 28419).
Nella specie, la Corte di Appello, nel ritenere che non si era in presenza di un vizio della cosa venduta, ma di un’ipotesi di vendita di aliud pro alio, non si è discostata dagli enunciati principi, avendo accertato, con motivazione immune da vizi logici, basata sulle risultanze delle indagini tecniche esperite, la radicale ed assoluta inidoneità dei tessuti forniti dalla ditta Ma. , per la loro intrinseca struttura, ad essere utilizzati per l’uso contrattuale convenuto, cioè la fabbricazione delle tomaie; tant’è che, come evidenziato in sentenza, le tomaie stesse, per la intrinseca incompatibilità con le sollecitazioni flessive caratteristiche dell’uso delle calzature, si laceravano in pochi giorni.
4) Con il quarto motivo la ricorrente, denunciando la violazione e falsa applicazione dell’art. 1495 c.c., sostiene che il giudice di primo grado ha erroneamente ritenuto irrilevante la prova testimoniale articolata dalla convenuta, dapprima ammessa e poi revocata, volta a dimostrare il mancato rispetto dei termini di prescrizione e di decadenza.
Il quinto motivo deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 115 c.p.c. e 1224 c.c., per avere il Tribunale, in assenza di prova, quantificato in Euro 24.914,60 il danno per calzature rese e in lire 5.000.000 le spese di spedizione, e riconosciuto il risarcimento del maggior danno ex art. 1224 c.c..
Entrambi i motivi sono inammissibili, in quanto le censure mosse investono le statuizioni adottate dal Tribunale e non quelle rese dal giudice di appello.
Con il ricorso per cassazione, infatti, non possono essere proposte censure rivolte direttamente contro la sentenza di primo grado, anziché contro quella di appello, che costituiscono l’unico oggetto del giudizio di legittimità (cfr. Cass. 21-3-2014 n. 6733; Cass. 15-3-2006 n. 5637; Cass. 20-6-1996 n. 5714).
5) Con il sesto motivo la ricorrente denuncia la violazione dell’art. 1226 c.c. e la mancanza di motivazione, per avere la Corte di Appello liquidato in via equitativa il danno da discredito commerciale in Euro 10.000,00, in assenza di prova dell’esistenza di tale danno.
Anche tale motivo non è meritevole di accoglimento.
La Corte di Appello ha ritenuto certa l’esistenza dei danno da discredito commerciale sulla base di argomenti logici, legati al notorio ed all'”id quod plerumque accidit“, spiegando, con motivazione sufficiente e non incongruente, che la commercializzazione di prodotti radicalmente inidonei alla usuale funzione delle calzature (le tomaie si rompevano in pochi giorni), quale conseguenza dell’impiego di tessuti assolutamente inadatti alla funzione della tomaia, non poteva non determinare un grave discredito commerciale del calzaturificio M. di fronte alla propria clientela e di fronte a segmenti di mercato in fase di acquisizione; discredito (con conseguente necessità di cambiare il marchio) che, pertanto, ha sentenza impugnata ha ritenuto in rapporto di causa-effetto con la disfunzionalità del prodotto fornito dalla ditta Ma. .
Il giudice del gravame ha altresì fornito adeguata giustificazione dei parametri utilizzati nella quantificazione del danno in questione in via equitativa in Euro 10.000,00, avendo tenuto conto del volume di affari attuale e virtuale della ditta acquirente e della colpa concorrente, ex art. 1227 c.c., di quest’ultima, che avrebbe potuto accorgersi per tempo delle radicali deficienze qualitative del materiale fornito, ed astenersi dal commercializzare i prodotti realizzati con quel materiale.
Si tratta di apprezzamenti in fatto che, in quanto sorretti da argomentazioni immuni da vizi logici, si sottraggono al sindacato di questa Corte.
E, in realtà, le deduzioni svolte dalla ricorrente per negare la configurabilità di un danno da discredito commerciale subito dalla controparte, attraverso la formale denuncia di violazione di legge e di vizi di motivazione, si risolvono in sostanziali censure di merito, che mirano ad ottenere, sul punto, una diversa e più favorevole valutazione delle risultanze probatorie rispetto a quella compiuta dal giudice territoriale. In tal modo, peraltro, viene sollecitato a questa Corte l’esercizio di poteri di cognizione che non le competono, rientrando nei compiti istituzionali del giudice di merito l’accertamento dei fatti oggetto della controversia e la valutazione delle prove.
6) Per le ragioni esposte il ricorso deve essere rigettato, con conseguente condanna della ricorrente al pagamento delle spese sostenute dai resistenti nel presente grado di giudizio, liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese, che liquida in Euro 2.700,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre accessori di legge.


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