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Il procedimento per lo stato di adottabilità: il rigetto

31 ottobre 2015 | Autore:


> L’esperto Pubblicato il 31 ottobre 2015



Il rigetto da parte del Tribunale della richiesta del P.M. e le impugnazioni.

Il rigetto della richiesta del P.M.

A norma del primo comma dell’art. 16 L. 184/1983, «Il tribunale per i minorenni, esaurita la procedura prevista nei precedenti articoli e qualora ritenga che non sussistano i presupposti per la pronuncia per lo stato di adottabilità dichiara che non vi è luogo a provvedere».

La sentenza è notificata, per esteso:

a) al pubblico ministero;

b) ai genitori;

c) ai parenti che abbiano mantenuto rapporti significativi con il minore;

d) al tutore ed al curatore speciale, ove esistano.

Il Tribunale adotta i provvedimenti opportuni nell’interesse del minore e si applicano gli artt. 330 ss. del codice civile .

Tra le disposizioni del secondo e terzo comma dell’art. 16 cit., non vi è però quella relativa al contestuale avviso da dare ai soggetti ai quali deve essere notificata la sentenza del loro diritto di proporre impugnazione: si tratta, con tutta evidenza, di una mera dimenticanza del legislatore perché la sentenza di rigetto del ricorso del pubblico ministero è soggetta agli stessi gravami di quella che, accogliendo tale ricorso, dichiari lo stato di adottabilità del minore.

L’Appello

Il pubblico ministero presso il Tribunale per i minorenni e le altre parti sopra indicate, entro trenta giorni dalla notificazione della sentenza che decide sullo stato di adottabilità, possono proporre impugnazione avanti la Corte di Appello, Sezione per i minorenni.

La Corte, sentiti il pubblico ministero e le parti ed effettuato ogni altro opportuno accertamento, pronuncia sentenza in camera di consiglio e, entro quindici giorni dalla pronuncia, provvede al deposito della sentenza in cancelleria.

La sentenza è notificata d’ufficio al pubblico ministero e alle altre parti. Le disposizioni riportate, contenute nel primo comma dell’art. 17 della L. adoz., non prevedono più l’opposizione davanti allo stesso Tribunale per i minorenni: tale mezzo di gravame, infatti, si giustificava quando, esistendo una fase di giudizio sommario a struttura dichiarativa (culminante con la decisione sullo stato di adottabilità resa, per altro, con la forma del decreto motivato) era necessario aprire: «una nuova e diversa fase processuale caratterizzata dalla partecipazione al procedimento di tutti i soggetti interessati e dall’instaurazione di un pieno ed integrale contraddittorio tra gli stessi» .

La riforma del 2001 ha giurisdizionalizzato tutta la procedura, garantendo, fin dall’inizio, la difesa degli interessati e il contraddittorio: in tale «nuova situazione» processuale, il mantenimento dell’opposizione avrebbe costituito un inutile allungamento dei tempi del procedimento .

Premesse queste considerazioni, possono quindi svolgersi le seguenti considerazioni di carattere procedurale:

a) l’appello può essere promosso dal P.M. presso il Tribunale per i minorenni e dalle altre parti soccombenti: a proposito del P.M.M., si è rilevato che egli può appellarsi anche se la sentenza ha accolto il suo ricorso; potrebbe, infatti, convincersi, rivista la situazione, che le ragioni per dichiarare l’adottabilità o mancavano fin dall’inizio o erano venute meno in seguito ;

b) mentre nella disciplina previgente era obbligatoria soltanto l’audizione del P.M. e del ricorrente, la disciplina giuridica vigente prevede che la Corte debba sentire il P.M. e le parti;

c) non è più prevista la lettura del dispositivo della sentenza in udienza: la Corte pronuncia la sentenza in camera di consiglio e la deposita in cancelleria entro quindici giorni.

A norma dell’ultimo comma dell’art. 17 in esame, l’udienza di discussione dell’Appello deve essere fissata entro sessanta giorni dal deposito dell’atto introduttivo: la legge nulla dice però a proposito della forma di quest’atto.

La dottrina ha affrontato la questione, la soluzione della quale non è priva di conseguenze pratiche in quanto:

a) qualora si utilizzi l’atto di citazione, la domanda è portata prima a conoscenza della controparte e poi del giudice e la data dell’udienza è, almeno tendenzialmente, indicata dall’attore nell’atto di citazione medesimo;

b) qualora si utilizzi, invece, il ricorso, la domanda è portata prima a conoscenza del giudice e, poi, della controparte e la data dell’udienza è fissata dal giudice.

Siamo portati a ritenere che, avendo il legislatore abolito l’espresso richiamo al ricorso (contenuto nel comma 4 del «vecchio» art. 17 cit.), debba trovare applicazione il principio generale per il quale l’appello si propone con citazione. Altri, invece, ritengono che, essendo stato introdotto il giudizio di primo grado dal P.M. con ricorso, anche il giudizio di appello debba essere promosso con ricorso.

La Cassazione, infine, con sent. 11-9-2014, n. 19203, ha individuato nel ricorso l’atto introduttivo dell’appello.

Deve evidenziarsi che il giudizio di appello non consiste in una mera disamina della documentazione in atti ma, al contrario, costituisce un nuovo e approfondito esame della situazione, utilizzandosi tutti i mezzi a disposizione: non potrebbero, comunque, «gli accertamenti» riguardare successive ed eventuali modifiche della situazione esaminata rispetto alla pronunzia di adottabilità .

Il ricorso per Cassazione

Il ricorso per Cassazione avverso la sentenza della Corte d’Appello è ammesso, entro trenta giorni dalla notificazione, per:

a) violazione o falsa applicazione di norme di diritto;

b) nullità della sentenza o del procedimento;

c) omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia prospettato dalle parti o rilevabile d’ufficio.

Può, inoltre, essere impugnata con ricorso per Cassazione anche la sentenza del Tribbunale (che sarebbe appellabile), se le parti sono d’accordo per omettere l’appello: in tal caso, l’impugnazione può proporsi soltanto per violazione o falsa applicazione di norme di diritto.

L’udienza di discussione deve essere fissata entro sessanta giorni dal deposito dell’atto introduttivo.

Le disposizioni sopra esposte sono quelle del secondo e terzo comma dell’art. 17 L. adoz. le quali, tra l’altro, richiamano l’art. 360 c.p.c.: come si vede, sono stati ampliati, rispetto al passato, i motivi per i quali è possibile ricorrere in Cassazione (il vecchio testo ammetteva il ricorso soltanto nella ipotesi di violazione di legge).

Si è sottolineata, tuttavia, l’irrazionalità di un allargamento della ricorribilità che continua ad escludere i motivi legati alla giurisdizione o alla competenza già in vigore della precedente disciplina; peraltro, si proponeva una lettura estensiva della formula «violazione di legge» .

L’impugnazione in Cassazione deve essere effettuata, a parte il termine ridotto, secondo le regole processuali ordinarie, anche se proposta dal P.M.M., per cui deve essere dichiarato inammissibile il ricorso depositato direttamente in cancelleria senza la preventiva notificazione alle controparti .

Parte della dottrina ha osservato che, nel caso di riforma di una sentenza dichiarativa dello stato di adottabilità, si pone il problema della collocazione del minore. Infatti, spesso, pur non ravvisandosi lo stato di abbandono, si manifesta, comunque, un disagio del minore che richiede interventi. In questa ipotesi, ci si è chiesti se possa trovare applicazione l’articolo 16 ultimo comma della legge 184 in esame con l’adozione dei provvedimenti di cui agli artt. 330 e ss. c.c.

A nostro avviso, non vi è dubbio che, qualora si manifesti una condizione di disagio che suggerisce l’adozione di un provvedimento di controllo sulla responsabilità genitoriale, lo si possa adottare proprio in virtù dell’articolo 16 citato.

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