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Lo sai che? Amministrazione di sostegno: l’infermità non basta per ottenerla

Lo sai che? Pubblicato il 2 novembre 2015

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> Lo sai che? Pubblicato il 2 novembre 2015

L’infermità fisica o psichica da cui derivi l’incapacità di amministrare i propri interessi non giustifica sempre l’accoglimento della domanda di tutela: se il soggetto può contare sull’aiuto di familiari e servizi di sostegno sociale il giudice può legittimamente negare il beneficio.

 

La presenza in famiglia di una persona anziana o, comunque, non autosufficiente pone non di rado tra i congiunti il bisogno di valutare l’opportunità di rivolgersi al tribunale (nello specifico il Giudice tutelare) per ottenere in favore del soggetto bisognoso la forma di tutela più adeguata, anche spesso (se pur non solo) nel timore di incorrere in eventuali responsabilità (per un approfondimento rinviamo alla guida: “Assistenza all’anziano: quali responsabilità per i figli?”).

Solitamente, la scelta si indirizza sull’istituto dell’ amministrazione di sostegno [1], diretto alla tutela di tutti quei soggetti che si trovino nell’impossibilità, anche parziale o temporanea, di provvedere ai propri interessi per effetto di una infermità o di una menomazione fisica o psichica.

Non va dimenticato, tuttavia, che tale istituto – seppur in misura ridotta rispetto a quelli dell’interdizione e inabilitazione -ha, comunque, come necessaria contropartita, la limitazione della capacità di agire del soggetto debole, sicché è quanto mai opportuno farvi ricorso nei soli casi in cui esso sia effettivamente necessario.

Vi sono, infatti situazioni in cui tale misura di sostegno può rivelarsi inutile e gravosa, in quanto una soluzione di maggior tutela per l’infermo può apparire quella del conferimento da parte di quest’ultimo di una procura in favore di un soggetto di stretta fiducia per il compimento di specifici atti.

E’ quanto emerge da una recente pronuncia del Tribunale di Vercelli [2] che torna ad utile guida per chi intenda richiedere in favore di un congiunto, la misura dell’ amministrazione di sostegno. Essa, infatti, delimita le situazioni nell’ambito delle quali tale forma di tutela può apparire inopportuna (e quindi a rischio di non essere accolta dal giudice).

Cosa deve accertare il giudice tutelare

Nello specifico, il tribunale piemontese ha chiarito quale genere di accertamento è rimesso in prima battuta al giudice tutelare, il quale deve prioritariamente valutare se:

– sussista o meno una situazione di infermità e/o una menomazione in capo al soggetto per il quale si chiede la tutela;

– vi sia la impossibilità, anche parziale, del beneficiario di attendere ai propri interessi;

– tale impossibilità sia l’effettiva conseguenza della infermità/menomazione (vi sia cioè un nesso causale tra le predette situazioni) [3].

Quando è possibile il rigetto della domanda

Nel compiere tale accertamento il giudice può ritenere, tuttavia, che alcune specifiche circostanze rendano superflua la misura di protezione, valutandole come un chiaro indice della possibilità in capo al soggetto per il quale si richiede la tutela di attendere ai propri interessi.

Ciò può avvenire, nello specifico, quando risulti che:

– il beneficiario sia attorniato da una rete familiare attenta alle sue esigenze e nella quale non si ravvisino né elementi di conflittualità, né sospette intenzioni di approfittamento;

– sia concretamente attuabile un intervento dei servizi sociali o di diversi enti istituzionali, specificamente diretto all’assistenza di soggetti che vivono condizioni di difficoltà;

– venga accertata la disponibilità dell’infermo di avvalersi dell’aiuto proveniente dalla famiglia e da terzi;

– le attività di protezione da compiere non presentino particolari difficoltà in quanto appaiano superabili i preventivabili problemi di natura pratica, burocratica e giuridica da svolgere in favore della persona per cui si domanda la tutela.

L’esempio pratico

Un riferimento alla singola vicenda può meglio aiutare a comprendere in quali situazioni possa risultare inopportuna una simile istanza.

Nel caso in esame veniva richiesta la misura dell’ amministrazione di sostegno da parte della nuora di una 92enne.

A seguito della consulenza tecnica disposta dal giudice veniva accertato che la donna risultava bisognosa di essere accompagnata per l’espletamento di procedure inerenti i propri interessi (ritiro della pensione, acquisti, ecc.) in quanto soffriva di deficit visivi, uditivi e di deambulazione di varia gravità, ma che la stessa non era affetta da alcuna patologia psichica. Anzi, l’anziana era lucida, ben orientata nel tempo e nello spazio, mostrando di ricordare eventi significativi della sua vita, di esprimere emozioni e sentimenti adeguati e pertinenti, di rispondere al domande sul potere di acquisto dell’euro e in grado di gestire le proprie finanze.

Inoltre, il giudice constatava la disponibilità dell’anziana di avvalersi dell’altrui ausilio:

– facendo ricorso ad un servizio di assistenza domiciliare quotidiano che la aiutava nel disbrigo di pratiche personali oltre che nella cura della casa

– e ricevendo di buon grado il sostegno di tutte le vicine dello stabile di abitazione, l’interessamento della nuora (delegata per le operazioni bancarie e postali) e del suo avvocato per il disbrigo delle pratiche successorie sorte a seguito della morte del marito.

Il giudice, pertanto, rigettava la richiesta di tutela (ponendo il pagamento delle spese di CTU a carico della parte richiedente nonché della beneficiaria) in quanto riteneva iniquo nonché superfluo privare l’anziana donna, anche in modo parziale, della capacità di agire.

A parere del magistrato, infatti, nel caso concreto si rivelava una soluzione meno gravosa e maggiormente tutelante per la donna, il conferimento da parte di quest’ultima ( in piena consapevolezza e volontà) di una procura generale notarile in favore di persona di stretta fiducia (ad esempio, la stessa nuora ricorrente), quantomeno in riferimento agli incombenti più importanti e riguardanti il compimento di attività di straordinaria amministrazione patrimoniale.

Il motivo della decisione

Secondo il giudice piemontese, infatti, esaminando il tessuto sociale del nostro Paese è facile riscontrare come determinate categorie di persone (come anziani, soggetti privi di mezzi culturali adeguati, stranieri), sono in grado solo astrattamente di prendersi cura da soli dei propri interessi; di fatto, invece, essi riescono ad esercitare pienamente i loro diritti soltanto:

avvalendosi dell’aiuto di altri soggetti (come la famiglia, i servizi sociali, le associazioni)

– e utilizzando gli strumenti negoziali previsti dalla legge (quali la procura speciale, il mandato, il testamento pubblico, ecc.). Per questi soggetti deboli, l’ausilio altrui (preteso dalla Costituzione in osservanza ad un inderogabile dovere di solidarietà sociale [4]) rappresenta un vero e proprio motivo per escludere la loro incapacità di attendere ai propri interessi.

Non vi è motivo, dunque – sottolinea la pronuncia – per ritenere invece necessaria la nomina di un soggetto in via giudiziale per l’assistenza di persone affette da patologie che impediscono loro di curare i propri interessi in modo autonomo, quando poi tali soggetti, possono esercitare con pienezza i loro diritti facendo ricorso all’ausilio di terzi.

Per costoro, la misura dell’amministrazione di sostegno sarebbe superflua e finirebbe col gravare inutilmente la tutela di innumerevoli incombenti (rendicontazione, deposito di istanze, accessi in Tribunale, ecc.), che non farebbero che sommarsi, senza alcun beneficio, alle ulteriori attività legate alla cura degli interessi quotidiani (personale e patrimoniale), della persona bisognosa di assistenza.

note

[1] Art. 404 cod. civ.

[2] Trib. Vercelli, decr. del 16.10.15.

[3] Cfr. Cass. ord. 04.2.2014, n. 2364.

[4] Art. 2 Cost.

Autore immagine: 123rf com


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