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Cassazione: sì all’attività professionale gratis a parenti e amici

4 Nov 2015


Cassazione: sì all’attività professionale gratis a parenti e amici

> Diritto e Fisco Pubblicato il 4 Nov 2015



Il contribuente può prestare servizi professionali senza chiedere di essere pagato: illegittimo presumere che dietro una donazione sia nascosto un reddito.

 

È legittimo offrire servizi gratis e non richiedere, a fronte di un’attività professionale, il pagamento della prestazione: il Fisco, infatti, non può inventare compensi e redditi inesistenti. È quanto chiarito dalla Cassazione con una sentenza dello scorso 28 ottobre [1].

La Corte finalmente sdogana il comportamento di quei (numerosi) professionisti-contribuenti che svolgono spesso attività gratuita per parenti e amici, spesso costretti – per paura di un controllo da parte dell’Agenzia delle Entrate – ad emettere una seppur minima fattura. Da oggi, invece, si potrà tranquillamente sostenere che la prestazione è stata resa senza chiedere alcun pagamento in cambio: è infatti pienamente possibile, secondo il nuovo orientamento della giurisprudenza, prestare servizi professionali senza chiedere di essere pagati.

La vicenda

L’Agenzia delle Entrate aveva emesso un accertamento nei confronti di un consulente fiscale per non aver emesso fatture a 72 clienti per prestazioni che questi sosteneva aver effettuato gratuitamente. Per l’amministrazione finanziaria, invece, era impossibile che il professionista effettuasse le prestazioni senza chiedere alcun compenso.

Sebbene in primo grado il fisco abbia vinto la partita, in secondo grado, così come in Cassazione, i giudici hanno dato ragione al contribuente, sostenendo che, a fronte di una corretta contabilità tenuta dal contribuente congrua e coerente, è giustificata l’asserita gratuità dell’opera, anche se svolta in favore di numerosi soggetti (come appunto 72, nel caso di specie) in considerazione dei rapporti di parentela e di amicizia con gli stessi.

La sentenza
Secondo la Corte, è plausibile “la gratuità dell’opera svolta dal professionista, in considerazione dei rapporti di clientela e di amicizia con gli stessi clienti”. Nel caso di specie, peraltro, il 70% di tali soggetti risultavano soci di società di persone, la cui contabilità era già stata affidata alle cure del contribuente, per cui ogni eventuale compenso era da ritenersi compreso in quello corrisposto dalla società di appartenenza.

La valutazione sulla eventuale presenza di evasione fiscale viene, comunque, rimessa al giudice che dovrà valutare il comportamento complessivo del contribuente (eventualmente anche rispetto degli studi di settore, alla presenza di una contabilità ordinata ecc.) e alla natura della prestazione: dalla sentenza, infatti, sembra trapelare che un basso grado di complessità e lo scarso valore economico della prestazione sia più facilmente giustificabile al fisco rispetto a un’attività più complessa e remunerativa.

note

[1] Cass. sent. n. 21972/2015 del 28.10.2015.

Autore immagine: 123rf com


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