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Che succede se sono contumace e non mi costituisco in causa?

5 novembre 2015


Che succede se sono contumace e non mi costituisco in causa?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 5 novembre 2015



La contumacia in primo grado e in appello, l’onere della prova e la non contestazione, la costituzione in processo, gli effetti.

 

Se hai ricevuto la notifica di un atto di citazione, sebbene la prudenza vorrebbe che ti costituisca in causa (con un avvocato) per far valere le tue ragioni e difendersi, tuttavia, ciò non costituisce un obbligo e puoi sempre decidere di rimanere assente: è proprio questa la contumacia del convenuto, ossia la deliberata scelta di quest’ultimo di non presenziare al processo e di non farsi difendere da un proprio procuratore.

Prima di dichiarare la contumacia (il che avviene di norma alla prima udienza), il giudice deve verificare la regolarità della citazione in giudizio del convenuto e quindi la regolarità della notifica: difatti, se quest’ultima non è avvenuta nelle forme corrette o all’indirizzo giusto, non si può avere contumacia. All’attore viene allora ordinata la rinnovazione della notifica e, se non vi adempie correttamente, il giudice dichiara estinto il processo.

Ecco perché la contumacia è quasi sempre frutto di una scelta (obbligata o spontanea): la parte contumace decide di essere assente dal processo, non partecipa al suo sviluppo e alle sue attività.

La contumacia può durare per tutto il processo o soltanto per parte di esso. La parte dichiarata contumace può infatti costituirsi in giudizio in ogni momento fino all’ultima udienza (la cosiddetta udienza di precisazione delle conclusioni). Ovviamente, in tal caso la parte non può chiedere che il processo ricominci da capo, ma dovrà accettare la causa nello stato in cui si trova, essendole precluse tutte le attività difensive relative alle fasi processuali già conclusesi.

Attenzione: la contumacia non deve essere confusa con la mancata comparizione in udienza della parte costituita (cosiddetta assenza). Per esempio: se Tizio si costituisce in causa, ma il suo avvocato, per una ragione o per un’altra, non è presente a un’udienza (per esempio, perché si è dimenticato o è ammalato) non si ha contumacia, ma semplice assenza. La parte resta, quindi, completamente assistita dal proprio difensore che, tuttavia, per quella singola udienza non ha potuto “dire la sua” a verbale.

Se il convenuto dichiarato contumace si costituisce nel corso del giudizio dimostrando che la mancata costituzione deriva da una causa a lui non imputabile, può chiedere al giudice di essere ammesso a compiere anche le attività che gli sarebbero precluse.

Se invece il giudice, per errore, dichiara la contumacia pur in presenza di una notifica viziata o nulla, tutto il processo è nullo.

La contumacia non è ammissione dei fatti

Contrariamente a quanto potrebbe comunemente pensarsi, chi sceglie di restare contumace non ammette, tacitamente, le affermazioni e contestazioni della controparte, la quale, pertanto, resta obbligata a dimostrare che ciò che sostiene nel proprio atto è fondato.

Questo tecnicamente significa che la contumacia non introduce deroghe al principio dell’onere della prova, non solleva cioè l’attore dal dovere di dimostrare i fatti che asserisce.
Dal fatto della contumacia il giudice non può neppure trarre argomento di prova: essa non è infatti una sanzione per il contumace. Tuttavia, se valutata insieme ad altri elementi, la contumacia può contribuire a formare il convincimento del giudice.

Anche dopo la riforma del 2009 non si può attribuire alla contumacia in sede civile un valore di ammissione delle ragioni della controparte. Lo ha chiarito la stessa Cassazione con una sentenza depositata ieri [1]. La contumacia rappresenta un comportamento neutrale al quale non può essere attribuito il valore di una confessione e comunque di mancata contestazione dei fatti addotti dalla controparte. Quest’ultima resta infatti sottoposta all’onere di provare la propria tesi.
Il giudice allora non deve prendere la scorciatoia di utilizzare la contumacia per arrivare a una decisione obbligata; egli deve invece verificare se la parte non contumace ha dimostrato a sufficienza, con adeguati elementi di prova, le proprie pretese in giudizio.

La contumacia in appello

L’onere di contestazione specifica dei fatti posti dall’attore esiste solo per il convenuto costituito e nell’ambito del solo giudizio di primo grado nel quale si definiscono i fatti pacifici e quelli controversi [2]. Dunque, la parte risultata vittoriosa in primo grado non può vedersi condannata in appello solo perché contumace.

La tutela del contumace

La legge predispone una tutela del contumace per evitare che egli ignori l’eventuale allargamento dell’oggetto del processo, attraverso la proposizione di domande nuove o riconvenzionali o di atti istruttori che richiedono una sua personale attività.
L’attore deve quindi notificare personalmente al contumace alcuni atti entro il termine fissato dal giudice, in deroga alla regola generale per cui gli atti del processo contumaciale si considerano comunicati in cancelleria.

note

[1] Cass. sent. n. 22461/15 del 4.11.2015.

[2] Nel giudizio di appello allora il giudice deve fare riferimento solo a questo perimetro di giudizio non avendo rilevanza la condotta processuale delle parti comunque tenuta davanti a lui.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione,. sez. VI Civile – 2, ordinanza 24 settembre – 4 novembre 2015, n. 22461
Presidente Petitti – Relatore Manna

Svolgimento del processo e motivi della decisione

I. – Il Consigliere relatore, designato ai sensi dell’art. 377 c.p.c., ha depositato in cancelleria la seguente relazione ex artt. 380 bis e 375 c.p.c.:
1. – B.A. conveniva in giudizio innanzi al giudice di pace di Piacenza l’Autosport Ruggi s.r.l., per sentirla condannare al pagamento della somma di Euro 2.491,52, quale corrispettivo di prestazioni professionali.
La soc. convenuta resisteva in giudizio assumendo che era impossibile verificare la congruità della pretesa azionata, e in via riconvenzionale proponeva domanda di condanna dell’attore al pagamento di un controcredito di Euro 1.447,39.
Il giudice di pace rigettava la domanda principale e accoglieva parzialmente quella riconvenzionale, condannando l’attore al pagamento in favore della società convenuta della somma di Euro 1.498,75 (inclusi interessi commerciali).
1.1. – Sull’appello proposto da B.A. , e nella contumacia dell’Autosport Ruggi s.r.l., il Tribunale di Piacenza riformava integralmente la sentenza del primo giudice e condannava detta società al pagamento in favore dell’appellante della somma di Euro 2.491,52.
Osservava il giudice del gravame che per effetto della non contestazione di cui al novellato art. 115 c.p.c., atteso che la società appellata era rimasta contumace nel giudizio d’appello, dovevano ritenersi provati i fatti e le circostanze articolati e dedotti dall’appellante e su cui l’appellata, scegliendo di rimanere contumace, non aveva svolto alcuna difesa. Proseguiva affermando che, pacifica l’esistenza del credito vantato dall’appellante, che il giudice di pace aveva ritenuto provato solo nell’an e non anche nel quantum, in virtù dell’effetto devolutivo dell’appello, che investe del riesame del merito il giudice del gravame, doveva ritenersi conseguita la prova anche del quantum per effetto proprio della mancata specifica contestazione sul punto.
Aggiungeva, quindi, che doveva ritenersi pacifica, per le medesime ragioni, l’inopponibilità delle fatture recate in primo grado dall’appellata a fondamento del credito opposto in compensazione, essendo documentata la circostanza che le prestazioni di cui alle suddette fatture non fossero state effettuate neanche indirettamente nell’interesse dell’appellante.
2. – Per la cassazione di detta sentenza l’Autosport Ruggi, di Ruggi Loris e Massimiliano s.n.c., così trasformata l’Autosport Ruggi s.r.l., propone ricorso, affidato ad un solo motivo.
2.1. – B.A. è rimasto intimato.
3. – L’unico motivo di ricorso espone la violazione o falsa applicazione degli artt. 113, 115 e 116 c.p.c. e 2697 c.c., in relazione all’art. 360, nn. 3 e 5 c.p.c., in quanto nel vigente ordinamento processuale dalla contumacia non possono desumersi a carico del contumace conseguenze di sorta.
4. – Il motivo è manifestamente fondato, essendo il Tribunale incorso in un doppio errore di diritto.
4.1. – Il primo risiede nell’aver applicato l’art. 115, 1 comma c.p.c. al giudizio d’appello, nonostante il thema decidendum e il thema probandum siano irretrattabilmente definiti in primo grado già all’esito del deposito delle memorie previste dall’art. 183, 6 comma, nn. 1) e 2), c.p.c..
In tal modo il Tribunale ha vanificato la contestazione espressa dalla soc. convenuta nel giudizio svoltosi davanti al giudice di pace, equivocando sul significato dell’effetto devolutivo dell’appello. Tale effetto non significa che il processo di secondo grado consista nella perfetta mimesi del primo giudizio, sicché il giudice del gravame debba rideterminare i fatti pacifici e quelli controversi in maniera avulsa e indipendente dalla trattazione di primo grado. Vuoi dire, invece, che nell’ambito e nei limiti delle parti impugnate della sentenza, e – secondo l’ormai più che consolidata giurisprudenza di questa Corte (a partire dal noto arresto delle S.U. n. 4991/87) – delle questioni poste negli specifici motivi d’impugnazione ex art. 342 c.p.c., il giudice d’appello conosce del rapporto sostanziale controverso esercitando i medesimi poteri decisori del giudice di primo grado.
4.2. – Il secondo errore consiste nell’aver ritenuto che in base all’art. 115, 1 comma c.p.c., nel testo modificato dall’art. 45, comma 14, legge n. 69/09, la contumacia importi ammissione della fondatezza della pretesa avversa. Il che, invece, è da escludere tanto nella precedente quanto nell’attuale formulazione di detta norma.
Infatti, la contumacia integra un comportamento neutrale cui non può essere attribuita valenza confessoria, e comunque non contestativa dei fatti allegati dalla controparte, che resta onerata della relativa prova, sicché rientra nelle facoltà difensive del convenuto, dichiarato contumace nel giudizio di primo grado contestare le circostanze poste a fondamento del ricorso, anche perché la previsione dell’obbligo a suo carico di formulare nella memoria difensiva, a pena di decadenza, le eccezioni processuali e di merito, nonché di prendere posizione precisa in ordine alla domanda e di indicare le prove di cui intende avvalersi, non esclude il potere-dovere del giudice di accertare se la parte attrice abbia dato dimostrazione probatoria dei fatti costitutivi e giustificativi della pretesa, indipendentemente dalla circostanza che, in ordine ai medesimi, siano o meno state proposte, dalla parte legittimata a contraddire, contestazioni specifiche, difese ed eccezioni in senso lato (Cass. n. 24885/14; tant’è che, specularmente, al convenuto contumace in primo grado e costituitoci in appello, non è precluso contestare i fatti costitutivi e giustificativi allegati dall’attore a sostegno della domanda: Cass. nn. 14623/09 e 4161/14).
5. – Per le considerazioni svolte, si propone la decisione del ricorso con le forme camerali, nei sensi di cui sopra, in base all’art. 375, n. 5 c.p.c.”.

II. – La Corte condivide la relazione, rispetto alla quale nessuna delle parti ha depositato memoria.
III. – Pertanto, in accoglimento del ricorso, la sentenza impugnata va cassata con rinvio al Tribunale di Piacenza, il quale, in persona di diverso magistrato, nel decidere il merito si atterrà al seguente principio di diritto: “ai sensi del combinato disposto degli artt. 167, 1 comma e 115, 1 comma c.p.c., l’onere di contestazione specifica dei fatti posti dall’attore a fondamento della domanda, si pone unicamente per il convenuto costituito e nell’ambito del solo giudizio di primo grado, nel quale soltanto si definisce – irretrattabilmente – il thema decidendum (cioè i fatti pacifici) e il thema probandum (vale a dire i fatti controversi). Pertanto, il giudice d’appello nel decidere la causa deve aver riguardo ai suddetti temi così come si sono formati nel giudizio di primo grado, non rilevando a tal fine la condotta processuale tenuta dalle parti nel giudizio svoltosi innanzi a lui”.
IV. – Il giudice di rinvio provvederà anche sulle spese di cassazione, il cui regolamento gli è rimesso ai sensi dell’art. 385, 3 comma c.p.c..

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso e cassa la sentenza impugnata con rinvio al Tribunale di Piacenza, il quale, in persona di diverso magistrato, provvederà anche sulle spese di cassazione.

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