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Dipendenti call center: ma quali contratti a progetto!

22 marzo 2012


Dipendenti call center: ma quali contratti a progetto!

> Diritto e Fisco Pubblicato il 22 marzo 2012



I call center: una manna per chi cerca lavoro facile e flessibile, ma anche fonte di numerose illiceità.

Spesso, le società che svolgono attività di call center si valgono di mano d’opera giovanile, costretta dalla necessità ad arrotondare lo stipendio familiare o a pagarsi gli studi universitari; ancor più spesso queste persone vengono assunte con contratti a progetto o come collaboratori esterni.

Nulla di più sbagliato! Secondo la Cassazione [1] si tratta invece di veri e propri lavoratori dipendenti.

Non rileva, infatti, il nome che l’azienda abbia dato al contratto (se si chiami cioè co.co.co,  co.co.pro. o in qualsiasi altra maniera). Rileva invece la sostanza, ossia come si è atteggiato concretamente il rapporto lavorativo.

E quanto al fatto che l’operatore di call center possa scegliere da sé, in perfetta autonomia, la fascia oraria di lavoro (entro le sei ore giornaliere previste nel contratto), senza doverne dare ogni volta conto, anche questo, secondo la Cassazione, non toglie che si tratti si un classico lavoro subordinato.

Se infatti l’azienda dà al telefonista indicazioni precise (un vero e proprio manuale comportamentale) di come rispondere al telefono, anche attraverso corsi di formazione (sebbene facoltativi);  se l’operatrice è soggetta a direttive e controlli stringenti; se deve strisciare un badge all’entrata; se deve comunicare le assenze dal lavoro, allora si tratta di vero e proprio lavoratore dipendente a tutti gli effetti e, come tale, deve essere considerato. Con tutti gli effetti che ne conseguono (vedi il trattamento di fine rapporto, la disciplina del licenziamento, la maternità, le ferie, il trattamento previdenziale, la durata del contratto).

Spesso, tuttavia, per aggirare l’ostacolo, le aziende di call center fanno ricorso ai contratti di lavoro certificati: una pratica che mira a disincentivare il contenzioso (in tal caso infatti il lavoratore che voglia ricorrere deve prima rivolgersi alla Commissione di Certificazione), ma che non elimina le eventuali illiceità.

 

 

note

[1] Cass. sent. n. 4476 del 21.03.2012.

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