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Lo sai che? Separazione di fatto dei coniugi: quali conseguenze?

Lo sai che? Pubblicato il 9 novembre 2015

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> Lo sai che? Pubblicato il 9 novembre 2015

La separazione di fatto tra marito e moglie, anche accompagnata dall’abbandono del tetto coniugale da parte di uno di loro, non fa cessare i diritti e doveri sorti col matrimonio: il giudice può adottare la soluzione più idonea a garantire l’unità familiare se la richiesta proviene da entrambi i coniugi; in mancanza, solo la separazione permette di ottenere un titolo che determini gli esatti obblighi gravanti su chi decide di lasciare la famiglia.

 

Il quesito:

Io e mio marito, sposati da oltre 20 anni, viviamo da alcuni anni in una casa in affitto come se fossimo separati: io sono casalinga e abbiamo due figlie di cui una maggiorenne ancora a nostro carico. Ora mio marito dice di voler andare vivere per conto suo. Può farlo? Che diritti avrei in questo caso?

 

Nella situazione descritta dalla lettrice a marito e moglie si aprono due possibilità:

1.- quella di rivolgersi al tribunale nel tentativo di salvaguardare l’unità familiare.

Infatti, in caso di disaccordo, ciascun coniuge può chiedere, senza formalità, l’intervento del giudice il quale, sentite le parti e, per quanto opportuno, i figli conviventi che abbiano compiuto i 16 anni, tenta di raggiungere una soluzione concordata. Non è da escludere che, in questo caso, il giudice suggerisca ai coniugi di tentare un percorso di mediazione familiare onde ristabilire tra loro un dialogo.

Se, però, la soluzione non venga raggiunta e il contrasto riguardi la fissazione della residenza o altre questioni essenziali, il giudice, sempre che gli sia fatta richiesta espressa e congiunta dai coniugi, adotta la soluzione che reputa più adeguata alle esigenze dell’unità e della vita familiare con un provvedimento non impugnabile [1].

Si vede, perciò, come in tal caso il giudice non ha il potere di decidere su questioni essenziali se non siano entrambi i coniugi a fargliene richiesta in quanto il presupposto di tale domanda rimane quello che ci sia una volontà di preservare l’unità familiare.

2.- quella di chiedere la separazione giudiziale:

– sia individualmente [2] così dando luogo ad una causa vera e propria nei confronti dell’altro coniuge. In tale ipotesi, la causa potrà avere una durata anche di alcuni anni (se non intervenga un accordo in corso di giudizio);

– sia consensualmente, con domanda a firma congiunta rivolta al Tribunale [3] o depositata al Comune dopo aver sottoscritto una convenzione di negoziazione assistita da due avvocati [4].

E’ da escludersi nel caso della lettrice la possibilità di ricorrere alla cosiddetta separazione “fai da te” al Comune (cioè quella che non necessita dell’ assistenza di un avvocato), per via della presenza di due figlie (tra cui una minore) non ancora autosufficienti.

Tra le due soluzioni, l’espresso riferimento ai diversi anni di separazione di fatto rende difficile pensare che il semplice intervento del giudice possa essere in grado di ristabilire l’unione tra i coniugi. Ben più logico è invece pensare ad una formalizzazione della separazione nella modalità giudiziale o congiunta.

Fintanto che ciò non avvenga, infatti, i coniugi restano vincolati a tutti i diritti e obblighi derivanti dal matrimonio (fedeltà, coabitazione, collaborazione e contribuzione ai bisogni della famiglia) [5], e in special modo a quelli di assistenza morale e materiale del coniuge e (inderogabilmente) dei figli [6].

Circa, poi, l’intenzione del marito di andare a vivere per conto suo, a riguardo la legge [7] fa espresso riferimento al caso di chi si allontana dalla casa coniugale senza che sia stata prima presentata una domanda di separazione, stabilendo che: “Il diritto all’assistenza morale e materiale tra i coniugi è sospeso nei confronti del coniuge che, allontanatosi senza giusta causa dalla residenza familiare rifiuta di tornarvi”. La stessa norma, poi, precisa che la proposizione della domanda di separazione costituisce giusta causa di allontanamento (per un approfondimento rinviamo alla guida: “Abbandono della casa familiare: quali conseguenze?”).

Ciò significa che, qualora uno dei coniugi (nel caso di specie il marito) vada via da casa senza aver concordato con l’altro il cambio di domicilio (o di residenza) o senza che nessuno dei due abbia presentato una domanda di separazione, cesseranno i doveri di assistenza dell’altro nei suoi confronti.

Tra l’altro, per l’ipotesi in cui all’abbandono della casa consegua anche quello dei familiari, la legge attribuisce al giudice il potere – secondo le circostanze – di ordinare il sequestro dei beni del coniuge allontanatosi, nella misura idonea a garantire l’adempimento degli obblighi di mantenimento e assistenza che incombono sui coniugi per legge.

Ciò, tuttavia, non tutelerebbe appieno la lettrice da eventuali inadempienze del marito. Al momento, infatti, non esiste un titolo che stabilisca l’esatto ammontare del contributo economico dovuto dal coniuge a Lei e alle figlie, come anche che stabilisca a chi vada assegnata la casa familiare (se pur in locazione). Pertanto, a titolo di mero esempio, se l’uomo facesse mancare alla famiglia il necessario per vivere, la donna non potrebbe agire nei suoi confronti (ove fosse possibile) con una un’azione diretta ad ottenere il mantenimento direttamente dal datore di lavoro.

Chiedendo la separazione, invece, la condizione di casalinga e la durata 20nnale del matrimonio, darebbero senz’altro diritto alla moglie di ricevere dal marito un assegno di mantenimento [8] proporzionato al tenore di vita avuto durante il matrimonio.

Il giudice, inoltre, dovrebbe stabilire la misura dell’ assegno di mantenimento per le figlie dovuto dal padre quale contributo necessario a far fronte alle loro necessità. Non rileva, peraltro, che una delle due ragazze sia divenuta maggiorenne in quanto l’obbligo al mantenimento perdura fintanto che il figlio (non per sua colpa) non sia divenuto economicamente autosufficiente.

Quanto alla assegnazione della casa familiare, [9], stante la presenza delle due figlie non autosufficienti, essa verrebbe disposta con tutta probabilità in favore della moglie, non in quanto parte economicamente più debole (l’assegnazione, infatti, ha come primario scopo quello di salvaguardare esclusivamente l’interesse dei figli a permanere nell’ambiente domestico in cui sono cresciuti) quanto perché la condizione di casalinga la rende il genitore maggiormente in grado di stare vicina alle figlie nella loro quotidianità. Per di più, la dichiarata intenzione del marito di prendere una casa per conto suo non potrebbe che favorire questo tipo di provvedimento.

In tal caso, se conduttore dell’immobile risulti essere il marito, il probabile provvedimento di assegnazione alla lettrice determinerà l’acquisizione da parte di quest’ultima di tutti i diritti e doveri derivanti dal contratto di locazione. Circa le spese dell’affitto (dovute, in tal caso, dall’assegnataria), il giudice dovrà tenere conto nella quantificazione dell’assegno a carico del marito ai fini di un corretto bilanciamento dei redditi dei coniugi.

Ciò detto, sul piano strettamente pratico, il consiglio è che marito e moglie si attivino per raggiungere un accordo (anche rivolgendosi ad un unico avvocato) in merito alle condizioni della loro separazione, piuttosto che demandarle al giudice all’esito del giudizio. L’aver vissuto da “separati in casa” per diversi anni lascia pensare che non vi sia una situazione di intollerabilità della convivenza tale da non permettere loro di trovare un punto di incontro.

Ciò consentirebbe da un lato di risparmiare sui costi e i tempi di una lunga causa (il tutto, infatti, si concluderebbe in pochi mesi) e dall’altro di concordare soluzioni (che verrebbero poi cristallizzate nella sentenza di separazione) anche diverse da quelle che presumibilmente prenderebbe il giudice; soluzioni che tengano conto degli interessi e dei bisogni di tutti i membri della famiglia.

L’obiettivo dell’accordo potrebbe essere raggiunto, ove vi sia una difficoltà di dialogo tra i coniugi, anche ricorrendo (prima che ad un legale) ad un mediatore familiare (spesso lo stesso Comune di appartenenza offre tale servizio gratuitamente) oppure scegliendo di rivolgersi per la separazione a professionisti formati alla pratica collaborativa (per un approfondimento a riguardo rinviamo alla lettura di questa guida: Mediazione familiare e diritto collaborativo: quali differenze?).

note

[1] Art. 145 cod. civ.

[2] Art. 151 cod. civ.

[3] Art. 158 cod. civ.

[4] Art.6 del d.l. n.132/14,convertitonella L. n.162/14.

[5] Art 143 cod. civ.

[6] Art. 147 cod. civ.

[7] Art. 146 cod. civ.

[8] Art. 156 cod. civ.

[9] Art. 337 sexies cod. civ.

Autore immagine: 123rf com


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