Donna e famiglia Divorzio: addio mantenimento della moglie

Donna e famiglia Pubblicato il 9 novembre 2015

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Come si determina l’assegno di mantenimento, il calcolo, la capacità di lavorare della donna e l’impossibilità a mantenerla del marito.

Ai giudici piace sempre meno l’idea un mantenimento della donna giovane e ancora abile al lavoro; e forse, non piace neanche più alle donne stesse, complice una mutata situazione economica e sociale rispetto a quando le norme del codice civile furono scritte. Così le aule dei tribunali sono sempre meno propense all’accordare assegni di mantenimento generosi e, molto spesso, superiori alle capacità del soggetto onerato (di norma, appunto, l’uomo).

Una recente sentenza della Cassazione [1] risulta particolarmente interessante perché segna uno spartiacque tra le situazioni in cui vi è effettiva situazione di bisogno della donna – situazioni in cui l’assegno di mantenimento assume una valida giustificazione – e altre invece in cui lo stato di bisogno è solo il frutto del capriccio e della pigrizia – nel cui caso, invece, il mantenimento va negato -. In particolare, l’inversione di rotta segnata dalla Suprema Corte (rispetto a un passato non troppo recente) consiste nell’affermare che la donna giovane, in grado di lavorare e, quindi, di reperire con la propria attività quel reddito necessario a mantenere lo stesso tenore di vita di cui godeva durante il matrimonio, non ha diritto ad alcun mantenimento. E ciò anche se, durante l’unione, svolgeva mansioni di casalinga.

Insomma, ciascuno dei due ex coniugi deve badare a sé stesso e non c’è modo di obbligare l’uomo a mantenere la donna se quest’ultima ha le risorse fisiche e mentali per guadagnare. A tal fine, anche un’attività saltuaria potrebbe rilevare come motivo per chiedere la revisione delle condizioni di mantenimento e azzerare l’assegno. Tuttavia l’aspetto forse centrale di tutto questo discorso è che ora l’onere della prova ricade sulla donna e non più sul marito. Ma procediamo con ordine.

Sappiamo che non esiste un criterio matematico in base al quale la legge definisce come calcolare il mantenimento, ma la Cassazione ha dettato alcune linee guida abbastanza chiare. Eccole:

  1. il primo obiettivo dell’assegno di mantenimento è quello di garantire alla donna lo stesso tenore di vita di cui godeva quando ancora era legata in matrimonio con l’uomo;
  2. tale obiettivo va perseguito nella misura in cui sia sostenibile per l’uomo e, quindi, compatibile con le nuove spese da questi assunte a seguito della separazione (si pensi al canone di affitto di una nuova abitazione, il mutuo per l’acquisto di una nuova casa, ecc.).

Ferme queste due linee direttive, accanto ad esse si aggiungono altri criteri che possono integrare la valutazione del giudice e spingere l’ago della bilancia da un lato piuttosto che dall’altro. Per esempio il tribunale dovrà tenere conto della durata della convivenza prematrimoniale, del matrimonio stesso prima della rottura, del contributo offerto da ciascuno dei due coniugi alla conduzione familiare, ma soprattutto della capacità di reddito del coniuge che chiede il mantenimento. In altre parole se quest’ultimo è ancora “abile”, capace cioè di procurarsi con le proprie forze di che vivere, perché giovane, preparato/a, magari con un titolo abilitativo e una formazione professionale, allora il mantenimento potrà essere negato.

Mantenimento: l’onere della prova

L’aspetto più interessante della sentenza in commento è che la Corte rigetta la domanda di mantenimento della donna, una casalinga, per non aver questa fornito alcuna prova dell’oggettiva impossibilità di procurarsi mezzi adeguati per conseguire un tenore di vita analogo a quello mantenuto in costanza di matrimonio. In altre parole, l’importanza del principio affermato in sentenza è quello secondo cui la dimostrazione della “difficoltà economica” e della “impossibilità a procurarsi un reddito” spetta alla donna. L’assegno, insomma, non diventa più una misura automatica, che scatta per il solo fatto della separazione tra i due coniugi.

In passato gran parte degli assegni di mantenimento sono stati accordati a semplice richiesta: il giudice ha accordato in automatico il mantenimento, quasi si trattasse di una misura assistenziale perpetua, una sorta di assicurazione sulla vita. Sembra invece consolidarsi il principio per cui, se il richiedente (di norma la donna) non offre una valida giustificazione economica, con una prova rigorosa, della sua incapacità a procurarsi un reddito, perde ogni diritto. E non c’è modo di integrare la prova in appello.

I precedenti sul mantenimento dell’ex moglie

In passato, la Corte aveva sposato orientamenti più rigidi se non opposti. Si pensi che, nel 1994 [2], i giudici avevano sostenuto invece che, in tema di divorzio, il coniuge che richiede l’assegno divorzile può limitarsi a dedurre di non avere i mezzi adeguati, trasferendo così sulla controparte l’onere probatorio della contraria verità.

Successivamente l’orientamento è mutato divenendo più rigido. Nel 2004 [3], la Cassazione ha sostenuto che il coniuge richiedente il mantenimento deve dimostrare, con idonei mezzi di prova, quale fosse tale tenore di vita e quale deterioramento ne sia conseguito per effetto del divorzio, nonché tutte le circostanze suscettibili di essere valutate dal giudice alla luce dei criteri legislativi per la determinazione dell’assegno.

L’anno scorso il Tribunale di Milano [4] ha ribadito l’importanza di considerare la capacità lavorativa del coniuge che richiede il mantenimento. In materia di assegno di mantenimento – si legge in sentenza – per verificare i presupposti dell’attribuzione dello stesso (a seguito di separazione personale), si deve prioritariamente valutare il tenore di vita della famiglia, per poi valutare se i mezzi economici del coniuge richiedente siano tali da consentire il mantenimento di tale tenore di vita, indipendentemente dall’erogazione di un contributo di mantenimento, e se sussista una disparità economica tra i due coniugi. Si deve, poi, avere riguardo alle potenzialità economiche complessive dei coniugi (come emerse durante il matrimonio), tenendo conto della durata del matrimonio e dell’apporto dato da un coniuge alla formazione del patrimonio dell’altro. Nella valutazione delle potenzialità economiche complessive, infine, deve anche considerarsi l’attitudine al lavoro proficuo quale potenziale capacità di guadagno e quale attitudine concreta allo svolgimento di un lavoro retribuito, tenuto conto dei fattori individuali ed ambientali.

Come si calcola l’assegno divorzile o di mantenimento

Secondo la Corte, l’accertamento del diritto all’assegno divorzile si articola in due fasi:

  • nella prima fase, il giudice verifica l’esistenza del diritto del soggetto che chiede il mantenimento: accerta, cioè, l’eventuale inadeguatezza dei suoi mezzi economici per garantirsi il tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio. Il parametro di riferimento, però, non è solo il reddito della famiglia quando ancora era unita, ma anche quello che sarebbe presumibilmente proseguito in caso di continuazione del matrimonio. In questo modo, allorché una coppia faccia grossi sacrifici solo per far decollare un’attività o la carriera di uno dei, ma ciò avvenga solo dopo la separazione, di tale utile potrà partecipare anche l’altro coniuge, come ricompensa ai precedenti sforzi fatti;
  • nella seconda fase il giudice procede alla determinazione in concreto dell’ammontare dell’assegno, che va compiuta tenendo conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione e del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ognuno e di quello comune, nonché del reddito di entrambi, valutandosi tali elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio.

Nell’ambito di questo duplice accertamento assumono rilievo – sottolinea la Corte – anche le rispettive potenzialità economiche.

note

[1] Cass. sent. n. 11870/2015.

[2] Cass. sent. n. 2982/1994.

[3] Cass. sent. n. 21080/2004.

[4] Trib. Milano, sent. n. 14269/2014.

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LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE PRIMA CIVILE

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1 – Con sentenza depositata in data 30 dicembre 2009 il Tribunale di Bari dichiarava la cessazione degli effetti civili del matrimonio contratto da T.F. e G.F., rigettando la domanda di assegno avanzata da quest’ultima.
1.1 – Con la sentenza indicata in epigrafe la Corte di appello di Bari, pronunciando sull’impugnazione proposta dalla G., ha confermato la decisione di primo grado.
L’appellante aveva sostenuto che durante il matrimonio il tenore di vita era stato pari a quello di una famiglia media con reddito di lavoro dipendente del solo marito e con moglie casalinga, e di non essere in grado – in quanto impossidente e priva di lavoro, di mantenere detto tenore di vita, mentre il T., che conviveva, nell’abitazione della stessa, con tale Gi., dalla quale aveva anche avuto una figlia, si sarebbe collocato a riposo al solo scopo di creare una situazione apparente di assenza di redditi, ma avrebbe in realtà avrebbe continuato a lavorare presso terzi, percependo in ogni caso l’indennità di disoccupazione e godendo di una situazione economica certamente superiore a quella della G., come dimostrato anche dal possesso e dal mantenimento di un’autovettura.

1.2 – La corte territoriale ha osservato che la ricorrente non aveva fornito alcuna prova circa il tenore di vita mantenuto durante il matrimonio, nè aveva adeguatamente dimostrato, al di là di mere asserzioni, la natura e gli emolumenti derivanti dalle attività lavorative che pur aveva ammesso di esercitare, sia pure in maniera saltuaria, mentre la deduzione circa la convivenza del T. con la nuova compagna, se da un lato comportava, per la nascita di una figlia, un deterioramento della sua condizione economica, dall’altro era smentita dalla documentazione anagrafica acquisita.

Quanto alle dimissioni del T., si è rilevato che costui aveva dimostrato di averle rassegnate all’indomani di una contestazione disciplinare e che, in ogni caso, aveva fornito la prova, con idonea documentazione, di essere disoccupato.
1.3 – Si è concluso quindi, per l’insussistenza dei presupposti per l’attribuzione dell’assegno post matrimoniale, rilevandosi, da un lato, che la G. era risultata dotata di idonea capacità lavorativa, mentre l’appellato aveva dimostrato il peggioramento delle proprie condizioni economiche, sia per la nascita di una figlia, sia per la perdita del lavoro.

1.4 – Per la cassazione di tale decisione la G. propone ricorso, affidato a quattro motivi, cui il T. resiste con controricorso, illustrato da memoria.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

2 – Con il primo motivo, denunciandosi violazione dell’art. 115 c.p.c., art. 2729 c.c., della L. n. 898 del 1970 e degli artt. 570 e 388 c.p., nonchè omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, si afferma che non sarebbe stata la natura artificiosa della condizione del T., il quale avrebbe rassegnato le dimissioni dal proprio lavoro al solo scopo di sottrarsi agli obblighi nei confronti della ricorrente. Per altro verso si sarebbe dato credito alle risultanze anagrafiche, a fronte delle affermazioni della G. circo la convivenza con altra donna del T., il quale, pertanto, non avrebbe fornito alcuna prova al riguardo. 2.1 – Con il secondo mezzo si deduce violazione degli artt. 155 e 156 c.c.; della L. n. 898 del 1970, artt. 4, 5 e 10, nonchè omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio: la Corte di appello, confermando la decisione del Tribunale circa la cessazione dell’assegno di mantenimento con decorrenza dalla sentenza di primo grado, avrebbe violato il principio secondo cui tale assegno rimane valido fino alla pronuncia definitiva sul divorzio. In ogni caso fino a tale momento avrebbe dovuto essere corrisposto l’assegno disposto in via provvisoria dal Presidente del Tribunale.
2.2 – La terza censura attiene alla violazione denunciata nel precedente motivo sotto il profilo dell’omessa considerazione del tenore di vita tenuto dalla coppia in costanza di matrimonio, proprio delle famiglie con un solo reddito e prove di prole, cui si associava la sicurezza di una vita tranquilla e socialmente valida.
2.3 – Con l’ultimo mezzo gli stessi tempi vengono proposti sotto il profilo della violazione dell’obbligo di disporre accertamenti tramite la polizia tributaria.
3 – La prima, la terza e la quarta censura possono esaminarsi congiuntamente, attesa la loro intima connessione, per essere inerenti al tema dell’attribuzione dell’assegno di divorzio. Deve in primo luogo evidenziarsi un profilo di inammissibilità che attinge le suddette doglianze, in quanto, oltre ad essere criticata in maniera generica e assertiva la valutazione della corte territoriale circa la mancata dimostrazione del tenore di vita in precedenza mantenuto dai coniugi, non viene censurata in alcun modo la speculare questione, dotata di non minore rilevanza ai fini dell’attribuzione dell’assegno di divorzio, circa la mancata prova di una condizione deteriore della ricorrente ai fini del mantenimento, almeno in via tendenziale, di quel tenore di vita. Ed infatti la sentenza impugnata, sulla base della ammissioni della stessa G., ha affermato che la stessa era dotata di capacità lavorativa, ponendo in evidenza la genericità delle doglianze circa il proprio stato. D’altra parte, risulta adeguatamente approfondita la posizione del T., sia con riferimento alla perdita del lavoro e alle relative ragioni, sia in relazione agli obblighi inerenti al mantenimento di una figlia avuta da una nuova compagna (con congrui rilievi circa la mancata prova in merito alla coabitazione con quest’ultima).
3.1 – La sentenza impugnata appare, quindi, conforme ai principi affermati da questa Corte in merito ai criteri di attribuzione dell’assegno di divorzio, e resiste al complesso delle critiche, affatto generiche, mosse dalla ricorrente.
Infatti, ai sensi della L. n. 898 del 1970, art. 5, l’accertamento del diritto all’assegno divorzile dev’essere effettuato verificando l’inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente, raffrontati ad un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio e che sarebbe presumibilmente proseguito in caso di continuazione dello stesso o quale poteva legittimamente e ragionevolmente configurarsi sulla base di aspettative maturate nel corso del rapporto, mentre la liquidazione in concreto dell’assegno, ove sia riconosciuto tale diritto per non essere il coniuge richiedente in grado di mantenere con i propri mezzi detto tenore di vita, va compiuta tenendo conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione e del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ognuno e di quello comune, nonchè del reddito di entrambi, valutandosi tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio (cfr. ex plurimis, Cass., Sez. 1, 15 maggio 2013, n. 11686; 12 luglio 2007, n. 15611).

Nell’ambito di questo duplice apprezzamento, occorre avere riguardo non soltanto ai redditi ed alle sostanze del richiedente, ma anche a quelli dell’obbligato, i quali assumono rilievo determinante sia ai fini dell’accertamento del livello economico-sociale del nucleo familiare, sia ai fini del necessario riscontro in ordine all’effettivo deterioramento della situazione economica del richiedente in conseguenza dello scioglimento del vincolo.

Per poter determinare lo standard di vita mantenuto dalla famiglia in costanza di matrimonio, occorre infatti conoscerne con ragionevole approssimazione le condizioni economiche, dipendenti dal complesso delle risorse reddituali e patrimoniali di cui ciascuno dei coniugi poteva disporre e di quelle da entrambi effettivamente destinate al soddisfacimento dei bisogni personali e familiari, mentre per poter valutare la misura in cui il venir meno dell’unità familiare ha inciso sulla posizione del richiedente è necessario porre a confronto le rispettive potenzialità economiche, intese non solo come disponibilità attuali di beni ed introiti, ma anche come attitudini a procurarsene in grado ulteriore (cfr. Cass., Sez. 1, 12 luglio 2007, n. 15610; 28 febbraio 2007, n. 4764).

3.2 – In tale contesto, in cui assume rilievo centrale la nozione di “adeguatezza” (sulla quale crf. Cass., 4 ottobre 2010, n. 20582), la corte territoriale ha posto in evidenza, fra l’altro, la totale carenza di elementi probatori inerenti all’impossibilità oggettiva in capo alla G. di procurarsi mezzi adeguati per conseguire un tenore di vita analogo a quello mantenuto in costanza di matrimonio, e, quindi, il mancato assolvimento del relativo onere (Cass., 3 novembre 2004, n. 21080; Cass., 8 agosto 2003, n. 11975; Cass., 26 marzo 1994, n. 2982).
Tale motivazione non risulta adeguatamente censurata, sostanziandosi le deduzioni della G. nell’affermazione della sussistenza di un complessivo ed esclusivo onere della prova a carico dell’onerato.
3.3 – Alla luce delle superiori considerazioni, i rilievi della ricorrente circa il mancato esercizio dei poteri di accertamento in deroga al principio dell’onere della prova non colgono nel segno, avendo questa Corte affermato che il giudice del merito, ove ritenga “aliunde” raggiunta la prova dell’insussistenza dei presupposti che condizionano il riconoscimento dell’assegno di divorzio, può direttamente procedere al rigetto della relativa istanza, anche senza aver prima disposto accertamenti d’ufficio attraverso la polizia tributaria (che non possono assumere valenza “esplorativa”: Cass., 28 gennaio 2008, n. 2098), atteso che l’esercizio del potere officioso di disporre, per il detto tramite, indagini sui redditi e sui patrimoni dei coniugi e sul loro effettivo tenore di vita rientra nella sua discrezionalità, non trattandosi di un adempimento imposto dall’istanza di parte, purchè esso sia correlabile anche per implicito ad una valutazione di superfluità dell’iniziativa e di sufficienza dei dati istruttori acquisiti (Cass., 6 giugno 2013, n. 14336; Cass., 28 aprile 2006, n. 9861).
4 – La seconda censura è inammissibile, trattandosi di questione che risulta proposta per la prima volta in questa sede. Dalla decisione impugnata, infatti, non risulta che la G. abbia avanzato uno specifico motivo di gravame in merito alle disposizioni che il Tribunale avrebbe assunto circa la decorrenza dell’assegno divorzile, nè il ricorso, limitandosi a denunciare la violazione delle suindicate norme, specifica – in ottemperanza al principio di autosufficienza del ricorso, in quali termini avrebbe introdotto il tema in esame in sede di gravame. Giova richiamare, in proposito il principio costantemente affermato da questa Corte, secondo cui, qualora con il ricorso per cassazione siano prospettate questioni di cui non vi sia cenno nella sentenza impugnata, è onere della parte ricorrente, al fine di evitarne una statuizione di inammissibilità per novità della censura, non solo di allegare l’avvenuta loro deduzione innanzi al giudice di merito, ma anche, in ossequio al principio di autosufficienza del ricorso stesso, di indicare in quale specifico atto del giudizio precedente lo abbia fatto, onde dar modo alla Suprema Corte di controllare “ex actis” la veridicità di tale asserzione prima di esaminare il merito della suddetta questione (Cass., 18 ottobre 2013, n. 23675).
5 – In definitiva, il ricorso va rigettato, ricorrendo giusti motivi, attese le difficoltà di individuare la ripartizione

dell’onere della prova in relazione alla complessità della vicenda, per la compensazione delle spese processuali relative al presente giudizio di legittimità.

PQM

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e compensa le spese processuali relative al presente giudizio di legittimità. Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalità e gli altri dati significativi.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 11 dicembre 2014.
Depositato in Cancelleria il 9 giugno 2015

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13 Commenti

  1. son separato da 4 anni .fatto separazione consensuale siccome lei è andata via di casa avendo un’altro uomo. non ha chiesto nulla nessun mantenimento .e nostro figlio maggiorenne è rimasto a vivere con me.ora io le chiedo divorzio e lei non vuol firmare,mi chiede mantenimento, cosa devo fare.visto che in comune costa solo 16 euro ..ma lei non vuole firmare..aiutatemi…

  2. 1982 separazione consensuale. 1994 divorzio. Nello stesso periodo la mia ex moglie decide di dimettersi e non lavorare più (alla soglia dei 40 anni). Nel 2004 con la morte del compagno, mi fa causa per chiedermi assegno mantenimento. Nonostante le prove portate della sua volontà di non lavorare più (i suoi erano e sono benestanti) il Giudice mi ha condannato a versarle 300,00€ mensili (ora 350,00).
    Potrei rimettere in discussione la sentenza? e con quali possibilità di riuscita positiva? Oppure, come mi hanno detto un paio di legali contattati, dipende da quel che pensa il Giudice (e non dalla Legge)?

  3. sono separata dal 2008 con assegno di mantenimento
    di € 340 disoccupata e senza prole e la casa in conproprieta’ recentemente venduta , e il ricavato
    diviso. Attualmente sono dai miei genitori, ma il mio
    avvocato mi a detto che l’assegno mi potrebbe essere
    ridotto appunto perché abito dai miei,mentre se fossi
    in affitto non ci sarebbero problemi.
    mi sembra una assurdita’ grazie.

  4. Buonasera, sono separata legalmente da 2 anni adesso vorrei divorziare ma o paura di perdere l’assegno di mantenimento. La mia separazione è stata consensuale anche se sono stata tradita nella maniera più brutta dopo 33 anni di matrimonio e 2 di fidanzamento.

  5. l’Italia è stata sempre un paese più maschilista, allora prima di fare una legge come questa dovrebbero creare più posti di lavoro per le donne (anche donne meno giovani), con lavori ben retribuiti, con salari pari a quelli degli uomini ( se tanto si parla di parità fra maschio e donna)…e poi fare questa legge che secondo me porterà solo a disgrazie famigliari.

  6. COSA DOVREI DIRE DEL MIO MATRIMONIO DURATO SETTE ANNI 1975-1982 SENZA FIGLI UNA CASA ACQUISTATA CON MEZZI PROPRI CADUTA IN COMUNIONE
    UNA QUOTA DEL TFR ASSEGNATA GIUDIZIALMENTE NONOSTANTE UNA CONVENZIONE MATRIMONIALE DI SEPARAZIONE DI BENI SOTTOSCRITTA ANNI PRIMA DEL DIVORZIO UN ASSEGNO DI MANTENIMENTO PAGATO PER 37 TRENTASETTE ANNI – MEGLIO DI UN’ASICURAZIONE A VITA –

  7. Finalmente era ora! E dei figli maggiorenni che non hanno ne’ voglia di lavorare e di studiare tanto c è papà che sgancia i soldi. Io come donna divorziata mi sono sempre arrangiata da sola e non ho mai voluto soldi dal mio ex anche se all’ epoca del mio divorzio avrei potuto averli ma penso che se una persona vuole trova lavoro e dire che lavoro non ce n’è è solo una scusa per stare a casa a non far niente. Poi ci sono donne che fanno finta di non lavorare per farsi dare i soldi dall’ ex lo stesso . Ma signore mie non avete un po’ di orgoglio e dignità propria?

  8. La legge è cambiata,bene! ma vi chiedo, la donna che lavora solo in estate (5 mesi) con uno stipendio di € 1.500 al mese,ed in inverno si da, da fare, in caso di separazione, con questa nuova disposizione, gli spetta l’assegno di mantenimento? Il marito ha una pensione di € 2.000 circa. Ed essendo in separazione di beni, gli spetta una parte del TFR?

  9. Sono favorevolissima per la Legge adottata. Perché non adottiamo la stessa Legge per i/le vedovi/e che lavorano e, nonostante tutto, percepiscono la pensione di reversibilità? Fanno la bella vita, come si suol dire “i/le vedovi/e allegre”! Posso capirli solo se hanno figli minorenni da mantenere. Chi è single non si mantiene da solo/a? E perché non deve essere la stessa cosa per i/le vedovi/e? Quanti soldi risparmierebbe così lo Stato?

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