Professionisti Opere precarie e permesso di costruire

Professionisti Pubblicato il 10 novembre 2015

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Edilizia: niente permesso di costruire i manufatti di assoluta ed evidente precarietà (c.d. opere precarie), destinati cioè a soddisfare esigenze di carattere contingente e ad essere presto eliminati.

Secondo costante interpretazione dottrinaria e giurisprudenziale, una trasformazione urbanistica e/o edlizia – per essere assoggettata all’intervento autorizzatorio in senso ampio dell’autorità amministrativa – non deve essere precaria.

Un’opera oggettivamente finalizzata a soddisfare esigenze improvvise o transeunti non è destinata a produrre, infatti, quegli effetti sul territorio che la normativa urbanistica è rivolta a regolare.

Sono stati sempre ritenuti esclusi, pertanto, dal regime del permesso di costruire i manufatti di assoluta ed evidente precarietà (c.d. opere precarie), destinati cioè a soddisfare esigenze di carattere contingente e ad essere presto eliminati (es. le baracche per il ricovero delle persone e degli attrezzi, destinate a durare per il tempo occorrente alla gestione di un cantiere).

La giurisprudenza ha inoltre specificato che la natura precaria di un manufatto, ai fini dell’esenzione dal permesso di costruire, non può essere desunta dalla temporaneità della destinazione soggettivamente data all’opera dal costruttore, né dal dato che si tratti di un manufatto smontabile e/o non infisso al suolo, ma deve ricollegarsi alla intrinseca destinazione materiale dell’opera stessa ad un uso realmente precario e temporaneo per fini specifici, contingenti e limitati nel tempo, con la conseguente e sollecita successiva eliminazione.

Il connotato della precarietà dell’opera non dipende, quindi, dalla natura dei materiali adoperati e dalla facilità della rimozione, ma dalla provvisorietà oggettiva dei bisogni che essa è destinata a soddisfare (concreta destinazione – desunta non dalla mera intenzione del costruttore, ma dalle caratteristiche strutturali e funzionali del manufatto – a sopperire ad una specifica necessità, contingente e temporanea, e ad essere poi prontamente rimosso).

Non possono considerarsi precarie le opere stagionali, poiché esse non sono destinate al soddisfacimento di esigenze eccezionali e contingenti, avendo invece una funzione permanente nel tempo.

Il novellato art. 6, 2° comma – lett. b), del T.U. n. 380/2001 prevede che possono essere installate, senza alcun titolo abilitativo ma previa comunicazione dell’inizio dei lavori all’amministrazione comunale (anche per via telematica), le opere dirette a soddisfare obiettive esigenze contingenti e temporanee e ad essere immediatamente rimosse al cessare della necessità e, comunque, entro un termine non superiore a 90 giorni.

Tale disposizione, però, non manca di suscitare incertezze, perché il termine di 90 giorni entro il quale le opere devono essere rimosse è anzitutto troppo breve e non è, poi, definito perentorio: sembra potersi ritenere, perciò, che esso possa essere prorogato su richiesta dell’interessato.

In giurisprudenza

—              «Rientrano nella previsione delle norme urbanistiche e richiedono il rilascio di concessione edilizia non solo i manufatti tradizionalmente compresi nelle attività murarie, ma anche le opere di ogni genere con le quali si intervenga sul suolo o nel suolo, senza che abbia rilevanza giuridica il mezzo tecnico con cui sia stata assicurata la stabilità del manufatto, che può essere infisso o anche appoggiato al suolo, in quanto la stabilità non va confusa con l’irremovibilità della struttura o con la perpetuità della funzione ad essa assegnata ma si estrinseca nell’oggettiva destinazione dell’opera a soddisfare bisogni non provvisori, ossia nell’attitudine ad una utilizzazione che non abbia il carattere della precarietà, cioè non sia temporanea e contingente (fattispecie relativa all’esecuzione di un capannone di circa trecentoquattordici mq., caratterizzato da una struttura di ferro e pannelli inserita in una piattaforma di cemento)» (Cass. pen. sez. III, 7 giugno 2006, Giardina, in Riv. giur. edilizia, 2006, I, 1446).

—              «In materia edilizia, la natura precaria di un manufatto, ai fini dell’esenzione dalla concessione, non può essere desunta dalla temporaneità della destinazione soggettivamente data all’opera dal costruttore, né dal dato che si tratti di un manufatto smontabile e/o non infisso al suolo, ma deve riconnettersi alla intrinseca destinazione materiale dell’opera stessa ad un uso realmente precario e temporaneo, per fini specifici, contingenti e limitati nel tempo, con la conseguente e sollecita eliminazione del manufatto alla cessazione dell’uso» (Cass. pen., sez. III: 20 settembre 2012, n. 36040; 14 maggio 2012, n. 18087; 25 febbraio 2009, n. 22054, Frank; 7 marzo 2008, n. 23086, Basile, in Riv. giur. edilizia, 2008, I, 1222; 28 settembre 2006, Grifoni, in Riv. giur. edilizia, 2007, I, 813).

—              «Per opera precaria (e, che, pertanto, non necessita del permesso a costruire previsto per le nuove costru-zioni ai sensi dell’art. 3 D.P.R. 380/2001) s’intende il manufatto che, indipendentemente dalla sua rimovibilità, risponda ad esigenze temporanee, non rilevan-do a tal fine la soggettiva destinazione data ad essa dal costruttore bensì il suo collegamento ad un uso effettivamente precario, specificamente determinabi-le per finalità e durata» (Cass. pen., sez. III, 27 maggio 2004, Polito, in Riv. giur. edilizia, 2004, I, 1493).

—              «In materia edilizia al fine di ritenere sottratta al preventivo rilascio della concessione edilizia (ora permesso di costruire con l’entrata in vigore del D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380) la realizzazione di un manufat-to per la sua asserita natura precaria, la stessa non può essere desunta dalla temporaneità della destinazione soggettivamente data all’opera dal costruttore, ma deve ricollegarsi alla intrinseca destinazione materiale dell’opera ad un uso realmente precario e tempora-neo per fini specifici, contingenti e limitati nel tempo, con conseguente possibilità di successiva e sollecita eliminazione» (Cass. pen., sez. III: 26 giugno 2009, n. 26573, Morandin; 22 giugno 2009, n. 25965, Bisulca ed altro; 9 maggio 2007, Quintiero, in Riv. giur. edilizia, 2008, I, 417; 12 gennaio 2007, Compagnucci, in Riv. giur. edilizia, 2008, I, 427; 21 marzo 2006, Cavallini; 3 giugno 2004, Mandò; 10 giugno 2003, n. 24898, Nagni; 18 febbraio 1999, n. 4002, Bortolotti, in Riv. giur. edilizia, 2000, I, 333).

—              «In tema di reati urbanistici, la natura precaria di una costruzione non dipende dalla natura dei materiali adottati e quindi dalla facilità della rimozione, ma dalle esigenze che il manufatto è destinato a soddisfare e cioè dalla stabilità dell’insediamento indicativa dell’impegno effettivo e durevole del territorio; a tale fine l’opera deve essere considerata unitariamente e non nelle sue singole componenti, affinché ne emerga la eventuale stabilità e il carattere tendenzialmente permanente della funzione; ne consegue che la costruzione del massetto, che è opera oggettivamente stabile e di non immediata ed agevole rimozione, rivela di per sé la funzione permanente dell’insediamento, costituito dal prefabbricato che vi è ancorato e che, malgrado la struttura leggera, ha con il massetto un collegamento fisso e una propria destinazione non limitata nel tempo» (Cass. pen., sez. III, 12 luglio 1999, Piparo).

—              «In materia edilizia, il requisito della precarietà, in presenza del quale è esclusa la necessità del rilascio di concessione, non dipende dalla più o meno facile rimovibilità delle parti che compongono il manufatto, bensì dalla sua concreta destinazione a sopperire ad una necessità contingente e ad essere poi prontamente rimosso, essendo irrilevante, ai fini della sussistenza del carattere della temporaneità, la destinazione subiettivamente attribuita all’opera dal costruttore o dall’installatore; ne consegue, pertanto, che un box in lamiera zincata, ancorato al suolo mediante blocchi di cemento e destinato a soddisfare le esigenze connesse alla coltivazione di un fondo, non costituisce opera precaria sottratta al regime concessorio» (Cass. pen., sez. III, 20 giugno 1997, Stile, in Riv. pen., 1997, 1133).

—              «La precarietà di un manufatto la cui realizzazione non necessita di concessione edilizia, non dipende dai materiali utilizzati o dal suo sistema di ancoraggio al suolo, bensì dall’uso al quale il manufatto stesso è destinato; pertanto, essa va esclusa quando trattasi di struttura destinata a dare un’utilità prolungata nel tempo, a nulla rilevando la temporananeità della destinazione data all’opera del proprietario, in quanto occorre valutare la stessa alla luce della sua obiettiva e intrinseca destinazione naturale» (C. Stato, sez. V, 15 giugno 2000, n. 3321, in Cons. Stato, 2000, I, 1433).

—              «Il carattere di provvisorietà di una costruzione edilizia deve essere indotto dall’uso realmente precario e temporaneo, per fini specifici e cronologicamente delimitati, sicché la precarietà dell’opera edilizia va esclusa quando, come nel caso di specie, si tratti di costruzione (funzionale ad un’impresa) destinata a dare un’utilità prolungata nel tempo indipendentemente dalla facilità della sua rimozione: è pertanto illegittima l’autorizzazione alla costruzione di un chiosco in muratura su area demaniale in contrasto con la normativa urbanistica in itinere, giustificata dalla precarietà della costruzione e dalla conseguente inidoneità a determinare una definitiva compromissione della zona» (C. Stato, sez. V, 23 gennaio 1995, n. 97, in Riv. giur. edilizia, 1995, I, 441).

—              «In materia edilizia, ai fini della necessità del preventivo rilascio della concessione edilizia (ora so-stituita dal permesso di costruire) non rileva il carat-tere stagionale del manufatto realizzato, atteso che il carattere stagionale non implica precarietà dell’opera potendo essere la stessa destinata a soddisfare bisogni non provvisori attraverso la perpetuità della sua funzione» (Cass. pen., sez. III: 16 gennaio 2012, n. 1191; 12 ottobre 2011, n. 36826; 21 giugno 2011, n. 34763; 21 febbraio 2006, Mulas, in Giust. pen., 2007, II, 226).

—              «La precarietà dell’opera, che esonera dall’obbligo del possesso del permesso di costruire, postula un uso specifico e temporalmente limitato del bene (nella specie, chiosco bar prefabbricato) e non la sua stagionalità, la quale non esclude la destinazione del manufatto al soddisfacimento di esigenze non eccezionali e contingenti, ma permanenti nel tempo» (C. Stato, sez. IV, 22 dicembre 2007, n. 6615).

—              «Soltanto le costruzioni aventi intrinseche caratteristiche di precarietà strutturale e funzionale, cioè destinate fin dall’origine a soddisfare esigenze contingenti e temporanee, sono esenti dall’assoggettamento alla concessione edilizia, mentre lo è una struttura mobile fungente da riparo del sole per i motorini durante la stagione estiva, ancorché destinata ad un uso stagionale, in quanto il carattere stagionale non significa assoluta precarietà dell’opera» (Cass. pen., sez. III, 19 febbraio 2004, Pieri, in Riv. pen., 2004, 989).

—              «Non può ritenersi costruzione “precaria” un chiosco prefabbricato destinato alla vendita di fiori e piante, successivamente completato da una tettoia e da una recinzione, elementi costruttivi, questi, idonei ad attribuire al manufatto stesso carattere di consistenza, stabilità e duratura utilizzazione» (T.a.r. Lombardia, sez. II, 27 settembre 1988, n. 312, in Riv. giur. edilizia, 1988, I, 979).

—              «L’installazione di un «teatro tenda» per un periodo espressamente ed ufficialmente predeterminato rientra nell’ipotesi di costruzione precaria e come tale non necessita di concessione edilizia» (A. Venezia, 9 febbraio 1996, in Nuovo dir., 1996, 547).

—              «Posto che a) un manufatto può definirsi “precario” (e pertanto escluso dal regime concessorio) qualora sia destinato a soddisfare esigenze contingenti, specifiche, cronologicamente delimitate e ad essere rimosso dopo il momentaneo uso e che b) il requisito della precarietà non può essere collegato al carattere di stabilità temporanea soggettivamente attribuito alla costruzione, dovendo, piuttosto, essere individuato in relazione alla estrinseca finalità dell’opera stessa, deve conseguentemente considerarsi vera e propria costruzione la roulotte dotata solo di una parvenza di mobilità (avendo le ruote carattere simbolico ed uso eventuale), per essere stabilmente incardinata al suolo con accorgimenti tecnici atti a garantirne la stabilità» (Cass. pen., sez. III, 13 ottobre 2000, Paolini, in Arch. locazioni, 2001, 229).

—              «Una veranda è da considerarsi, in senso tecnico-giuridico, una vera e propria costruzione assoggettata al requisito della concessione, poiché difetta normalmente del carattere di precarietà, trattandosi di opera destinata non a sopperire ad esigenze temporanee e contingenti con la sua successiva rimozione, ma a durare nel tempo, ampliando così il godimento dell’immobile; la definizione di tale sua natura non è da ritenersi modificata dalla disciplina normativa introdotta con la L. 28 febbraio 1985, n. 47, la quale anzi precisa, tra l’altro, che sono da giudicarsi opere in assenza di concessione anche quelle rivolte all’esecuzione di volumi edilizi oltre i limiti indicati nel progetto e tali da costituire un organismo edilizio o parte di esso con specifica rilevanza o autonomamente utilizzabile (nella specie, l’imputato aveva sostenuto che per la veranda, in quanto destinata alla protezione dagli agenti atmosferici, non fosse necessaria la concessione edilizia; la Suprema Corte ha invece affermato la necessità della concessione prospettando che la salvaguardia dalle intemperie si realizza con la semplice apposizione alle aperture dei cosiddetti doppi infissi in alluminio anodizzato, mentre la veranda non solo non rappresenta un’opera precaria, ma, realizzando anche la difesa dagli agenti atmosferici, pone in essere un rilevante aumento della volumetria abitativa, comunque utilizzabile, assicurando, infine, spazio e privacy al corpo immobiliare)» (Cass. pen., 6 aprile 1988, in Riv. pen., 1989, 32).

—              «Sono soggette a concessione edilizia opere, quali una piattaforma e un pontile galleggiante per assistenza natanti, da ancorare nell’ambito di un porto privo di piano regolatore, in quanto non possono essere considerate opere precarie (anche se smontabili e non infisse nel suolo) allorquando la loro installazione sia destinata a soddisfare esigenze stagionali, ma ricorrenti e, conseguentemente, vengano a trasformare in modo durevole l’area scoperta preesistente» (T.a.r. Sicilia, sez. II, Catania, 19 giugno 1987, n. 631, Foro amm., 1987, 3115).

—              «Un sovrappasso provvisorio, destinato ad assicurare il transito pedonale e ciclabile in una via in attesa della realizzazione del manufatto definitivo (a sua volta oggetto di approvazione dal comune in conformità allo strumento urbanistico), costituisce un’opera edilizia precaria in senso funzionale, essen-do rivolta a soddisfare scopi specifici e cronologicamente delimitati, a nulla rilevando che il periodo di mantenimento in loco dell’opera stessa possa durare anche alcuni anni» (C. Stato, sez. V, 2 maggio 2001, n. 2471).

—              «Costituiscono opere precarie, come tali insuscettibili di comportare trasformazione urbanistica del territorio, i prefabbricati installati, ancorché previo sbancamento e livellamento del terreno, destinati ad ospitare gli operai impegnati nei lavori di costruzione di un’autostrada, in virtù delle loro caratteristiche provvisorie e contingenti; pertanto, le predette opere non sono subordinate a concessione edilizia» (Cass. pen., sez. III, 27 settembre 1991, in Riv. pen., 1992, 363).

—              «È da considerare opera temporanea la costruzione di manufatti destinati all’esecuzione di lavori pubblici, essendo la temporaneità insita nella limitata durata dei lavori stessi» (C. Stato, sez. II, 14 marzo 1990, n. 1208, in Cons. Stato, 1991, I, 1795).

—              «La mera realizzazione di una pista in terra battuta, all’interno di un cantiere per la costruzione di un fabbricato regolarmente assentito, non è opera di trasformazione edilizia rilevante, attesa la sua evidente precarietà» (C. Stato, sez. V, 1 giugno 1998, n. 703, in Foro amm., 1998, 1724).

Diritto-Urbanistico


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