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Lo sai che? Mobbing, quand’è reato?

Lo sai che? Pubblicato il 13 novembre 2015

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> Lo sai che? Pubblicato il 13 novembre 2015

Maltrattamento, aggressione, persecuzione, emarginazione, demansionamento e sabotaggio del lavoratore: quando si configura il mobbing, e quando il mobbing è reato?

In merito alla valutazione del mobbing, la Corte di Cassazione (Sezione IV Penale)si è espressa di recente, lo scorso 7 ottobre, con una sentenza [1] che chiarisce i casi in cui il mobbing ha rilevanza penale, in quanto riconducibile ai maltrattamenti in famiglia.

 

Che cos’è il mobbing

Per fare un breve punto della situazione, il mobbing consiste in comportamenti persecutori esercitati sistematicamente sul posto di lavoro da colleghi o superiori, che si possono concretizzare in violenza psicologica, emarginazione sociale o sabotaggio professionale, sino ad arrivare all’aggressione fisica; tali condotte sono finalizzate ad isolare il lavoratore e ad indurlo a dare le dimissioni.

Perché si possa, precisamente, configurare il mobbing, devono ricorrere i seguenti elementi:

– esistenza di comportamenti di carattere persecutorio, che possono essere anche leciti, persi singolarmente;

– tali comportamenti devono essere attuati , con intento vessatorio, contro la vittima in modo diretto, sistematico e prolungato nel tempo;

– l’intento persecutorio e la volontà lesiva devono essere riscontrabili in tutti i comportamenti;

– i comportamenti possono essere messi in atto non solo dal datore di lavoro, ma anche da un preposto o da altri dipendenti, sottoposti al potere direttivo dei primi;

– deve poi essere presente un danno alla salute, alla personalità o alla dignità del dipendente;

– tra il danno ed i comportamenti deve esistere un rapporto causa-effetto.

Per stabilire con certezza la persecutorietà di una condotta, bisognerà valutarla sulla base di sette indici:

tipologia di azioni messe in atto;

durata e frequenza delle azioni;

ambiente lavorativo;

dislivello tra gli antagonisti;

andamento tra gli antagonisti;

andamento secondo fasi successive;

intento persecutorio.

Una volta riscontrato il mobbing, peraltro, data la varietà delle fattispecie in cui può concretizzarsi, non è affatto semplice capire quando i comportamenti possono essere perseguibili penalmente, e gli indirizzi giurisprudenziali sono spesso contrastanti tra loro. Difatti, non esiste un reato di mobbing “ad hoc”.

A questo proposito, la sentenza della Cassazione citata inizialmente è particolarmente interessante, perché estende all’ambiente lavorativo la punibilità dei comportamenti quali soprusi, violenza psicologica, aggressioni, facendo così rientrare il mobbing nella fattispecie del reato di maltrattamenti in famiglia [2].

Le casistiche punibili a titolo di maltrattamenti in famiglia erano già state estese, da una recente legge [3], ai maltrattamenti tra conviventi, anche se privi di vincoli familiari.

Bisogna però precisare che la configurazione dei comportamenti di mobbing come reato di maltrattamenti in famiglia non è sempre possibile, ma solo laddove l’ambiente di lavoro sia caratterizzato dalla “para-familiarità”.

In pratica, i maltrattamenti sul posto di lavoro sono equiparati ai maltrattamenti in famiglia quando il contesto lavorativo è molto simile ad una comunità familiare: tale similitudine si ha in ambienti limitati ad un numero esiguo di persone, nei quali i rapporti interpersonali sono piuttosto informali, l’attività è caratterizzata da un’ampia discrezionalità, e tra lavoratori e superiori è presente un rapporto di affidamento.

Proprio in virtù di queste abitudini di vita lavorativa, molto simili a quelle delle comunità familiari, il mobbing è riconducibile al reato di maltrattamenti in famiglia. Il reato è configurabile anche nei rapporti tra professionisti ad elevata specializzazione, perché prescinde dalla tipologia di attività esercitata, mentre non è riconducibile laddove, pur ravvisandosi chiaramente gli elementi del mobbing lavorativo, la struttura aziendale risulti articolata e complessa, e dunque non si possa riscontrare una relazione diretta tra preposto e dipendente che determini una comunanza di vita assimilabile a quella del consorzio familiare.

Quest’interpretazione è stata confermata anche da numerose sentenze precedenti della stessa Cassazione, che esclude il reato di maltrattamenti in famiglia, laddove il contesto lavorativo sia interno ad un’azienda di grandi dimensioni, con un rilevante numero di dipendenti: in ipotesi simili, non è dunque ipotizzabile il suddetto rapporto “para-familiare”.

Perchè tali casistiche siano rilevanti penalmente, bisognerà dunque analizzare, situazione per situazione, la ravvisabilità di altri reati.

note

[1] Cass. sent. n. 40320/2015.

[2] Art 572 cod. pen.

[3] L. 172/2012.


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1 Commento

  1. Piu’ che un commento e’ una domanda…..ma un invalido assunto in un ente pubblico con la legge 68/99 che sta per essere licenziato fino a che punto e’ tutelato? Dalla mia esperienza ho capito che nessuno si vuole assumere la responsabilita’ di mettersi contro le istituzini e chi ne esce leso e’sempre l’invalido!!!!! Nell’attesa di una risposta porgo distinti saluti.

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