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Banche e bail-in: cos’è, come funziona la responsabilità dei risparmiatori

14 novembre 2015


Banche e bail-in: cos’è, come funziona la responsabilità dei risparmiatori

> Diritto e Fisco Pubblicato il 14 novembre 2015



Salvataggio delle banche in difficoltà economica: come funziona il decreto legislativo di recepimento della direttiva Brrd.

Con l’approvazione di ieri, da parte del Governo, del provvedimento sul bail-in, dal 1° gennaio 2016 le banche in difficoltà economiche non saranno più salvate con denaro dello Stato, ma con quello dei creditori della stessa banca. In particolare il Consiglio dei ministri ha approvato i due schemi di decreto legislativo con cui recepisce la Brrd (Bank Recovery and Resolution Directive), ossia la direttiva sul salvataggio delle banche che mira a stabilire un quadro armonizzato, a livello europeo, in caso di risanamento delle banche in crisi riducendo al minimo l’impegno economico dello Stato e del denaro pubblico.

Il decreto legislativo tocca i temi della disciplina dei piani di risanamento bancari, dell’amministrazione straordinaria e della liquidazione coatta amministrativa e definisce nel dettaglio poteri e funzioni dell’autorità di risoluzione nazionale.

 

L’extrema ratio

Prima di entrare nel dettaglio dei diversi soggetti chiamati a intervenire in caso di bail-in, è bene ricordare però che questa è solo l’ultima di una serie di possibili soluzioni di una crisi bancaria. L’obiettivo della direttiva europea Brrd (Bank recovery and resolution directive), infatti, è quello di una gestione ordinata delle crisi: in quest’ottica, qualora un istituto si trovi in dissesto o a rischio di dissesto e le procedure di liquidazione ordinaria metterebbero a repentaglio la stabilità sistemica, verrà avviata una procedura di risoluzione. Governata dalle autorità di risoluzione individuate in ogni Paese (in Italia è la Banca d’Italia), la procedura prevede quattro possibili strumenti: la vendita di una parte della banca a un acquirente privato, il trasferimento temporaneo di attività a una società-ponte in vista di una successiva cessione, il trasferimento di attività deteriorate a un veicolo ad hoc – una bad bank – per la liquidazione, infine il bail-in. Che dunque, è bene ripetere, rimane l’extrema ratio di una crisi bancaria.

Bail-in: quali conseguenze per i risparmiatori?

La direttiva Brrd definisce la gerarchia dei soggetti che “dovranno rimetterci di tasca propria” nel caso in cui la banca sia in crisi e necessiti di essere salvata. In sostanza, a partire dal primo gennaio 2016, nel caso in cui una banca finisca in dissesto, a contribuire al salvataggio saranno chiamati in prima battuta gli azionisti delle banca, poi i detentori di obbligazioni subordinate (strumenti Additional tier 1 e tier 2) e senior e, in ultima battuta, i correntisti purché titolari di un conto con una giacenza superiore ai 100mila euro. Ad azionisti e creditori sarà chiesto un contributo pari all’8% del passivo della banca in crisi.

Se tali interventi non dovessero bastare, allora interverranno le banche tramite il Fondo di risoluzione.

Va tuttavia ricordato che, da obblighi contrattuali, qualsiasi istituto in stato di crisi dovrebbe, prima di liquidare i soci, provvedere a smobilizzare quella parte di patrimonio non direttamente collegata all’attività primaria dell’azienda, quali sono per esempio beni artistici e oggetti di valore iscritti nel bilancio della stessa. Ogni banca dovrà provvedere a redigere un piano di gestione delle crisi, nel quale indicherà l’ordine delle priorità in caso di default.

L’obiettivo è di ridurre il rischio che vengano utilizzate risorse dei contribuenti per salvataggi di singole banche. L’onere del risanamento passa quindi dalla collettività agli azionisti e ai creditori della banca. Sarà possibile svalutare alcune categorie di crediti vantati nei confronti della banca, così come di convertirli in azioni, per soddisfare le esigenze di ricapitalizzazione, seguendo un ordine gerarchico. In primis è previsto l’azzeramento del capitale e delle riserve (perdite per gli azionisti) e, se necessario, è possibile svalutare o convertire degli strumenti aggiuntivi di capitale e delle altre categorie di debito subordinato; poi sarà possibile anche svalutare o convertire crediti non subordinati e non garantiti, per poi arrivare in teoria anche a utilizzare i depositi dei clienti eccedenti i 100mila euro. Infine sarà possibile utilizzare il Fondo nazionale di risoluzione, tenendo così indenni talune categorie di creditori, purché sia soddisfatta la condizione che azionisti e creditori abbiano assorbito le perdite per un ammontare pari almeno all’8% del totale passivo.

Chi si salva dal bail-in?

Con il bail in, quindi, il massimo privilegio di tutela è riservato a tutti i depositi fino a 100mila. Inoltre, in virtù della cosiddetta depositor preference, i depositi sopra-soglia di persone fisiche e piccole medie imprese potranno risultare indenni dalla procedura di risoluzione.

I rischi concreti

Va detto, per chiarezza, che in Italia il rischio per i correntisti e i detentori sopra i 100mila euro è di fatto solo teorico: per le principali 15 banche italiane perdite pari all’8% del passivo potranno essere coperte utilizzando unicamente gli strumenti di capitale (si veda l’articolo nella pagina accanto). Parlare di bail-in, quindi, vuol dire di fatto parlare di rischio per i possessori di bond ibridi, subordinati e senior. Bond ritenuti rischiosi e che, tradizionalmente, hanno una remunerazione maggiore.

Il rischio, eventuale, per i possessori può prendere due forme: la prima è quella di un azzeramento parziale o totale del valore degli strumenti obbligazionari; la seconda, meno impattante, è quella di una conversione in azioni della nuova banca che si va a costituire dopo il salvataggio. Ex ante, oggi, nessuno può sapere cosa potrebbe succedere ai propri bond qualora la propria banca dovesse finire in bail. Tutto dipende dall’entità della perdita che la banca dovesse subire.

Ho un conto con poche migliaia di euro: cosa perdo se la banca va in crisi?

Il rischio bail-in non tocca minimamente i correntisti fino a 100mila euro, i possessori di covered bond, e i debiti verso dipendenti, fisco, enti previdenziali e fornitori.

Il testo approvato dal Governo sposta al 1° gennaio 2019 l’avvio della “depositor preference estesa”: in pratica, fino al 2019 in caso di bail-in i prestiti non garantiti emessi prima di oggi verranno “aggrediti” nella stessa misura con i depositi interbancari e delle imprese corporate. Dal 2019 si darà avvio alla depositor preference estesa: il che significa che le obbligazioni bancarie non garantite saranno colpite in via prioritaria rispetto ai depositi non garantiti diversi da quelli di persone fisiche e Pmi. Il regime transitorio è stato previsto per evitare di scaricare su chi ha acquistato obbligazioni un rischio superiore rispetto a quello previsto all’atto dell’acquisto.

Il conto corrente è cointestato: come si calcola la soglia dei 100mila euro?

Il limite è sempre 100mila euro per ciascun depositante; nel limite si conteggia la quota del depositante sul deposito cointestato che, secondo le norme civilistiche, si presume paritaria tra i cointestatari. La spiegazione è in un esempio: se il signor Rossi e signora hanno 90mila euro su un conto cointestato, si presume che ciascun depositante abbia 45mila euro nella sua disponibilità. Nessun problema dunque per far scattare la garanzia prevista. Se però il signor Rossi, nella stessa banca, detiene un altro conto a lui intestato con liquidità per 100mila euro, allora sforerà la soglia di garanzia: i due c/c si sommeranno e si salirà a quota 145mila euro. Mentre il fondo di tutela dei depositi, come è noto, copre fino a 100mila euro.

Ho 100 mila euro in banche differenti: si sommano?
Da Bankitalia fanno sapere che: “il limite di 100mila euro si applica a tutti i depositi detenuti dal depositante presso la stessa banca”. Pertanto, se un correntista ha depositi bancari su banche differenti, verrà applicato per ciascun conto corrente la soglia di garanzia dei 100mila euro.

Come difendersi

Il vero rischio è infatti di essere, allo stesso tempo, correntista, obbligazionista e azionista della stessa banca! Quindi la prima regola è diversificare: se il signor Rossi ha un deposito nella banca A è prudente non sottoscrivere un bond o un’azione di quello stesso istituto di credito. Più in generale, alla luce anche della nuova normativa europea, è opportuno evitare l’acquisto di singole obbligazioni bancarie: meglio un fondo comune o un Etf, prodotti finanziari che investono in un paniere di titoli del settore. Il bail-in ha reso il concetto di diversificazione ancora più attuale.

I soggetti coinvolti nel bail-in

Qualora l’autorità di risoluzione ritenga che non vi siano altre vie percorribili se non il bail-in, a contribuire al salvataggio saranno chiamati: in prima battuta gli azionisti delle banca, poi i detentori di obbligazioni ibride, poi le subordinate e infine le senior; in ultima istanza, saranno coinvolti i correntisti, ma solo per la liquidità superiore ai 100mila euro detenuta sul conto corrente. Ad azionisti e creditori sarà chiesto un contributo pari all’8% del passivo della banca in crisi. Se necessario, per un massimo del 5% del passivo potrà essere chiamato a intervenire il fondo di risoluzione, mentre l’intervento dello Stato è previsto in circostanze straordinarie.

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Autore immagine: 123rf com

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