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Regole per coltivare in città: come fare l’orto

15 novembre 2015 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 15 novembre 2015



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Per coltivare in modo sano in città dunque, bisogna:

coltivare in contenitore rialzato e utilizzare terra biologica o di provenienza da aree naturali;

1. coltivare a più di 10 metri di distanza dalla strada;

2. prevedere barriere vegetali (per esempio una siepe di piante ornamentali), o coperture con tessuto non tessuto;

3. usare compost vegetale e, in caso di più alto rischio, fertilizzanti a base di fosfati, che bloccano i metalli pesanti e li rendono non facilmente assimilabili dalla pianta;

4. usare acqua potabile e non di pioggia;

5. se siete vicini al traffico, coltivare verdure come pomodori, zucchine, non insalate o spinaci;

6. utilizzare macerati e tisane per curare le piante;

7. lavare le verdure prima del consumo.

In natura le piante non hanno valore solo come individui singoli, ma come elementi di una comunità che viene chiamata ecosistema. Un ecosistema è l’insieme di elementi viventi (biocenosi), ovvero piante, animali, funghi, batteri che vivono in un certo spazio, e degli elementi non viventi (ecotopo), ovvero il suolo, l’aria e l’acqua. Tutte queste parti sono strettamente connesse e si trovano tutte in uno stato di equilibrio dinamico, vale a dire che quando un elemento cambia, ogni parte si modifica in modo da raggiungere un nuovo equilibrio. Tra tutti i componenti (vivi o no) c’è una continua circolazione di materia che a sua volta viene scambiata con ecosistemi diversi o più lontani. L’ecosistema insomma è una comunità autonoma e stabile, ma è anche un sistema aperto, a sua volta interconnesso con gli altri ecosistemi, con i quali scambia energia e informazioni, attraverso una rete alimentare che trasforma l’energia solare, catturata dalle piante, in tutto ciò che ci circonda. L’ipotesi di Gaia, una teoria scientifica che risale a 30 anni fa, parlava proprio di questo: il nostro Pianeta è formato da reti di organismi viventi, che lo rendono a sua volta un organismo vivente capace di evolversi. In fondo anche l’uomo ha questa caratteristica: noi non potremmo vivere se non avessimo stabilito una stretta simbiosi con le centinaia di batteri e lieviti che abitano nel nostro intestino.

Clima, temperatura, precipitazioni, venti, fuoco e, purtroppo, l’uomo, sono gli elementi che influiscono e possono imporre variazioni, ma la capacità di mantenere un equilibrio dinamico fa si che gli ecosistemi siano resilienti, ovvero siano in grado di parare i colpi ripristinando la condizione pre-esistente, oppure trasformandosi per raggiungere un nuovo equilibrio. Gli ecosistemi più stabili sono quelli dove la biodiversità è maggiore, ovvero il numero di specie dalle quali sono formati è alto. La monocoltura, caratteristica dell’agricoltura industriale, è quanto di meno stabile ci possa essere. E infatti le piante coltivate in questo modo hanno bisogno di un continuo apporto di energia e di aiuto esterno, in pratica pesticidi, fertilizzanti, irrigazioni. Se dunque la nostra intenzione è quella di creare un orto sano, per poter finalmente mangiare verdure non contaminate, non possiamo commettere l’errore di imitare la monocoltura.

Agricoltura naturale

Le idee circolavano già, ma è proprio a partire dal 1970 che si iniziano a diffondere sistemi agricoli che si richiamano al concetto di ecosistema e che sono in contrapposizione con quelli industriali. Gli anni precedenti (tra il 1940 e il 1970) erano stati contrassegnati dalla Rivoluzione verde, che era stata creduta inizialmente un passo importante per combattere la fame nel mondo. Si rivelò invece che aveva creato enormi problemi. In pratica attraverso l’impiego di varietà vegetali geneticamente selezionate (e più recentemente geneticamente modificate), fertilizzanti, fitofarmaci, acqua e macchine agricole, veniva consentito un incremento significativo delle produzioni agricole in gran parte del mondo. Purtroppo non era stato calcolato l’impatto ambientale di questa innovazione, e neppure la sua capacità di durare nel tempo. Oggi sappiamo cosa comporti un uso massiccio di pesticidi e concimi chimici: l’impoverimento del suolo, la creazione di insetti resistenti, l’accumulo di sostanze tossiche, la riduzione delle specie selvatiche, consumo di petrolio, consumo di acqua e in molti paesi del sud del mondo un indebitamento cronico dei contadini, obbligati a chiedere prestiti per poter comperare tutti gli ingredienti necessari a far produrre piante che, essendo estremamente fragili, rischiano ogni anno, se non vengono drogate, di non produrre nulla, o comunque molto meno del previsto.

 

Fukuoka e il non fare

Negli stessi anni, Masanobu Fukuoka, un microbiologo giapponese, scopriva l’agricoltura del non fare, e proponeva di lasciare le piante libere di mettere in atto quel meccanismo di autoregolazione tipico degli ecosistemi naturali, che può manifestarsi soltanto se non gli si fa violenza, ovvero se non si apportano in continuazione sostanze chimiche esterne e se non si lavora il terreno come fosse plastilina. Fukuoka partiva dalla filosofia zen, secondo la quale l’Universo è in un costante flusso di cambiamento, in cui ogni cosa avviene spontaneamente. Per questo riteneva che il miglior modo di agire era “senza” agire, lasciando alle piante completa libertà. Il metodo Fukuoka dunque tenta di riprodurre le condizioni naturali, quindi il terreno non viene arato e la germinazione avviene direttamente in superficie: i semi vengono mescolati con argilla per fare quelle che vengono chiamate bombe di semi, che vengono lanciate direttamente sulla superficie del terreno. Non c’era l’argilla, ma forse anche noi abbiamo ricordi di questo tipo: nei sussidiari delle elementari di una volta, si vedevano i contadini seminare a spaglio, gettando il grano con un gesto a ventaglio, sul campo. Scientificamente tutto questo ha una ragione: molti semi non amano essere interrati, perchè hanno bisogno di un pò di luce per germogliare. L’argilla inoltre è un materiale perfetto: li protegge dall’essicazione, conferisce la giusta umidità, fornisce alcune sostanze nutritive, e si scioglie non appena la piantina è in grado di emergere.

 

Cultura permanente

A partire dal 1974, in Australia, Bill Mollison e David Holmgren mettono a punto le tecniche di permacoltura, un sistema di progettazione (che comprende anche gli insediamenti umani) basato sul concetto di creazione di policulture stabili e permanenti. Anche la permacultura si basa sull’osservazione e la comprensione dei cicli e delle meccaniche naturali e in particolare sulle connessioni che esistono tra ogni elemento. Per la coltivazione, il primo principio è quello del mantenimento della fertilità del suolo. Per questo il terreno va sempre coperto e pacciamato, per ridurre la dispersione dell’acqua e delle sostanze nutritive. Quanto più è possibile vengono fatte delle consociazioni tra specie di diversa altezza: tuberi, erbe, arbusti e alberi. Un altro concetto interessante della permacutura, ma partiva sempre dal non fare di Fukuoka, è non fare fatica: le grandi lavorazioni che un tempo ogni ortolano faceva nel suo campo, non sono per nulla necessarie.

Nel 1980 Emilia Hazelip, partendo dagli studi di Fukuoka mette a punto un sistema agricolo che può adattarsi a latitudini occidentali. Anche l’agricoltura sinergica è una agricoltura pigra, che si contrappone alla dura fatica dei campi. Si preferiscono le piante poliennali, che una volta messe a dimora durano anni, e si cerca di lavorare il meno possibile. D’altra parte anche la scienza ufficiale ha ormai riconosciuto che la vangatura e il rivoltamento delle zolle producono una inversione di strati del terreno in cui vivono batteri e organismi per cui quelli che abitavano in profondità si trovano all’improvviso alla luce, e viceversa. Questo fa si che la fauna e la flora del suolo si impoveriscano perché la modificazione dell’ambiente di vita provoca un rallentamento e una inibizione. Nel 1940 la pratica del no tillage (semina diretta nel suolo) era stata proposta da Edward Faulkner nell’ambito dell’agricoltura intensiva, come metodo per risparmiare carburante. Ma venne poi abbandonata perché avrebbe modificato tutto un sistema che proprio in quel momento si stava imponendo.

Dove coltivare

Ormai è accertato: la passione per l’orto in città è un fenomeno esplosivo che riguarda tra l’altro tutte le fasce d’età. Ma le città non hanno grandi spazi aperti.

Dove coltivare dunque? Capita spesso di pensare di non avere nessun posto disponibile. E invece ce ne sono moltissimi. L’unica accortezza é verificare l’esposizione alla luce, le dimensioni dei vasi che possono essere utilizzati, il tipo di pianta più adatto. Il primo luogo, il più vicino e comodo, é il balcone. Anche se di piccole dimensioni, può accogliere vasi singoli, pareti verticali, vasi appesi. In generale é meglio allineare al muro portante i vasi più grossi e pesanti, mentre lasciare la parte esterna del davanzale per vasi più piccoli (e quindi per piante più ridotte) e di materiali più leggeri.

Se invece si ha un terrazzo é persino possibile mettere dei cassoni, dove coltivare le piante in consociazione. Oppure creare delle aiuole circolari, avvicinando le piante invece che allineandole lungo le ringhiere esterne. Non vanno sottovalutati neppure i davanzali delle finestre. è sufficiente un davanzale di 25-30 centimetri, per poter coltivare piante di dimensioni più contenute come insalate o rapanelli. Se non ci sono, coltivate all’interno: si possono costruire degli scaffali su binario, che possono essere spostati per aprire la finestra, per avere tutto l’anno un piccolo raccolto. Nel caso lo spazio in casa mancasse del tutto, é possibile valutare la possibilità di utilizzare il tetto condominiale: é uno spazio comune, già impermeabilizzato, dove creare un giardino in condivisione con tutti gli altri abitanti della casa e potrebbe essere una pratica di buon vicinato. Infine c’é sempre la possibilità di prendere in adozione un terreno abbandonato in città, uno di quegli angoli degradati che per anni restano a se stessi e davanti ai quali, per anni, le persone si domandano perché non si possa fare di meglio. In Italia sono nati così molti giardini comunitari: gruppi di persone hanno preso in gestione un angolo non costruito (in alcuni casi anche parcheggi) e lo hanno riempito con contenitori e piante per farne uno spazio pubblico, al quale tutti hanno accesso e possono sia coltivare sia proporre attività sociali. In questo modo, in tutta Europa, interi quartieri sono rinati, sono diventati più belli, le differenze si sono colmate e le tensioni si sono allentate. E le città che ne hanno riconosciuto l’importanza, hanno stabilito dei contratti che permettono una occupazione legale e duratura.

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