Diritto e Fisco | Editoriale

Avvocati: …e se imparassimo a tutelare anche i nostri doveri?

16 novembre 2015 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 16 novembre 2015



Una provocazione per gli avvocati: il legale “è chiamato anche alla tutela dei doveri, rendendo consapevole il cittadino-cliente che solo una forte e chiara coscienza dei propri particolari doveri potrà porlo nelle migliori condizioni per esigere la tutela dei propri diritti”.

È stato detto che la professione dell’avvocato è anfibia, divisa tra il bene del cliente e la dimensione pubblico-giudiziaria.

Questa sorta di lealtà divisa è spesso vissuta con difficoltà dagli avvocati più consapevoli ed è una delle ragioni alla base di una crisi d’identità di cui soffre la professione forense.

E dire che la valorizzazione del diritto di difesa è direttamente proporzionale alla crescita di valori sociali primari, quali la democrazia e la libertà. Non c’è civiltà giuridica senza l’inviolabilità della difesa.

L’Inquisizione ed i processi farsa organizzati dai regimi totalitari hanno costituito la negazione d’ogni principio di civiltà, poiché costringevano coloro che – impropriamente – venivano chiamati avvocati ad accompagnare, nella migliore delle ipotesi, pietosamente, il proprio assistito nel percorso verso l’abiura e la ritrattazione.

La crisi d’identità di chi è chiamato alla difesa dei cittadini non può, pertanto, che costituire il riflesso di una crisi più generale e profonda dell’assetto sociale, il sintomo dello smarrimento della capacità di comporre i conflitti, attraverso lo strumento del processo ed, all’interno di esso, del contraddittorio tra parti uguali.

Come uscire da questa crisi d’identità e di ruolo, senza attendere i tempi lunghi della maturazione di una diversa coscienza collettiva e facendo leva, principalmente, sulle forze e sull’iniziativa degli avvocati?

La risposta credo stia in una maggiore coscienza dei nostri doveri. Sulla scia di questo pensiero, grandi leader del mondo contemporaneo hanno esortato i cittadini del proprio Paese a non chiedersi quel che lo Stato fa per loro, ma piuttosto quello che essi fanno per lo Stato. Perché tutto questo dovrebbe interessare chi è chiamato alla difesa dei diritti? Per la semplice ragione per cui l’osservanza dei doveri e delle regole sociali (cui Gherando Colombo ha dedicato un bel libro) costituisce il fondamento da cui deriva il sorgere dei diritti. La coscienza dei propri doveri, in quanto cittadino ovvero parte di una comunità, deve andare di pari passo con la coscienza dei propri diritti.

Come mai, allora, si ritiene, comunemente, che chi è chiamato a difendere i nostri diritti possa disinteressarsi dei nostri doveri? Non si tratta d’affidare all’avvocato il ruolo improprio di controllore della probità del suo assistito, ma di porsi il problema d’una più efficace tutela delle sue ragioni.

Utilizzando un’espressione apparentemente paradossale, potremmo dire che egli è chiamato anche alla tutela dei doveri, rendendo consapevole il cittadino-cliente che solo una forte e chiara coscienza dei propri particolari doveri potrà porlo nelle migliori condizioni per esigere la tutela dei propri diritti.

Tutto ciò potrebbe essere attuato, introducendo una norma di comportamento che imponga o, quantomeno, suggerisca all’avvocato di chiarire al proprio assistito, in relazione al particolare caso, quali sono i doveri che gli fanno carico.

Norma di comportamento del tutto coerente con le previsioni del Codice deontologico ed, in particolare, con il dovere di lealtà e di correttezza, ex art. 6 e con il dovere di diligenza, ex art. 8. Dell’avvocato, che abbia adottato tale norma di comportamento, se essa diverrà norma generale, non si dirà più si è comportato con lo scrupolo di un magistrato, ma, semplicemente, si è comportato come un vero avvocato.

note

Autore immagine: 123rf com

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