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Come eliminare il nome dalle pagine online di Internet e Google

17 novembre 2015 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 17 novembre 2015



Diritto all’oblio e la cancellazione dei dati dal web: la richiesta al Garante della Privacy, a Google e ai giornali.

Periodicamente si parla della necessità di regolamentare il diritto all’oblio – il diritto, cioè, ad essere dimenticati dalla collettività e, quindi, anche dalla rete – ma ancora oggi nulla è stato fatto, e nessuna proposta seria si trova nei lavori preparatori delle nostre aule parlamentari o in quelle della Comunità Europea. Eppure la cancellazione del nome e delle foto da internet, per quanti si trovano (o si sono trovati) coinvolti, a torto o a ragione, in notizie di cronaca, resta uno scoglio apparentemente insormontabile. Il problema è alimentato non solo dalla viralità delle notizie che appaiono su internet, quanto soprattutto dalla moltitudine dei canali informativi: blog, aggregatori, siti, piattaforme video e portali di ogni genere costellano la galassia del web, rendendo immane l’opera di eliminazione dei contenuti lesivi dell’immagine di una persona. Si pensi al classico caso di chi, avendo ormai scontato il proprio debito con la giustizia, continui a trovare il proprio nome sul motore di ricerca (Google, per antonomasia) associato a parole come “procedimento penale”, “avviso di garanzia”, “indagine”, “condanna”, “truffa”. Non solo: nel calderone rientrano anche coloro che, avendo affrontato un processo, sono stati poi assolti o, addirittura, hanno ottenuto l’archiviazione delle indagini, nonostante la stampa si sia fermata alla prima notizia, quella dell’avvio del procedimento, ingenerando il sospetto di colpevolezza sulla collettività.

Insomma: togliersi il passato di torno può sembrare arduo. Ma non lo è.

Il diritto all’oblio, benché non regolamentato dalla legge, è pienamente riconosciuto dalle aule dei tribunali italiani e della Corte di Giustizia europea. Il punto probabilmente più problematico della disciplina normativa è che un termine dal quale scatta il diritto ad essere “cancellati” non è ancora positivamente previsto e tutto è rimesso alla discrezione del giudice e alla buona volontà e cooperazione della testata giornalistica. Di certo, non vi è dubbio che, a distanza di svariati anni dai fatti, le notizie non siano più attuali e vadano cancellate dal web. E questo perché i tre presupposti per considerare lecita una pubblicazione sono:

– il pubblico interesse verso la notizia (inteso anche in senso lato: per cui anche un fatto di gossip viene considerato di “pubblico interesse”);

– la verità del fatto;

– l’attualità della notizia.

In internet, però, il 99% delle notizie non è mai attuale, venendo pubblicate nel giorno in cui il fatto si verifica, ma rimanendo online anche successivamente (a differenza, invece, della stampa cartacee dove, dal giorno dopo, il giornale viene portato al macero o, tutt’al più, utilizzato per pulire i vetri). Né vale a correggere il tiro la pubblicazione dell’aggiornamento (per es. l’intervenuta archiviazione di un procedimento penale o la riforma in appello), in quanto il web non indicizza i contenuti per data, ma per rilevanza e interesse. Sicché ben potrebbe essere che la notizia più remota – e meno aggiornata – sia più visibile di quella invece successiva e più veritiera.

Al di là di tutto, comunque, la giurisprudenza ritiene che il diritto all’oblio spetti a prescindere dalla colpevolezza o meno del soggetto i cui dati sono pubblicati sul web. E questo perché, se è vero che la funzione della pena deve essere quella di educare, si deve anche dare al reo la possibilità di riabilitarsi e reintegrarsi nella società: cosa certamente non possibile se questi dovesse girare per tutta la vita con un cartello al collo con scritto “sono stato condannato per un reato”. E internet fa proprio questo.

Come difendersi?

A seguito dell’intervento della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, Google viene ormai ritenuto “co-responsabile” della pubblicazione dei dati dei cittadini sulle pagine proprio motore di ricerca (egli infatti, stando alla pronuncia, tratterebbe i dati e, quindi, dovrebbe anche cancellarli). In pratica, la semplice indicizzazione di un contenuto, per quanto opera di un algoritmo, obbliga Google a rimuovere i contenuti datati (su richiesta dell’interessato). Un compito che, oltre a rivelarsi improbo, va proprio contro i principi della società americana, rivolti alla circolazione dei contenuti. Risultato: se anche Google ha messo a disposizione una pagina per inoltrare la richiesta di de-indicizzazione dei contenuti non più attuali, nell’80% dei casi risponde “picche”, perché ritiene la notizia “ancora attuale” oppure “di interesse pubblico” (e c’è anche da dire che le notizie con risvolti penali sono, per il motore di ricerca, sono quasi sempre di “interesse”).

Non resta che rivolgersi ad uno studio legale perché effettui:

– la diffida ai giornali titolari dei contenuti non più attuali, eventualmente citandoli in giudizio (con un ricorso in via d’urgenza);

– o il ricorso al Garante della Privacy.

In entrambi i casi, i margini di successo sono elevati, trattandosi di un diritto ormai riconosciuto senza opinioni contrarie.


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