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Rinuncia o accettazione di eredità: il coniuge che sta in casa ha 10 anni

17 novembre 2015


Rinuncia o accettazione di eredità: il coniuge che sta in casa ha 10 anni

> Diritto e Fisco Pubblicato il 17 novembre 2015



Il coniuge superstite non è possessore dell’eredità ma titolare del diritto di abitazione: pertanto non deve fare inventario e non ha 3 mesi di tempo per la rinuncia.

 

La legge dà 10 anni di tempo per scegliere se accettare l’eredità, rinunciarvi oppure accettarla con beneficio di inventario (leggi: “Quanto tempo per accettare o rinunciare all’eredità”); invece coloro che, al momento del decesso, si trovano in possesso dei beni dell’eredità stessa devono necessariamente effettuare l’inventario entro 3 mesi e, chiuso l’inventario, hanno 40 giorni per decidere se accettare o meno l’eredità o accettarla con beneficio di inventario: un termine, insomma, molto più risicato che si giustifica proprio con l’esigenza di evitare confusione di beni. In caso di mancato rispetto di uno di tali termini, l’eredità si considera accettata puramente e semplicemente: non si potrà cioè né più rinunciare all’eredità, né più accettare con beneficio di inventario.

Il tipico caso è quello del figlio che utilizzi la macchina del padre defunto o che abbia convissuto con la madre anziana fino alla morte di costei. Per il superstite scatta l’obbligo di inventario entro 3 mesi e la decisione per la rinuncia o il beneficio di inventario entro i 40 giorni successivi: in caso di inerzia, egli si considera erede puro e semplice.

Questa regola, però, non vale per il coniuge superstite che, al momento del decesso, si trovava a vivere nella casa con il soggetto defunto. Infatti, per legge [1], al coniuge superstite spetta il diritto di abitazione nella casa coniugale e il diritto di uso dei mobili. Egli insomma non è considerato un possessore dei beni del defunto e, quindi, non ha solo 3 mesi – bensì 10 anni – per decidere se rinunciare all’eredità o accettarla con beneficio di inventario.

È quanto chiarito dalla Cassazione con una ordinanza pubblicata ieri [2]. La Suprema Corte ha precisato come la permanenza, dopo il decesso della parte processuale originaria, nell’abitazione familiare, da parte dei ricorrenti, debba essere considerata alla stregua di un esercizio del diritto di abitazione e di uso dei mobili, posto in capo al coniuge superstite dalla legge. In particolare, i giudici hanno chiarito come la considerazione sopra esposta valga anche nelle ipotesi di successione legittima, indipendentemente dalla ulteriore qualità di chiamato all’eredità del soggetto.

 

note

 [1] Art. 540 cod. civ.

[2] Cass. ord. n. 23406/2015 del 16.11.2015.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 11 novembre 2014 – 16 novembre 2015, n. 23406
Presidente Di Palma – Relatore Scaldaferri

In fatto e in diritto

E’ stata depositata in Cancelleria la seguente relazione: “Il consigliere relatore, letti gli atti depositati, rilevato che G.T., N.R.L. e M.I., in proprio e in qualità di eredi del rispettivo coniuge e padre C. I., hanno proposto ricorso per cassazione della sentenza, depositata il 16 gennaio 2012 e notificata il 25 maggio 2012, con la quale la Corte d’appello di Napoli, in accoglimento del gravame proposto dalla Curatela del Fallimento OVERSEAS S.r.l. avverso la sentenza del 21 dicembre 2006 del Tribunale di Napoli, ha condannato i ricorrenti, in qualità di eredi di C. I. deceduto nel corso del giudizio di appello, al pagamento della somma di euro 1.454.535,44 (oltre rivalutazione ed interessi) a titolo di risarcimento danni da responsabilità ex art. 146 legge fallimentare;
che l’intimata Curatela resiste con controricorso;
considerato che con il primo motivo i ricorrenti censurano, sotto il profilo della violazione di norme di diritto (artt. 485, 540, 1022, 2697 cod.civ. e 113, 190 cod.proc.civ.) e sotto quello del vizio di motivazione, le statuizioni con cui la corte di merito ha dichiarato la legittimazione passiva degli stessi fondandosi sul presupposto, errato secondo gli eredi I., che essi, al momento dell’apertura della successione, si trovassero nel possesso dei beni del de cuius (nella specie, la residenza familiare e i beni mobili che la corredano), e che pertanto fosse tardiva la loro rinuncia all’eredità effettuata oltre i termini di cui all’art. 485 cod.civ.; che con il secondo motivo si dolgono, sotto il profilo della violazione dell’art. 485, comma 2, cod.civ. e sotto quello del vizio di motivazione, delle affermazioni con cui la corte territoriale ha ritenuto di non doversi pronunciare sulla impugnazione a sua volta proposta da C. I., fondandosi sul presupposto, erroneo secondo gli odierni ricorrenti, che essi – costituendosi a seguito della riassunzione del processo- non avessero fatto proprie, nemmeno in via subordinata o implicita, né le difese né l’appello incidentale proposti dal de cuiu., che con il terzo motivo denunciano la violazione di norme di diritto (artt. 303 e 352 cod.proc.civ.) ed il vizio di motivazione della pronuncia impugnata, in relazione all’omesso esame dell’appello incidentale avanzato dal dante causa degli odierni ricorrenti;
ritenuto che il primo motivo pare meritevole di accoglimento; che invero il fatto della permanenza, dopo il decesso del I., nella abitazione familiare da parte degli odierni ricorrenti appare qualificabile come esercizio del diritto di abitazione e di uso dei mobili che la corredano, spettante al coniuge superstite quale legatario ex lege (art.540 cod.civ.) in ogni caso, anche nella ipotesi di successione legittima (cfr.Cass.S.U.n.4847/13; Sez.2 n.18354/13; Sez.5 n.1920/08), e quindi a prescindere dalla sua ulteriore qualità di chiamato all’eredità; che pertanto sembra debba escludersi che il fatto di continuare ad abitare, dopo l’apertura della successione, nella casa familiare e ad utilizzare i mobili che la corredano possa aver conferito agli odierni ricorrenti la qualità di possessori di beni ereditari per gli effetti previsti dall’art.485 cod.civ.:la contraria opinione, espressa da Cass.n.11018/08, pare in effetti conseguente alla ivi ritenuta insussistenza del diritto di abitazione a favore del coniuge nella successione legittima, tesi smentita dalle Sezioni Unite di questa Corte nella sopra richiamata sentenza del 2013;
che il secondo ed il terzo motivo, presupponendo la sussistenza, in capo agli odierni ricorrenti, della legittimazione passiva, dovrebbero ritenersi assorbiti nell’eventuale accoglimento del primo motivo diretto a negare tale legittimazione;
per questi motivi ritiene che il ricorso può essere trattato in camera di consiglio a norma dell’art.380 bis cod.proc.civ. per ivi, qualora il collegio condivida i rilievi che precedono, essere accolto, con conseguente cassazione della sentenza impugnata.” In esito alla odierna adunanza camerale il Collegio condivide pienamente le considerazioni esposte nella relazione, avverso le quali del resto parte ricorrente non ha ritenuto di replicare. Si impone dunque, in accoglimento del primo motivo di ricorso (assorbiti gli altri), la cassazione del provvedimento impugnato. Quindi, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa può essere decisa nel merito, con il rigetto della domanda svolta nei confronti degli odierni ricorrenti, per difetto di legittimazione passiva. Tenuto conto del mutamento di giurisprudenza intervenuto nelle more, si ritiene giustificata la compensazione tra le parti delle spese di questo giudizio e del giudizio di appello.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo motivo di ricorso, assorbiti gli altri; cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta la domanda proposta dal Fallimento Overseas s.r.l. nei confronti di G.T., N. R. I. e M.I., per difetto di legittimazione passiva. Compensa fra le parti le spese di questo giudizio di cassazione e del giudizio di appello.


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