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Lo sai che? Che valore ha la quietanza liberatoria firmata dal lavoratore

Lo sai che? Pubblicato il 18 novembre 2015

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La quietanza a saldo o liberatoria non preclude rivendicazioni successive: l’eventuale errore non impedisce la possibilità di una successiva azione per ottenere ulteriori importi non corrisposti dal datore di lavoro.

Non poche volte il datore di lavoro, all’atto del pagamento del dipendente – si pensi al caso di definitiva risoluzione del rapporto di lavoro a seguito di licenziamento o dimissioni – gli impone di sottoscrivere una quietanza di pagamento (cosiddetta quietanza liberatoria o “a saldo”), con la quale questi dichiara di aver ricevuto tutte le somme spettategli e “di non aver altro a che pretendere”. Spesso però capita che il dipendente – poco pratico di buste paghe e di conteggi lavoristici – si accorga, solo in un momento successivo alla firma, di aver diritto ad ulteriori emolumenti.

Che valore ha, dunque, la sottoscrizione della quietanza liberatoria? Può il lavoratore chiedere, nonostante tale sottoscrizione, quanto gli sarebbe spettato per legge?

L’orientamento della Cassazione [1] è favorevole al lavoratore.

In particolare, la dichiarazione in cui il lavoratore attesta di avere percepito una determinata somma a totale soddisfacimento di ogni sua spettanza e di non aver altro da pretendere dal proprio datore di lavoro non pregiudica ulteriori rivendicazioni e, quindi, la possibilità di agire per il riconoscimento, anche in causa, dei propri diritti che risultano, in realtà, insoddisfatti. Ciò però non vale quando la dichiarazione sottoscritta non è in realtà una quietanza, ma una transazione con il datore di lavoro, ossia una formale e consapevole rinuncia ad alcuni diritti. Perché, però, si possa parlare di transazione, e quindi di preclusione alla possibilità di rivendicare ulteriori emolumenti, è necessario che il lavoratore abbia piena e consapevole conoscenza dei diritti specifici a cui va a rinunciare [2]. Insomma, solo l’errore inconsapevole consente di agire in un momento successivo.

Si ha una vera e propria transazione quando nella quietanza rilasciata al lavoratore è indicata una somma aggiuntiva (ad esempio una somma a titolo di liberalità e/o compensazione di eventuali somme non corrisposte) rispetto a quella effettivamente pagata e la somma stessa ha un carattere autonomo rispetto ai crediti di lavoro [3].

Caso pratico

La quietanza liberatoria con cui il lavoratore accetta le somme dovutegli alla cessazione del rapporto di lavoro, non implica di per sé l’accettazione del licenziamento e la rinuncia ad impugnarlo o all’impugnazione già proposta, anche se la quietanza lo menziona. La quietanza, tuttavia, può assumere tale significato in presenza di altre circostanze precise, concordanti ed obiettivamente concludenti che dimostrino l’intenzione del lavoratore di accettare l’atto risolutivo [4]. A tal fine, ad esempio, rileva che il lavoratore – oltre ad aver presentato la richiesta di TFR e ad aver effettivamente riscosso le relative spettanze – non abbia per lungo tempo contestato l’avvenuta risoluzione del rapporto [5].

note

[1] Cass. sent. n. 15371/2003.

[2] Cass. sent. n. 11536/2006; Cass. sent. n. 4442/1999.

[3] Cass. sent. n. 3812/1982.

[4] Cass. sent. n. 13975/1999.

[5] Cass. sent. n. 10193/2002.

Autore immagine: 123rf com

Svolgimento del processo
Con la sentenza ora denunciata, il Tribunale di Taranto, pronunciando sull’appello dell’A. I. S.p.A. contro l’ordinanza del Pretore della stessa sede in data in data 29 aprile 1998 – che ne aveva rigettato l’eccezione di “inammissibilità”, per intervenuta conciliazione in sede sindacale, della domanda di risarcimento del danno biologico e morale (derivante dalla violazione dell’art. 2087 c.c.) proposta contro la società dal dipendente F. B. – dichiarava la nullità del provvedimento impugnato – previo riconoscimento della natura di sentenza non definitiva – per omissione della.lettura del dispositivo in udienza e, decidendo nel merito, rigettava la domanda, in base ai rilievi seguenti:
– il provvedimento impugnato, in dipendenza del suo contenuto, ha natura di sentenza non definitiva, essendo tali le sentenze che decidono sia questioni pregiudiziali di rito sia questioni preliminari di merito;
– il provvedimento stesso è, di conseguenza, appellabile e – previa declaratoria della sua nullità, per omissione della lettura del dispositivo in udienza – va decisa la causa nel merito, rigettando la domanda proposta;
– la conciliazione in sede sindacale – stipulata (in data 20 gennaio 1991) dopo la cessazione del dedotto rapporto di lavoro subordinato (in data 20 gennaio 1991) – è successiva non solo ad ogni inadempimento contrattuale od altro comportamento illecito del datore di lavoro (ai sensi dell’articolo 2087 e, rispettivamente, dell’articolo 2043 c.c.), ma anche alla manifestazione delle malattie invalidanti (deficit ventilatorio di tipo restrittivo e ipoacusia bilaterale percettiva, denunciate all’INAIL il 15 giugno 1985 e, rispettivamente, il 30 novembre 1990) – “in relazione alle quali è stato richiesto il risarcimento del danno biologico e morale” – con la conseguenza che, alla data di stipulazione della conciliazione, lo stesso diritto al risarcimento era già entrato nel patrimonio del B. e, come tale, era disponibile in via transattiva;
– la conciliazione, peraltro, reca la rinuncia al diritto al risarcimento – sebbene non sia compreso nella “premessa” dell’atto – in quanto l’oggetto della transazione risulta estesa, nella “parte dispositiva” del medesimo atto, tanto che il B., nell’accettare la somma versatagli dalla A., dichiarava di non avere più nulla a pretendere, “rinunciando altresì ad ogni eventuale ulteriore diritto, azione, comunque direttamente o indirettamente connessi con il decorso rapporto di lavoro”, dovendosi ritenere incluso – “in tale più ampia formulazione” – ogni diritto già sorto e, dunque, anche quello al risarcimento danno;
– la “inoppugnabilità” della conciliazione (ai sensi dell’art. 2113, 4° comma, c.c.) – in quanto intervenuta in sede sindacale (ai sensi degli art. 410, 411 c.p.c.) – comporta, quindi, la “preclusione” – derivante, appunto, dalla intervenuta conciliazione – del “riconoscimento in via giudiziaria” del diritto al risarcimento, fatto valere dal B., ed impone, di conseguenza, il rigetto della domanda dal medesimo proposta.
Avverso la sentenza d’appello, il soccombente F. B. propone ricorso per cassazione, affidato a cinque motivi.
L’intimata A. I. S.p.A., in liquidazione, resiste con controricorso.
Entrambe le parti hanno presentato memoria.
Motivi della decisione
1. Con il primo motivo di ricorso – denunciando violazione e falsa applicazione di norme di diritto (combinato disposto degli articoli 100, 134, 177, 279, comma 2°, n. 2, 420, comma 4°, 339, 433 c.p.c.), nonché vizio di motivazione (art. 360, n. 3 e 5, c.p.c.) – F. B. censura la sentenza impugnata per avere qualificato sentenza non definitiva l’ordinanza appellata ed averne dichiarato la nullità – per omessa lettura del dispositivo in udienza – sebbene la questione preliminare di merito – sulla quale pronuncia – possa formare oggetto di un provvedimento ordinatorio – allorché il giudice del lavoro “non la ritenga idonea a definire il giudizio” – e, peraltro, la pronuncia “nella forma dell’ordinanza” ne imponesse, comunque, l’impugnazione mediante ricorso per cassazione (ai sensi dell’art. 111, secondo comma, della costituzione) e non già l’immediata appellabilità.
Con il secondo motivo – denunciando violazione e falsa applicazione di norme di diritto (art. 112 c.p.c.), nonché vizio di motivazione (art. 360, n. 3 e 5, c.p.c.) – il ricorrente censura la sentenza impugnata per avere deciso la causa nel merito, sebbene non fosse richiesto dall’appellante, e, peraltro, senza alcuna motivazione.
Con il terzo motivo – denunciando violazione e falsa applicazione di norme di diritto (art. 1362, 1363, 1364, 1366, 1369 c.c., in relazione agli art. 410, 411 c.p.c., 1418, comma 1°, 1965 e s., 2113 c.c.) nonché vizio di motivazione (art. 360, n. 3 e 5, c.p.c.) – il ricorrente censura la sentenza impugnata per avere ritenuto che avesse rinunciato transattivamente al diritto al risarcimento del danno biologico e morale – ancorché non menzionato nella premessa, peraltro espressamente richiamata nella parte dispositiva, della conciliazione – in base al rilievo, apodittico e indimostrato, che “le espressioni usate nella parte dispositiva ricomprendano anche il detto diritto”, sebbene inducessero ad opposta conclusione le circostanze e le considerazioni seguenti:
– la “comune intenzione delle parti” – quale risulta dal tenore letterale del verbale di conciliazione (ai sensi dell’art. 411 c.p.c.) – era “quella di definire transattivamente l’oggetto, e solo l’oggetto, di una controversia pendente (né potrebbe essere diversamente data la collocazione e la finalità della citata norma processuale)”, controversia -espressamente richiamata, più volte, nello stesso verbale di conciliazione – che aveva, quale causa petendi, “rivendicazioni salariali” e, quale petitum, il “pagamento delle stesse”;
– contraddittoria risulta, poi, la motivazione in fatto, laddove nega che il diritto al risarcimento del danno biologico e morale sia compreso nella premessa del verbale di conciliazione e, poi, ne afferma l’inclusione nella parte dispositiva dello stesso verbale, senza peraltro motivare l’asserita inclusione, dal momento che non se ne può ritenere motivazione idonea “il richiamo alla generica rinuncia, operata dal B., ai diritti derivanti dal decorso rapporto di lavoro”.
Con il quarto motivo – denunciando violazione e falsa applicazione di norme di diritto (art. 2043 e 2059 c.c.) nonché vizio di motivazione (art. 360, n. 3 e 5, c.p.c.) – il ricorrente censura la sentenza impugnata per avere ritenuto che il diritto al risarcimento del danno biologico e morale fosse già entrato nel proprio patrimonio alla data del verbale di conciliazione – essendo state già denunciate all’INAIL, a quella data, le malattie invalidanti -sebbene le denunce stesse, come gli accertamenti relativi, “afferiscono alla sfera del danno patrimoniale”.
Con il quinto motivo – denunciando (ai sensi dell’art. 360, n. 3, c.p.c.) violazione e falsa applicazione di norme di diritto (art. 437, comma 1° e 429 c.p.c.) – il ricorrente denuncia la nullità della sentenza impugnata per non esserne stata data lettura del dispositivo all’udienza di discussione.
Il terzo motivo di ricorso è fondato e l’accoglimento, che ne consegue, assorbe il quarto motivo.
Sono infondati, invece, il quinto, il primo ed il secondo motivo, la cui trattazione precede – nel medesimo ordine – per il loro carattere logicamente pregiudiziale.
2. È ben vero, infatti, che, nel rito del lavoro, l’omissione della lettura del dispositivo in udienza (in violazione del disposto del primo comma dell’art. 429 c.p.c.) determina la nullità insanabile, ma non rilevabile d’ufficio, della sentenza – secondo la giurisprudenza consolidata di questa Corte (vedine, per tutte, le sentenze n. 13781/01, 15219/00, 1729, 1733, 1615/98, 5818/97, 3713/87, 1358/83) – per mancanza di un requisito indispensabile per il raggiungimento dello scopo – che ne risulta perseguito -di fissare, in maniera immodificabile, la decisione, portandola a conoscenza delle parti, che se ne possono avvalere come titolo esecutivo autonomo (vedi, per tutte, Cass. n. 1733/98, cit.).
La lettura del dispositivo in udienza, tuttavia, non deve risultare da esplicita menzione nel verbale della medesima udienza – secondo la giurisprudenza consolidata di questa Corte (vedine, per tutte, oltre la giurisprudenza già citata, le sentenze n. 16312, 5019/02) – ben potendo risultare o, comunque, desumersi da qualsiasi atto processuale.
Alla luce dei principi di diritto enunciati, la sentenza impugnata non merita le censure, che le vengono mosse con il quinto motivo di ricorso.
Infatti, dallo stesso verbale dell’udienza di discussione – nel giudizio d’appello, appunto – risulta che, dopo la discussione delle parti, “il Tribunale decide come da separato dispositivo”.
Tuttavia la lettura del dispositivo in udienza – oltre a desumersi, agevolmente, dal verbale – risulta, esplicitamente, dalla stessa sentenza d’appello, laddove si legge testualmente: “All’odierna udienza, la causa veniva oralmente discussa e decisa come da dispositivo letto in udienza”.
Pertanto il quinto motivo di ricorso, ora in esame, va rigettato, perché infondato.
Parimenti infondati, tuttavia, risultano – all’esito dell’esame congiunto – il primo e secondo motivo.
3.1. Invero, anche nel rito del lavoro, sono ammissibili sentenze non definitive, per risolvere questioni preliminari di merito, in quanto assolvono – in modo rapido ed economico – le funzioni del processo – al pari delle sentenze definitive – senza pregiudicare i diritti delle parti e, peraltro, risultano esplicitamente previste (nel quarto comma dell’articolo 420 c.p.c.) – dovendosi ritenere incluse, tra le altre questioni pregiudiziali ivi contemplate, anche le questioni preliminari di merito – con la conseguenza che i vizi, relativi ad una sentenza non definitiva, possono essere fatti valere – secondo la giurisprudenza consolidata di questa Corte (vedine, per tutte, le sentenze n. 640/98, 10628, 6113/91, 3062/90, 4937, 1441/87, 4267/83) – solo con un gravame, che la investa direttamente e tempestivamente, e non già con l’impugnazione avverso la sentenza definitiva.
Inoltre il criterio distintivo – tra sentenza non definitiva e mera ordinanza istruttoria – va individuato, a prescindere dal nomen iuris dato al provvedimento, nella “spendita o meno del proprio potere decisorio da parte del giudice” (vedi, per tutte, Cass. n. 8158/97).
Alla luce dei principi di diritto enunciati, l’ordinanza del Pretore in data 29 aprile 1998 risulta correttamente qualificata sentenza non definitiva e, come tale, è stata ritualmente investita da appello.
3.2. Invero l’ordinanza, della quale si discute, decide la questione – di asserita “inammissibilità” della domanda, per intervenuta conciliazione in sede sindacale – ritenendola infondata, anziché limitasi a dare disposizioni per l’ulteriore prosecuzione del processo.
Né può dubitarsi che la questione decisa sia una questione preliminare di merito – se non, addirittura, il merito della causa – ove si consideri che la decisione definitiva della controversia – investita dal ricorso per cassazione – riposa, proprio, sull’opposta decisione della medesima questione.
Tanto basta per rigettare il primo motivo di ricorso, perché infondato.
Parimenti infondati, tuttavia, è il secondo motivo.
3.3. Invero, nelle controversie soggette al rito del lavoro, l’omessa lettura del dispositivo della sentenza all’udienza di discussione determina, per quanto si è detto, (non l’inesistenza; ma) la nullità della sentenza medesima – vizio che si converte in motivo di gravame, da farsi valere secondo le regole proprie del mezzo di impugnazione esperibile (in base al principio generale sancito dall’art. 161, comma 1°, c.p.c.) – senza che il giudice di secondo grado, che rilevi tale nullità dedotta con l’appello, possa – secondo la giurisprudenza consolidata di questa Corte (vedine, per tutte, le sentenze n. 6427/96, 11517, 6613/95, 4449, 533/88) – rimettere la causa al primo giudice – non ricorrendo alcuna delle ipotesi di rimessione, tassativamente previste (dagli art. 353 e 354 dello stesso codice di rito) – né limitare la pronunzia, alla mera declaratoria di nullità, dovendo decidere la causa nel merito.
Alla luce del principio di diritto enunciato, la sentenza impugnata non merita neanche le censure, che le vengono mosse con il secondo motivo di ricorso.
Fondato è, invece, il terzo motivo.
4.1. È ben vero, infatti, che l’interpretazione di una conciliazione è riservata, istituzionalmente, al giudice di merito – secondo la giurisprudenza di questa Corte (vedine le sentenze 10719/98, 5032/93, 2697/86, 2567/85, 780/67) – e, come tale, è sindacabile – in sede di legittimità – per violazione dei canoni legali di ermeneutica contrattuale (art. 11362 ss. c.c.) o per vizio di motivazione (art. 360, n. 5, c.p.c.).
Tuttavia, sono proprio vizi – deducibili, appunto, in sede di legittimità – ad inficiare l’interpretazione, che la sentenza impugnata propone per la dedotta conciliazione in sede sindacale.
4.2. Invero i canoni legali di ermeneutica contrattuale (art. 1362 – 1371 c.c.) sono governati da un principio di gerarchia – desumibile dal sistema delle stesse regole – in forza del quale – secondo la giurisprudenza costante di questa Corte (vedine, per tutte, le sentenze n. 4680/2002, 9636/2001, 4671/2000, 13351, 8584/99, 4815, 4811, 1940/98, 5715/97, 5893, 2372/96, 4563/95, 3963/93) – i canoni strettamente interpretativi (art. 1362 – 1365 c.c.) prevalgono su quelli interpretativi – integrativi (art. 1366 – 1371 c.c.) – quale va considerato anche il principio dell’interpretazione secondo buona fede (art. 1366 c.c.), sebbene questo rappresenti un punto di sutura fra i due gruppi di canoni – e ne escludono la concreta operatività, quando l’applicazione degli stessi canoni strettamente interpretativi risulti, da sola, sufficiente per rendere palese la comune intenzione delle parti stipulanti.
Nell’ambito dei canoni strettamente interpretativi (art. 1362 – 1365 c.c., cit.), poi, risulta prioritario il canone fondato sul significato letterale delle parole (di cui all’art. 1362, 1° comma c.c.), con la conseguenza che – quando quest’ultimo canone risulti sufficiente – l’operazione ermeneutica deve ritenersi utilmente, quanto definitivamente, conclusa.
Solo all’esito della corretta applicazione dei canoni strettamente interpretativi (art. 1362 – 1365, cit.) – e di quello letterale, che ne risulta prioritario (di cui all’art. 1362, 1° comma, c.c.) – compete, poi, al giudice di merito ogni opzione ermeneutica, nonché l’accertamento circa la (eventuale) insufficienza degli stessi canoni – e la conseguente necessità di ricorrere, in via sussidiaria, agli altri (di cui agli art. 1362, 2° comma – 1365 e, gradatamente, 1366 – 1371 c.c., cit.) – per identificare, nel caso concreto, la comune intenzione delle parti.
La sentenza impugnata si discosta dai principi di diritto enunciati e, peraltro, merita censure anche sotto il profilo del vizio di motivazione (art. 360, n. 5, c.p.c.).
4.3. Come è stato ricordato in narrativa, la sentenza impugnata, infatti, riconosce che il diritto al risarcimento del danno biologico e del danno morale (derivante dalla violazione dell’articolo 2087 c.c.) – fatto valere, nel presente giudizio, da F. B. – non risulta espressamente menzionato – nella dedotta conciliazione inter partes – ma vi risulta incluso, tuttavia, laddove “il B., nell’accettare la somma versatagli dalla A., dichiarava di non avere più nulla a pretendere, “rinunciando altresì ad ogni eventuale ulteriore diritto, azione, comunque direttamente o indirettamente connessi con il decorso rapporto di lavoro, dovendosi ritenere incluso – “in tale più ampia formulazione” – ogni diritto già sorto e, dunque, anche quello al risarcimento danno.
Intanto ne risulta trascurato – in violazione del canone ermeneutico prioritario, per quanto si è detto – il tenore letterale della conciliazione, che – mentre contempla, esplicitamente ed analiticamente, le rivendicazioni che formavano oggetto della lite da conciliare (“concernenti l’inquadramento ed il conseguente maggiore trattamento retributivo, il lavoro straordinario, l’anzianità e il TFR, ed altre minori rivendicazioni aventi un qualche contenuto economico, il tutto da definire insieme alla rivalutazione del capitale ed agli interessi) – non menziona, affatto, il diritto azionato nel presente giudizio.
Tanto basta per accogliere il terzo motivo di ricorso, ora in esame.
Oltre a violare il canone ermeneutico prioritario – sotto il profilo prospettato – l’interpretazione proposta dal Tribunale, tuttavia, riposa su una sorta di quietanza liberatoria (rilasciata dal lavoratore, a saldo di “ogni eventuale ulteriore diritto, azione, comunque direttamente o indirettamente connessi con il decorso rapporto di lavoro) – contenuta nella stessa conciliazione inter partes – sebbene la quietanza stessa non possa integrare rinuncia – secondo la giurisprudenza consolidata di questa Corte (vedine, per tutte, le sentenze n. 13975, 12411, 4442/99, 304/98, 19762/94, 12983/92, 296/90, 879/88, 8921/87, 2780, 2130, 157/86, 5551/85) – in difetto dell’indefettibile presupposto che il lavoratore abbia avuto l’esatta rappresentazione dei diritti, che intendeva dismettere in favore del proprio datore di lavoro, ma – a tutto concedere – può costituire soltanto mera manifestazione del convincimento soggettivo del lavoratore stesso di essere stato soddisfatto di tutti i suoi diritti, risolvendosi, quindi, in una dichiarazione di scienza – priva di qualsiasi effetto negoziale – e, come tale, affatto inidonea a precludere l’azione giudiziaria volta a far valere diritti, che non risultino soddisfatti effettivamente, e segnatamente – per quel che qui interessa – il diritto al risarcimento del danno biologico e del danno morale, fatto valere nel presente giudizio.
Peraltro – sul piano motivazionale – la sentenza impugnata, tra l’altro, non solo non adduce alcuna argomentazione – a sostegno della propria opzione ermeneutica – ma trascura, altresì, che la conciliazione in sede sindacale, della quale si discute, riguarda (ai sensi dell’art. 410 ss. c.p.c.) una controversia già dedotta in giudizio – e ne costituisce, ora, condizione di procedibilità (art. 412 bis c.p.c., introdotto dal sopravvenuto art. 39 del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 80) – con la conseguenza che l’oggetto della conciliazione stessa deve ritenersi – quantomeno in via presuntiva – limitato alle pretese dedotte in giudizio, ove non ne risulti l’estensione ad altre pretese (sul punto, vedi Cass. n. 8838/96).
Pertanto il terzo motivo di ricorso è fondato.
L’accoglimento, che ne consegue, assorbe – come è stato anticipato – il quarto motivo dello stesso ricorso.
La questione della disponibilità del diritto al risarcimento del danno biologico e del danno morale – che ne risulta prospettata – all’evidenza suppone, infatti, la decisione della questione – che forma oggetto, appunto, del terzo motivo – concernente l’inclusione dello stesso diritto tra quelli dismessi dal lavoratore con la dedotta conciliazione inter partes.
5. Pertanto – mentre vanno rigettati il primo, secondo e quinto motivo del ricorso – ne dev’essere accolto il terzo e dichiarato assorbito il quarto.
Per l’effetto, la sentenza impugnata dev’essere cassata – in relazione al motivo accolto – con rinvio ad altro giudice d’appello, designato in dispositivo, perché proceda al riesame della controversia – uniformandosi al principio di diritto enunciato – e provveda, contestualmente, al regolamento delle spese di questo giudizio di cassazione (art. 385, 3° comma, c.p.c.).
P.Q.M.
La Corte accoglie il terzo motivo del ricorso e ne dichiara assorbito il quarto; Rigetta gli altri motivi; Cassa la sentenza impugnata, in relazione al motivo accolto, con rinvio alla Corte d’appello di Lecce, anche per il regolamento delle spese di questo giudizio di cassazione.


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