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Editoriali Depenalizzazione: a chi conviene e a chi no

Editoriali Pubblicato il 18 novembre 2015

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> Editoriali Pubblicato il 18 novembre 2015

La depenalizzazione promette una giustizia più rapida ed efficiente, perché taglierebbe migliaia di processi che spesso finiscono in prescrizione. La riforma però rischia di pesare soltanto sulle vittime e di non intervenire positivamente sull’efficienza della giustizia.

 

Migliaia di processi passeranno dai giudici penali a quelli civili, le vittime dei reati dovranno sostenere ingenti spese legali e per loro sarà più difficile ottenere giustizia. Gli unici vantaggi di questa riforma potrebbero essere per i colpevoli e per le casse dello Stato.

Come vi abbiamo informato in un articolo di questa mattina (Depenalizzazione: tutti i reati abrogati), uno dei due schemi di decreti approvati dal Governo e ora all’esame del Parlamento prevede che alcuni reati si trasformino illeciti civili e non più penali.

Tra questi i più importanti e comuni sono i reati di ingiuria e danneggiamento, che da soli prometterebbero l’immediata chiusura di più di diecimila processi penali, con una drastica riduzione del carico di lavoro dei giudici di pace e dei tribunali e un effetto positivo sulla durata dei processi più rilevanti.

La riforma promette di rendere più efficiente la giustizia e più effettive le pene, dato che in buona parte dei casi, finora, questi reati non venivano puniti a causa della prescrizione o dei numerosi benefici che evitano al condannato di entrare in carcere per pene di pochi mesi di reclusione.

Il problema però non è risolto, perché per questi fatti da ora in poi non sarà evitato un processo, ma si trasferirà soltanto la competenza dal giudice penale a quello civile, con il rischio di ingolfare ancora di più la giustizia civile già notoriamente lenta in Italia, con una durata media dei processi, per tutti e tre i gradi di giudizio, di circa 8 anni.

Per assurdo a farne le spese potrebbero essere soprattutto le vittime.

Per ottenere giustizia, infatti, chi sarà vittima di uno di questi illeciti dovrà rivolgersi necessariamente ad un avvocato – sostenendone le spese – e potrà chiedere al giudice civile il risarcimento del danno subito solo dopo avere pagato il contributo unificato, che a seconda del valore del processo, può essere anche di qualche centinaio di euro.

La vittima inoltre non potrà più, come nel processo penale, contare soltanto sulla propria testimonianza, ma dovrà necessariamente portare al giudice altre prove, come documenti o dichiarazioni di altre persone presenti. È immaginabile quindi quanto sarà difficile provare fatti, come l’ingiuria, che spesso vengono commessi oralmente e senza la presenza di testimoni.

I colpevoli potranno quindi farla franca più facilmente e nei loro confronti l’efficacia della pena dipenderà dalle proprie condizioni economiche: una persona non agiata potrebbe doversi indebitare per una parola di troppo, mentre una ricca potrà offendere e danneggiare più a cuor leggero.

La riforma quindi rischia di risultare vantaggiosa solo per le casse dello Stato, che potranno incassare i contributi unificati e le sanzioni, mentre potrebbe divenire inutile o addirittura svantaggiosa per il funzionamento della giustizia e per la tutela dei diritti delle vittime di questi fatti.

L’obiettivo positivo di depenalizzare comportamenti di non particolare gravità e di accelerare i processi avrebbe forse richiesto l’introduzione di procedure più snelle e rapide e non il ricorso alle regole ordinarie del processo civile.


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