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Infedeltà coniugale: come ottenere la revoca dell’addebito

20 novembre 2015 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 20 novembre 2015



Tradimento: se la violazione dell’obbligo di fedeltà non è stata la vera causa della rottura si può chiedere la revoca dell’addebito della separazione; la domanda non può, tuttavia, essere presentata con istanza di modifica delle condizioni della separazione poiché riguarda fatti attinenti alla vita matrimoniale ormai cessata.

 

Sono separata dal 2008 con una sentenza che mi ha addebitato la separazione. Vorrei capire meglio se ci sono margini per togliere l’addebito nel mio caso visto che tra me e mio marito non c’era da molto tempo prima comunione spirituale tanto che, negli ultimi tre anni di matrimonio è intervenuta una terza persona a sancire questo dato di fatto.

  

La domanda della lettrice pone la necessità di soffermarsi due questioni fondamentali:

– quella relativa alla fondatezza di una pronuncia di addebito nel caso concreto

– e quella relativa alla sussistenza delle condizioni e dei termini di legge per chiedere la revoca del

provvedimento del tribunale.

CONDIZIONI E PRESUPPOSTI PER L’ADDEBITO

Riguardo al primo aspetto, la legge prevede che il giudice della separazione, qualora ne ricorrano le circostanze e ne sia fatta espressa richiesta da parte di uno (ma anche di entrambi i coniugi), possa dichiarare nella sentenza a chi dei due sia addebitabile la separazione [1].

Tale pronuncia comporta nei confronti del coniuge ritenuto responsabile del fallimento del matrimonio (è questo, infatti, il significato dell’addebito):

– la perdita dell’eventuale diritto ad un assegno di mantenimento che gli dovrebbe garantire un tenore di vita analogo a quello avuto durante il matrimonio (ma non quella agli alimenti, ossia un esborso necessario a far fronte alle necessità primarie di vita),

– una forte attenuazione dei diritti successori, dato che, al coniuge cui è stata addebitata la separazione spetta solo il diritto a un assegno vitalizio se al momento della apertura della successione egli godeva degli alimenti a carico del coniuge deceduto.

Affinché, tuttavia, il giudice possa dichiarare l’addebito a carico di uno dei coniugi, occorre che gli sia fornita prova in giudizio della sussistenza di due precise circostanze:

– che il coniuge per il quale si chiede l’addebito abbia volontariamente assunto durante la vita matrimoniale dei comportamenti in violazione dei doveri nascenti dal matrimonio (ossia l’obbligo alla fedeltà, all’assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell’interesse della famiglia, alla coabitazione, alla contribuzione ai bisogni della famiglia in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo) [2]

– e che tali violazioni siano l’effettiva causa della intollerabilità della convivenza, cioè, che siano state all’origine della rottura e del conseguente del fallimento del rapporto matrimoniale.

In altre parole, per poter addebitare la separazione, il magistrato deve accertare se sussista un rapporto di causa-effetto tra il comportamento trasgressivo di uno o di entrambi i coniugi ed il verificarsi dell’intollerabilità dell’ulteriore convivenza, o se, al contrario, la violazione dei doveri nascenti dal matrimonio si sia verificata quando era già in corso una situazione di crisi del rapporto coniugale o per effetto di essa [3].

Ove questa prova non venga fornita in corso di causa o, ancora, venga dimostrato che la crisi coniugale è avvenuta per motivi differenti e, magari, anche antecedenti alla violazione dei doveri matrimoniali, non potrà aversi alcuna pronuncia di addebito [4].

Con riferimento, poi, più nello specifico alla violazione dell’obbligo di fedeltà, cui richiama l’espressione della lettrice secondo cui “È intervenuta una terza persona a sancire questo dato di fatto negli ultimi tre anni di matrimonio” è bene chiarire a riguardo che l’infedeltà coniugale non comporta un automatico addebito della separazione.

Se è vero, infatti che la pronuncia di addebito si basa sulla violazione di uno dei doveri nascenti dal matrimonio (quale appunto quello di fedeltà), anche in questo caso occorre che sia stata data prova al giudice di un rapporto di causa-effetto tra l’adulterio e la separazione, in quanto occorre che il magistrato accerti che l’infedeltà ha costituito l’effettiva causa della rottura del matrimonio.

Pertanto, bisognerà provare al giudice non solo che vi sia stato tradimento, ma anche che esso abbia determinato l’intollerabilità della convivenza [5] o la lesione di diritti della personalità, come quello alla dignità, all’onore e alla reputazione [6] come quando, ad esempio, la relazione extraconiugale venga fatta conoscere anche all’ambiente esterno alla coppia.

Ciò è tanto vero che possono aver rilievo, ai fini dell’addebito, anche comportamenti che, pur non costituendo adulterio in senso stretto, sono comunque ritenuti ingiuriosi nei confronti del coniuge. Si parla in tal caso di” infedeltà apparente” di cui è un classico esempio la relazione platonica che, le sue manifestazioni esterne e l’ambiente ristretto di frequentazione dei coniugi, dà luogo a verosimili sospetti di infedeltà, offendendo l’onore e la dignità dell’altro coniuge [7]. Tali comportamenti si caratterizzano per il fatto di provocare nell’altro coniuge e nei terzi il fondato sospetto del tradimento, o sono posti in essere con l’intenzione e la consapevolezza di ledere l’onore e la dignità del coniuge anche in base al contesto sociale di appartenenza e alla sua sensibilità.

In altre parole, se la crisi tra i coniugi abbia preceduto il tradimento tale per cui, ad esempio, la convivenza tra marito e moglie aveva già una natura meramente formale (in sostanza i coniugi vivevano da separati in casa), in tal caso l’infedeltà non costituisce il motivo dell’intollerabilità della convivenza ma solo una sua diretta conseguenza [8].

Il giudice, nel verificare l’inesistenza di un diretto collegamento tra l’inosservanza del dovere coniugale e crisi del matrimonio, dovrà svolgere una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi da cui evincere la preesistenza di una crisi coniugale in un contesto di vita caratterizzato da una convivenza tra marito e moglie puramente formale [9].

Pertanto, anche qualora l’adulterio sia stato provato in giudizio, il coniuge che voglia evitare l’addebito, potrà dimostrare al giudice che la relazione extraconiugale (o il comportamento contrario ai doveri del matrimonio) è sopravvenuta in un contesto familiare già disgregato.

È perciò importante, al fine di valutare la fondatezza di una domanda di revoca della pronuncia di addebito, esaminare gli atti di causa e verificare, unitamente al proprio legale, sulla base di quali circostanze il giudice abbia ritenuto provata non solo la violazione dell’obbligo coniugale, ma anche la sua stretta correlazione con il fallimento del matrimonio.

FORME E TERMINI PER CHIEDERE LA REVOCA DELL’ADDEBITO

Ciò detto – e quindi ipotizzando che vi sia la possibilità di provare l’infondatezza della sentenza di addebito – resta in piedi il problema della sussistenza dei termini di legge per poter contestare la suddetta pronuncia.

Nel quesito, infatti, la lettrice afferma di essere “separata dal 2008”. Ebbene, se – come sembra di comprendere – alla sentenza di separazione non sia stato fatto appello nei termini (ossia 30 giorni dalla notifica ovvero un anno dalla pubblicazione della stessa [10]), la richiesta di revoca dell’addebito non potrebbe essere più presentata neanche tramite successivo ricorso per la modifica delle condizioni della separazione oppure in sede di giudizio di divorzio. L’addebito, infatti, attiene a circostanze ritenute provate, relative alla vita coniugale ormai cessata e sulle quali, in mancanza di impugnazione, è intervenuta una sentenza che fa “giudicato” e perciò immodificabile.

In parole semplici, solo per le condizioni presenti (e destinate a proseguire) al momento della pronuncia della separazione (ad esempio le condizioni economiche di uno dei coniugi), la legge prevede che si possa presentare in qualsiasi momento, ove intervenga un mutamento delle predette, una istanza (anche congiunta con il coniuge) di modifica delle medesime (ad esempio una richiesta di riduzione dell’assegno di mantenimento).

Pertanto, decorsi i suddetti termini per l’appello, resta solo la possibilità di proporre (ove ne sussistano i presupposti) una domanda di revocazione della sentenza [11]. Tale strumento consente di impugnare sentenze pronunciate in primo grado o in grado di appello anche se passate in giudicato al fine di ottenere una nuova valutazione del caso, in base a prove di cui il giudice non aveva potuto tenere conto in precedenza.

La revocazione può essere richiesta solo per specifici motivi che abbiano, per così dire, viziato, la valutazione del primo giudice. E nello specifico quando:

– la sentenza si basa sul dolo di una delle parti o sue prove dichiarate false;

– dopo la sentenza sono stati trovati uno o più documenti decisivi che la parte non aveva potuto produrre in giudizio per causa di forza maggiore o per fatto dell’avversario;

– la sentenza è l’effetto di un errore di fatto risultante dagli atti o documenti della causa;

– la sentenza è contraria ad altra precedente sentenza avente fra le parti autorità di cosa giudicata, purché non abbia pronunciato sulla relativa eccezione;

– la sentenza è effetto del dolo del giudice, accertato con sentenza passata in giudicato.

La domanda di revocazione si può presentare anche quando siano scaduti i termini per l’appello purché la scoperta dei fatti elencati (falsità, dolo, ecc) sia successiva alla scadenza dei suddetti termini.

note

[1] Art. 151 cod. civ.

[2] Art 143 cod. civ.

[3] Cfr. Cass. sent. n. 8862/12; Cass. n. 8873/12; Cass. n. 21245/10.

[4] Cfr. Cass. sent. e n.21245/2010 e n. n. 14042/2008.

[5] Cfr. Cass. sent. n. 27730/13, 13431/08, n. 7643/07, 13592/06 e Trib. Milano 8.04.11.

[6] Cfr. Cass. sent. n. 8929/13; 15557/08 e Trib. Brescia 14.10.06.

[7] Cfr .Cass. sent. n. 15551/08 e C. App. Perugia, sent. del 28.09.94.

[8] Cfr.Cass. sent. n. 8675/13; n. 18175/12; n. 9074/11.

[9] Cass. sent. n.8675/13.

[10] La L. n. 69 del 2009 ha ridotto il termine lungo da un anno a sei mesi, ma tale termine di sei mesi si applica solo alle cause incardinate, in primo grado, dopo la sua entrata in vigore.

[11] Ai sensi dell’art. 395 e ss. cod. civ.

Autore immagine: 123rf com

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