Fare la pipì per strada non è più reato, ma scatta il pignoramento

19 Novembre 2015
Fare la pipì per strada non è più reato, ma scatta il pignoramento

Atti contrari alla pubblica decenza: urinare in una pubblica via, anche senza urgenza, rientra nella lista dei reati depenalizzati.

Nel nuovo pacchetto “depenalizzazioni” approvato venerdì scorso dal Governo, alla lunga lista di reati trasformati in semplici illeciti amministrativi (per esempio gli atti osceni) o del tutto cancellati e sostituiti da una corrispondente sanzione civile (per es. l’ingiuria), si aggiunge anche l’atto di urinare per strada: esso infatti è attualmente punito, dal codice penale [1], in quanto atto contrario alla pubblica decenza. La norma del codice punisce chiunque compia atti contrari alla pubblica decenza in luoghi pubblici o aperti al pubblico.

Stante la mutevolezza nel tempo del concetto di pubblica decenza, il giudice è stato sino ad oggi chiamato a valutare la contrarietà ad essa degli atti posti in essere, in riferimento al sentire della collettività in un dato momento storico [2]. Ma le aule dei tribunali non hanno avuto problemi a sanzionare più volte chi ha fatto la pipì in mezzo alle foglie, anche dietro un albero o, peggio, a ridosso del muro di un palazzo (nel qual caso c’è pure il danneggiamento all’edificio).

In passato la Cassazione ha ritenuto scusabile solo la situazione di impellente bisogno fisiologico causato da motivi di salute o di età, e comunque con l’obbligo di appartarsi e nascondere i genitali [3]. Pertanto l’urgenza generica, dell’uomo medio, è stata sanzionata con l’arresto fino a un anno o l’ammenda da 1.000 a 10.000 euro.

Con la recente riforma al codice penale, il reato aveva titolo di rientrare tra i cosiddetti “fatti tenuti” per i quali – ferma restando la fedina penale ormai macchiata – il procedimento veniva archiviato direttamente, senza neanche l’applicazione della pena.

Oggi invece tutte le condotte contrarie alla pubblica decenza, ivi compreso l’urinare in mezzo alla piazza, sono depenalizzate: non si tocca più la fedina penale, ma scatta una sanzione amministrativa particolarmente salata (che prima non veniva, di fatto, più attuata). Si parte da un minimo di 5.000 euro a un massimo di 30.000 euro. E se il cittadino non paga, allora lo Stato avvia la riscossione coattiva. Il pignoramento dello stipendio, per esempio, per una banale pipì.


note

[1] Art. 726 cod. pen.

[2] Cass. sent. n. 31407/2006; n. 3254/1986.

[3] Cass. sent. n. 37823/2013.

Autore immagine: 123rf com


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