Professionisti Permesso di costruire: rapporto tra area disponibile e volume edificabile

Professionisti Pubblicato il 21 novembre 2015

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L’indice di fabbricabilità, volumi edilizi computabili e volumi tecnici.

L’indice di fabbricabilità

Il rapporto tra area disponibile e volume edificabile sulla stessa costituisce un parametro-cardine di riferimento per la richiesta del permesso di costruire e si correla all’indice di fabbricabilità fissato dallo strumento pianificatorio nella normativa di zona.

Appare opportuno ricordare che:

— l’indice di fabbricabilità territoriale (o “limite di densità edilizia territoriale”) designa la quantità massima di volumi realizzati o realizzabili entro un determinato ambito territoriale, come fissata dalle specifiche prescrizioni di piano, variabili per ciascuna delle zone territoriali omogenee.

Trattasi del valore percentuale con cui si esprime il rapporto massimo consentito tra metri cubi edificabili e metri quadrati della superficie di una determinata zona del territorio comunale;

— l’indice di fabbricabilità fondiario (o “limite di densità edilizia fondiaria”) è riferito, invece, alla singola area e definisce il volume massimo di edificazione (cubatura) ad essa relativa.

Trattasi del valore percentuale con cui si esprime il rapporto massimo consentito tra metri cubi edificabili e metri quadrati dell’area o lotto su cui va ad insistere la costruzione.

Le prescrizioni tecniche attuative degli strumenti urbanistici generali dispongono, di regola, che — ai fini del computo delle volumetrie massime consentite per l’edificazione sui lotti di terreno non si deve tener conto dei cd. volumi tecnici, cioè di quei volumi destinati ad ospitare impianti aventi un rapporto di strumentalità necessaria con l’utilizzazione dell’immobile (impianti idrici, tecnici, macchinari degli ascensori etc.) e che non possono essere sistemati all’interno della parte abitativa.

Viene per lo più prevista, invece, la computabilità nella volumetria complessiva dell’edificio dei locali sottotetto (soffitte, locali di sgombero, stenditoi chiusi), i quali assolvono funzioni complementari all’abitazione.

Interessanti decisioni si rinvengono in giurisprudenza:

—  «Se un lotto urbanisticamente unitario sia stato oggetto di uno o più interventi edilizi, la volumetria residua (o la superficie coperta residua) deve essere calcolata previa decurtazione della volumetria realizzata, essendo irrilevanti gli eventuali successivi frazionamenti catastali o le alienazioni parziali» (C. Stato, sez. III, 28 aprile 2009, n. 965/09, in Urbanistica e appalti, 2009, 1239).

—  «Ai fini della costruzione di nuovi volumi, è irrilevante che un lotto unitario sia catastalmente suddiviso in più particelle, essendo necessario considerare tutti i volumi già esistenti sull’intera area di proprietà» (C. Stato, sez. IV, 21 settembre 2009, n. 5637).

—  «Dal provvedimento edilizio abilitativo — il cui rilascio definisce le potenzialità edificatorie di un fondo, determinandone anche la cubatura assentibile in relazione ai limiti imposti dalla normativa urbanistica — sorge un vincolo di asservimento per cui, una volta esaurite le predette potenzialità, le restanti parti del fondo sono sottoposte ad un regime di inedificabilità che discende ope legis dall’utilizzazione del fondo medesimo.

Qualsiasi costruzione, anche se eretta senza il prescritto titolo, concorre al computo complessivo della densità territoriale.

In relazione ad immobili edificati prima dell’emanazione del D.M. 2 aprile 1968, n. 1444 e, comunque, nei casi in cui difetti legittimamente un provvedimento edilizio abilitativo, è in facoltà delle amministrazioni comunali dettare una disciplina urbanistico-edilizia che attribuisca rilievo, ai fini della identificazione dell’asservimento pertinenziale e, quindi, ai fini della determinazione della volumetria assentibile, a elementi anche provenienti dai privati richiedenti, in grado di consentire una ricognizione della reale situazione dei luoghi e del concreto carico edificatorio esistente» (C. Stato, ad. plen., 23 aprile 2009, n. 3, in riv. giur. edilizia, 2009, I, 449).

—  «Il diritto di edificare inerisce alla proprietà dei suoli nei limiti stabiliti dalla legge e dagli stru-menti urbanistici, tra i quali quelli diretti a regolare la densità di edificazione ed espressi negli indici di fabbricabilità; il diritto di edificare, pertanto, è conformato anche da tali indici, di modo che ogni area non è idonea ad esprimere una cubatura maggiore di quella consentita dalla legge e dallo strumento urbanistico e, corrispondentemente, qualsiasi costruzione, anche se eseguita senza il prescritto titolo, impegna la superficie che, in base allo specifico indice di fabbri-cabilità applicabile, è necessaria per realizzare la vo-lumetria sviluppata; di qui il principio secondo cui un’area edificatoria già utilizzata a fini edilizi è suscettibile di ulteriore edificazione solo quando la co-struzione su di essa realizzata non esaurisca la volu-metria consentita dalla normativa vigente al momento del rilascio dell’ulteriore permesso di costruire, dovendosi considerare non solo la superficie libera ed il volume ad essa corrispondente, ma anche la cubatura del fabbricato preesistente al fine di verificare se, in relazione all’intera superficie dell’area (superficie scoperta più superficie impegnata dalla costruzione preesistente), residui l’ulteriore volumetria di cui si chiede la realizzazione, a nulla rilevando che questa possa insistere su una parte del lotto catastalmente divisa» (C. Stato: sez. IV, 26 settembre 2008, n. 4647, in Urbanistica e appalti, 2009, 341; sez. V: 27 giugno 2006, n. 4117; 12 luglio 2005, n. 3777).

—  «Il D.M. 2 aprile 1968, che fissa gli standard di edificabilità delle aree edificabili, distingue la densità edilizia in territoriale e fondiaria: la densità territoriale è riferita a ciascuna zona omogenea e definisce il complessivo carico di edificazione che può gravare sull’intera zona, con la conseguenza che il relativo indice è rapportato all’intera superficie della zona; mentre la densità fondiaria è riferita alla singola area e definisce il volume massimo consentito su di essa, ed il relativo indice (cd. indice di fabbricabilità) va applicato all’effettiva superficie suscettibile di edificazione, con esclusione delle aree destinate ad uso pubblico.

Il piano regolatore generale, nella parte in cui prevede i limiti entro i quali l’area può essere edificata, si riferisce non alla edificazione ulteriore rispetto a quella già esistente al momento della sua approvazione, ma all’edificazione complessivamente realizzabile sull’area.

Un’area edificabile già interamente considerata in occasione del rilascio di una concessione edilizia non può essere considerata libera, agli effetti della volumetria realizzabile, ai fini del rilascio di una seconda concessione nella perdurante esistenza del primo edificio.

      Nel computo della volumetria assentibile in ciascuna zona di piano regolatore sono da ricomprendere anche gli edifici preesistenti.

Al fine del rispetto della volumetria assentita in sede di concessione edilizia, non rilevano le vicende private connesse alla disponibilità dell’area interessata; in particolare, la vendita di una parte dell’originario unico fondo successiva all’approvazione dello strumento urbanistico che stabilisce limiti alla relativa edificabilità implicandone l’esaurimento — così come il frazionamento del fondo da parte dell’originario unico proprietario — è irrilevante ai fini dell’inedificabilità delle aree libere, che devono comunque intendersi asservite alle costruzioni già realizzate» (C. Stato, sez. IV, 6 settembre 1999, n. 1402 in Cons. Stato, 1999, I, 1310).

—  «Qualora una porzione di suolo sia stata in concreto utilizzata ai fini del computo della cubatura occorrente per l’edificazione d’un manufatto edilizio, essa non può esser adoperata al medesimo scopo in futuro, neppure in caso d’ulteriore frazionamento ed alienazione dell’area libera residua, pervenendosi, in caso contrario, al nocivo risultato che il proprietario, dopo aver completamente sfruttato la vocazione edificatoria dell’area rimasta libera, la alieni per consentirne ad un terzo l’indebita ulteriore utilizzazione edificatoria» (C. Stato, sez. V: 10 maggio 2005, n. 2328; 26 settembre 2000, n. 5091).

—  «L’accertamento della volumetria disponibile ai fini edificatori dev’essere condotto con riferimento a ciascun lotto di terreno oggetto dell’intervento costruttivo, per cui, se una parte del lotto è stata già edificata, la volumetria già utilizzata va detratta da quella in astratto disponibile, anche nel caso in cui l’originaria unica area, dopo un piano intervento edilizio, sia suddivisa in due o più porzioni e indipendentemente dall’alienazione di queste ultime a soggetti terzi rispetto all’originario concessionario» (C. Stato, sez. V, 21 maggio 1999, n. 582, in Foro amm., 1999, 1002).

—  «Un’area edificatoria già utilizzata a fini edilizi è suscettibile di ulteriore edificazione solo quando la costruzione su di essa realizzata non esaurisca la volumetria consentita dalla normativa vigente al momento del rilascio dell’ulteriore permesso di costruire, dovendosi considerare non solo la superficie libera ed il volume ad essa corrispondente, ma anche la cubatura del fabbricato preesistente al fine di verificare se, in relazione all’intera superficie dell’area (superficie scoperta più superficie impegnata dalla costruzione preesistente), residui l’ulteriore volume-tria di cui si chiede la realizzazione» (C. Stato: sez. IV, 12 maggio 2008, n. 2177; sez. V, 12 luglio 2004, n. 5039, in Cons. Stato, 2004, I, 1531).

—  «Ai sensi dell’art. 7, 2° comma, L. 17 agosto 1942, n. 1150, nel caso in cui si debba accertare la potenzialità edificatoria di un’area sulla base di un piano urbanistico, occorre tener conto dei manufatti preesistenti, atteso che il piano, quando prevede i limiti entro i quali l’area può essere edificata, si riferisce non alla edificazione ulteriore rispetto a quella esistente al momento della sua approvazione, ma alla edificazione complessivamente realizzabile sull’area stessa» (T.a.r. Lombardia, sez. Brescia, 1 giugno 1998, n. 448, in Trib. amm. reg., 1998, I, 3058).

—  «Un’area edificatoria già utilizzata a fini edilizi è suscettibile di ulteriore edificazione solo quando la costruzione già realizzata non esaurisca la volumetria e la copertura consentita dalla normativa vigente al momento dell’ulteriore richiesta di concessione edilizia; pertanto, richiesta una nuova concessione edilizia, il sindaco deve computare la cubatura e la superficie del fabbricato preesistente e determinare se residui una ulteriore volumetria e superficie assentibile in relazione all’intera estensione dell’area (superficie scoperta più superficie impegnata dalla costruzione preesistente)» (T.a.r. Sicilia, sez. Catania, 16 maggio 1994, n. 937, in Trib. amm. reg., 1994, I, 2905).

—  «Ai fini del calcolo della volumetria disponibile su un lotto già parzialmente edificato, occorre considerare tutte le costruzioni che insistono sull’area, comprese quelle realizzate abusivamente, perché i limiti di volumetria sono posti a presidio di uno sviluppo ordinato e sostenibile del territorio e tale parametro è influenzato da tutti gli edifici esistenti, siano essi regolari o abusivi. Se così non fosse, del resto, l’edificazione abusiva godrebbe di un vantaggio ingiustificato e irragionevole rispetto a quella regolare» (T.a.r.. Valle d’Aosta, Aosta, sez. I, 15 febbraio 2008, n. 16).

—  «In sede di rilascio della concessione edilizia l’indice di fabbricabilità dei lotti va determinato mediante scomputo delle aree che il costruttore, a seguito di convenzione intervenuta con il comune, è obbligato a cedere gratuitamente a quest’ultimo per standard urbanistici» (C. Stato, sez. IV, 3 novembre 2008, n. 5467).

—  «In sede di considerazione dell’area in base alla quale si determina il volume della costruzione per la quale è chiesta la concessione edilizia, legittimamente si tiene conto dell’area delle strade interne al terreno (di accesso alle abitazioni), in quanto le strade da escludere sono solo quelle esterne (di collegamento col sistema viario pubblico, costituenti opera di urbanizzazione)» (C. Stato, sez. V, 7 novembre 1990, in Cons. Stato, 1990, I, 1372).

—  «Il vincolo di rispetto stradale, se impone l’ine-dificabilità nella fascia individuata come vincolata, non impedisce che la medesima area possa essere considerata utile ai fini del computo della superficie minima richiesta per l’edificabilità» (C. Stato, sez. IV, 31 gennaio 2005, n. 253).

—  «In sede di rilascio di concessione edilizia il volume del sottotetto va computato ai fini della volumetria consentita ove, a prescindere dalle formali indicazioni contenute nel progetto in ordine alla sua destinazione, l’altezza dello stesso e la sua struttura lo rendono oggettivamente idoneo alla destinazione abitativa» (C. Stato, sez. IV, 27 giugno 2006, n. 4167).

—  «La volumetria di un edificio dev’essere calcolata con riferimento all’opera in ogni suo elemento costitutivo, e quindi anche con riguardo a corpi sporgenti aggettanti, ancorché non suscettibili d’utilizzazione abitativa; pertanto, devono essere considerati organismi edilizi anche i porticati coperti, allorquando questi siano di natura o consistenza tali da ampliare in superficie o volume l’edificio stesso, nonché i locali sottotetto» (C. Stato, sez. V, 14 ottobre 1998, n. 1467, in Cons. Stato, 1998, I, 1579).

—  «In tema di attività edilizia, anche i locali interrati devono essere computati ai fini volumetrici, perché detto calcolo deve essere effettuato, salvo che non viga un’espressa disposizione contraria, con riferimento all’opera in ogni suo elemento, ivi compresi gli ambienti seminterrati ed interrati funzionalmente asserviti, giacché nel concetto di costruzione rientra ogni intervento edilizio che abbia rilevanza urbanistica, in quanto incide sull’assetto del territorio ed aumenta il cd. carico urbanistico e tali sono pure i piani interrati cioè sottostanti al livello stradale» (Cass. pen., sez. III: 9 luglio 1999, Boccellari; 23 maggio 1997, Ciotti).

Volumi edilizi computabili

—  «I balconi aggettanti sono quelli che sporgono dalla facciata dall’edificio, costituendo solo un prolungamento dell’appartamento dal quale protendono, non svolgono alcuna funzione di sostegno né di necessaria copertura, come viceversa è riscontrabile per le terrazze a livello incassate nel corpo dell’edificio, con la conseguenza che mentre i primi, quelli aggettanti, non determinano volume dell’edificio, nel secondo caso essi costituiscono corpo dell’edificio e contribuiscono quindi alla determinazione del volume (nella specie, è stato affermato che i balconi chiusi su tre lati costituiscano superficie coperta e quindi concorrano alla determinazione del volume edificato)» (C. Stato, sez. IV, 7 luglio 2008, n. 3381).

—  Le tettoie, delimitate entrambe su due lati da mura perimetrali ed una delle quali munita di pareti di chiusura di parte dello spazio coperto dalla tettoia, costituiscono, senza dubbio, un volume edilizio in quanto in materia urbanistico edilizia il presupposto per l’esistenza di un volume edilizio è costituito dalla costruzione di (almeno) un piano di base e due superfici verticali contigue [T.a.r. Piemonte n. 2824 del 12 luglio 2005; T.A.R. Liguria, I, 12 dicembre 1989, n. 943; T.A.R. Sicilia – Catania, 30 settembre 1994, n. 2171]» (T.A.R. Campania Napoli, Sez. IV, 21 novembre 2006, n. 10122).

 

 

I volumi tecnici

I volumi tecnici non vanno computati nel calcolo della volumetria massima consentita, purché si pongano in rapporto di funzionalità necessaria rispetto all’utilizzazione della costruzione cui ineriscono e non assumano caratteristiche di vani chiusi utilizzabili come tali o abitabili.

Il significato di volumi tecnici è illustrato nella circolare ministeriale, che appare opportuno di seguito integralmente trascrivere:

Circolare del Ministero dei lavori pubblici n. 2474 del 3-1-1973: «Alcuni Comuni hanno chiesto a questo Ministero — in data anteriore al 1-4-1972 — di chiarire la portata del termine «volumi tecnici» e ciò al fine di escludere i volumi stessi dal calcolo della cubatura utile dell’edificio.

Questo Ministero ha sottoposto la questione al parere del Consiglio Superiore dei LL.PP., che si è espresso in merito con voto n. 214 del 14-3-1972, facendo innanzitutto presente che alla locuzione “volumi tecnici” deve darsi in via generale un significato aderente alle reali necessità edificatorie e tale, soprattutto, da non consentire violazione della disciplina urbanistico-edilizia vigente. Precisa, poi, codesto Consesso che i volumi tecnici debbono:

1) avere stretta connessione con la funzionalità degli impianti tecnici indispensabili per assicurare il comfort abitativo degli edifici

2) essere determinati dalla impossibilità tecnica di poterne provvedere l’inglobamento entro il corpo della costruzione realizzabile nei limiti della normativa.

Ciò premesso, il Consiglio Superiore propone la seguente definizione:

«Devono intendersi per volumi tecnici, ai fini della esclusione dal calcolo della volumetria ammissibile, i volumi strettamente necessari a contenere ed a consentire l’eccesso di quelle parti degli impianti tecnici (idrico, termico, elevatorio, televisivo, di parafulmine, di ventilazione ecc.) che non possono, per esigenze tecniche di funzionalità degli impianti stessi, trovare luogo entro il corpo dell’edificio realizzabile nei limiti imposti dalle norme urbanistiche».

A titolo esemplificativo il Consiglio Superiore fa presente che sono da considerare «volumi tecnici» quelli strettamente necessari a contenere i serbatoi idrici, l’extracorsa degli ascensori, i vasi d’espansione dell’impianto di termosifone, le canne fumarie e di ventilazione, il vano scala al di sopra delle linee di gronda. Non sono invece da intendere come volumi tecnici i bucatai, gli stenditoi coperti, i locali di sgombero e simili.

In ogni caso la sistemazione dei volumi tecnici non deve costituire pregiudizio per la validità estetica dell’insieme architettonico.

Precisa, infine, il Consiglio Superiore che la definizione surriferita dell’espressione può trovare applicazione soltanto nei casi in cui i volumi tecnici non siano diversamente definiti o disciplinati dalle norme urbanistico-edilizie vigenti nel Comune.

Questo Ministero condivide pienamente il parere del Consiglio Superiore dei lavori pubblici. Tuttavia poiché le funzioni statali, nella materia di cui trattasi, sono state ormai trasferite alle Regioni, si pregano le SS.LL. di voler portare quanto sopra a conoscenza degli organi regionali per le determinazioni che essi riterranno di adottare».

Alcune pronunzie giurisprudenziali hanno ricondotto i volumi tecnici nell’ambito della categoria della manutenzione straordinaria (così C. Stato, sez. V, 1 marzo 1993, n. 301, in Cons. Stato, 1993, I, 343).

In giurisprudenza:

—  «Ai fini del calcolo della volumetria, sono esclusi i soli volumi tecnici destinati ad ospitare impianti aventi un rapporto di strumentalità necessaria per l’utilizzazione dell’immobile (impianti idrici, tecnici, macchine per ascensori, etc.) e non anche quelli utilizzabili od adattabili ad uso abitativo» (C. Stato, sez. V, 23 marzo 1991, n. 329, in Cons. Stato, 1991, I, 468).

—  «I volumi tecnici non computabili per il calcolo della volumetria ammessa sono soltanto quelli destinati ad impianti aventi un rapporto di strumentalità necessaria con l’utilizzazione dell’immobile, mentre restano esclusi dalla nozione e sono computabili nel volume i vani che assolvono funzioni complementari all’abitazione, quali quelli di sgombero, le soffitte e gli stenditoi chiusi» (C. Stato, sez. V, 16 settembre 2004, n. 6038).

—  «Sono volumi tecnici quelli esclusivamente adibiti alla sistemazione di impianti aventi un rapporto di strumentalità necessaria con l’utilizzo della costruzione e che non possono essere ubicati all’interno della parte abitativa; pertanto, non sono tali i locali complementari all’abitazione, quali le soffitte, gli stenditoi chiusi o quelli «di sgombero», con la conseguenza che essi sono computabili ai fini della volumetria consentita; del pari, non è volume tecnico il piano di copertura, impropriamente definito sottotetto, ma costituente, in realtà, una mansarda in quanto dotato di rilevante altezza media rispetto al piano di gronda» (C. Stato: sez. IV, 7 febbraio 2011, n. 812; 28 gennaio 2011, n. 678; sez. V, 31 gennaio 2006, n. 354; sez. V, 13 maggio 1997, n. 483).

—  «I cd. volumi tecnici si identificano con quelli strettamente necessari a contenere e a consentire quella parte di impianti tecnici a servizio dell’edificio (impianto idrico, termico, televisivo, di parafulmine, di ventilazione etc.) che non possono essere compresi, per esigenze tecniche funzionali, entro il corpo dell’edificio stesso, quale sarebbe realizzabile secondo i limiti imposti dalle norme urbanistiche; resta pertanto estraneo a tale nozione il volume del vano scale» (C. Stato, sez. IV, 4 maggio 2010, n, 2565 in Vita not., 2010, 748).

—  «Per volumi tecnici (cioè quelli dei quali non si tiene conto al fine dell’accertamento di conformità del progetto per la costruzione di un edificio alle volumetrie massime consentite nelle singole zone edificabili) s’intendono soltanto quelli destinati ad ospitare impianti aventi un rapporto di strumentalità necessaria con l’utilizzazione dell’immobile e che non possono essere sistemati all’interno della parte abitativa (impianti idrici, termici, macchine degli ascensori etc.), con la conseguenza che non vi rientrano i vani utilizzati ad es. come stenditoi, soffitte o locali di sgombero, e tanto meno locali che risultino agevolmente adattabili ad uso abitativo, i quali quindi devono necessariamente essere computati nella volumetria complessiva dell’edificio» (C. Stato, sez. V, 8 settembre 1983, n. 367, in Riv. giur. edilizia, 1983, I, 841).

—  «I “volumi tecnici” sono i volumi – non utilizzabili né adattabili ad uso abitativo- strettamente necessari a contenere ed a consentire l’accesso di quelle parti degli impianti tecnici che non possono, per esigenze tecniche di funzionalità degli impianti stessi, trovare allocazione all’interno della parte abitativa dell’edificio realizzabile nei limiti imposti dalle norme urbanistiche» (Cass. pen., sez. III: 3 ottobre 2008, n. 37575, Ronconi; 21 maggio 2008, n. 20267, Valguarnera).

—  «Sono volumi tecnici solo quelli adibiti alla sistemazione di impianti (riscaldamento ascensore etc.) aventi un rapporto di strumentalità necessaria con l’utilizzo della costruzione e che non possono essere ubicati all’interno della parte abitativa (cfr. Cons. St., Sez. V, 31-1-2006, n. 354). I volumi tecnici non rientrano nel conteggio dell’indice edificatorio, in quanto non sono generatori del c.d. carico urbanistico e la loro realizzazione è finalizzata a migliorare la funzionalità e la salubrità delle costruzioni. Essi non possono essere ubicati all’interno della parte abitativa, sicché non sono tali i locali complementari all’abitazione (cfr. Cons. St., Sez. V, 13-5-1997, n. 483), come le soffitte o i bagni, destinati a formare un’unica unità abitativa e privi di una effettiva destinazione ad impianti tecnologici. Il beneficio del mancato computo volumetrico (derivante dalla iscrizione al concetto di volume tecnico) risulta necessariamente condizionato alla sussistenza dei suddetti presupposti, cosicché non può esistere volume tecnico laddove si tratti di vani che presentano tutte le caratteristiche per essere adibiti all’abitazione» (T.a.r. Lombardia, Brescia, sez. I, 11 febbraio 2010, n. 712).

—  «Per l’identificazione della nozione di volume tecnico assumono valore tre ordini di parametri: a) il primo, positivo, di tipo funzionale, relativo al rapporto di strumentalità necessaria tra il manufatto con l’utilizzo della costruzione; b) il secondo ed il terzo, negativi, ricollegati da un lato all’impossibilità di soluzioni progettuali diverse, nel senso che tali costruzioni non devono poter essere ubicate all’interno della parte abitativa, e dall’altro lato ad un rapporto di necessaria proporzionalità fra tali volumi e le esigenze effettivamente presenti: ne deriva che tale nozione può essere applicata solo alle opere edilizie completamente prive di una propria autonomia funzionale, anche potenziale, ed invece è esclusa rispetto a locali, in specie laddove di ingombro rilevante, tali da mutare la consistenza dell’edificio, in quanto oggettivamente incidenti in modo significativo sui luoghi esterni (cfr., ex multis, T.a.r. Liguria, Genova, sez. I, 30 gennaio 2007, n. 101; T.a.r. Puglia, Lecce, sez. I, 22 novembre 2007, n. 3963; T.a.r. Campania, Salerno, sez. II, 3 agosto 2006, n. 1119; T.a.r. Campania, Napoli, sez. IV, 28 febbraio 2006, n. 2451)» (T.a.r. Campania, Salerno, sez. II, 13 luglio 2009, n. 3987).

Diritto-Urbanistico


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