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Permesso di costruire, la domanda e il silenzio assenso dell’amministrazione

21 novembre 2015 | Autore:


> L’esperto Pubblicato il 21 novembre 2015



Il silenzio-assenso quale misura di semplificazione procedimentale di generale applicazione.

La previsione della formazione del silenzio-assenso nel procedimento di rilascio del permesso di costruire si adegua al sistema delineato dall’art. 20 della legge 7-8-1990, n. 241, che — dopo le modifiche introdotte dalla legge n. 80/2005 — ha generalizzato e reso di immediata applicazione la previsione secondo la quale in tutti i casi in cui la pubblica amministrazione non dà risposta, entro i termini di cui all’art. 2, commi 2 e 3, della stessa legge n. 241/1990, ad una istanza di rilascio di provvedimenti amministrativi, il suo silenzio ha valore di provvedimento amministrativo di accoglimento, senza necessità di ulteriori istanze o diffide e fatta comunque salva l’applicazione del precedente art. 19 (in materia di SCIA).

Secondo il modificato art. 20 della legge n. 241/1990 il silenzio equivale, dunque, al provvedimento amministrativo e ciò non incide in senso abrogativo sull’esistenza del regime autorizzatorio, che rimane inalterato, ma introduce una modalità semplificata di conseguimento dell’autorizzazione.

In costanza della normativa previgente le ipotesi in cui la legge attribuiva al protrarsi dell’inerzia amministrativa valore di accoglimento dell’istanza erano reputate di carattere eccezionale (concretizzandosi, per converso, in linea generale, la figura del silenzio-rifiuto o inadempimento); con il novellato art. 20, invece, tale ottica ermeneutica risulta ribaltata ed il silenzio-assenso si è affermato come istituto di carattere generale, con la conseguente marginalizzazione del silenzio-rifiuto.

Viene evidenziato in dottrina (BOSCOLO) che “il silenzio-assenso non può avere altro significato che quello di una misura di semplificazione, tesa ad evitare che gli effetti impeditivi riconducibili alla mancata emanazione del provvedimento abilitativo vengano a gravare sul richiedente nelle situazioni di patologica inerzia dell’amministrazione”:

L’introduzione del silenzio-assenso, pertanto (come rilevato da TRAVI già nel 1985), non determina alcun affievolimento-depotenziamento del dovere di provvedere in termini espliciti e tempestivi sulla domanda del richiedente ed in tal senso si è espressa anche la Corte Costituzionale con la sentenza 17 dicembre 1997, n. 4040.

Si afferma in tal modo “la natura rimediale e straordinaria del silenzio-assenso, istituto pensato unicamente in chiave protettiva del richiedente, e la irrinunciabilità dell’atto esplicito, debitamente motivato anche per ragioni di trasparenza e di piena intelligibilità delle decisioni pubbliche” (BOSCOLO) e ciò specialmente nel settore edilizio, in cui il controllo preventivo dell’amministrazione è preordinato ad evitare l’avvio di attività volte a modificare l’assetto territoriale in termini non agevolmente reversibili.

In materia edilizia, non può formarsi il silenzio-assenso sull’istanza di rilascio del permesso di costruire quando difettino i presupposti essenziali della richiesta attività edificatoria (es.: inedificabilità assoluta, contrasto con la pianificazione di zona o insussistenza di un adeguato livello di urbanizzazione) ovvero quando l’istanza medesima non è accompagnata da tutti i requisiti previsti dalla legge ed in tal caso il Comune può provvedere negativamente anche con provvedimento tardivo.

Il contrasto del progetto con le prescrizioni che non costituiscono presupposti essenziali dell’edificazione, invece, non impedisce la formazione del silenzio-assenso e l’amministrazione non può formulare un diniego tardivo, conservando la possibilità di rimuovere il titolo formatosi per silenzio attraverso l’esercizio del potere di autotutela previsto dagli artt. 21nonies e 21quinquies della legge n. 241/1990, ove ne sussistano i presupposti, con le conseguenze di cui all’art. 38 del T.U. n. 380/2001 (vedi T.a.r. Campania, Napoli: sez. VII, 16 dicembre 2009, n. 8834, in Riv. giur. edilizia, 2010, I, 501; sez. VIII, 10 settembre 2010, n. 17398, in Foro amm.- Tar, 2010, 2926).

Al riguardo non può negarsi, comunque, l’incertezza della distinzione tra il difetto dei presupposti essenziali, la cui carenza preclude la formazione del silenzio-assenso, e le altre violazioni delle prescrizioni edificatorie che non si pongono come ostative alla formazione del tacito assentimento.

La precedente disciplina del silenzio-assenso sulle istanze di concessione edilizia

L’art. 31 della legge n. 1150/1942, in relazione alla procedura di rilascio della licenza edilizia, prevedeva che il silenzio dell’amministrazione, una volta decorso il termine di 60 giorni dalla presentazione della domanda, assumesse significato e qualificazione giuridica di silenzio-rifiuto, impugnabile dai soggetti interessati davanti al giudice amministrativo.

L’art. 8 del D.L. 23 gennaio 1982, n. 9, convertito con modificazioni nella legge 25 marzo 1982, n. 94, però — al fine di ovviare all’inerzia dei Comuni nella delibazione delle istanze concessorie — introdusse procedure semplificate in virtù delle quali, sussistendo determinate condizioni, il silenzio veniva considerato non già come un rifiuto bensì come assentimento della domanda (silenzio-assenso).

L’innovazione non aveva efficacia retroattiva e non era estensibile, quindi, alle situazioni pregresse.

L’applicabilità di tali procedure era limitata agli interventi edilizi da realizzare:

  1. su aree dotate di strumenti urbanistici attuativi vigenti (ed approvati non anteriormente all’entrata in vigore della legge 6-8-1967, n. 765);
  2. ovvero nelle ipotesi in cui lo strumento urbanistico generale vigente (approvato non anteriormente all’entrata in vigore della legge n. 765/1967) ammetteva, come atto dovuto, il rilascio di concessioni singole, senza bisogno di strumenti intermedi di pianificazione.

Nei Comuni con popolazione superiore a 30.000 abitanti la possibilità di avvalersi del silenzio-assenso era inoltre subordinata al rilascio del cd. «certificato urbanistico» (in cui dovevano essere indicate tutte le prescrizioni urbanistiche ed edilizie riguardanti l‘area o gli immobili interessati) ed alla presentazione di una domanda di concessione in cui il progettista attestava che il progetto costituente oggetto della domanda era conforme al certificato stesso.

Il regime del silenzio-assenso previsto dall’art. 8 del D.L. n. 9/1982, convertito nella legge n. 94/1982, può così delinearsi:

— la domanda rivolta ad ottenere la concessione edificatoria si intendeva accolta qualora, entro 90 giorni dalla presentazione di essa e del relativo progetto, non fosse stato comunicato un provvedimento motivato di diniego;

— in tal caso, il richiedente poteva dare corso ai lavori, dando comunicazione del loro inizio e previa corresponsione al Comune del contributo concessorio, dallo stesso richiedente calcolato in via provvisoria, salvo conguaglio sulla base delle determinazioni degli organi comunali;

— i Comuni con popolazione superiore a 30.000 abitanti erano tenuti a rilasciare (a domanda di chi aveva titolo alla concessione edilizia) un certificato in cui erano indicate tutte le prescrizioni urbanistiche ed edilizie riguardanti l’area o gli immobili interessati;

— la domanda di concessione (nei Comuni con popolazione superiore a 30.000 abitanti) doveva contenere un’attestazione di conformità al certificato anzidetto, resa dal progettista anche ai sensi dell’art. 373 del codice penale;

— qualora norme statali, regionali o comunali avessero previsto la necessità di ulteriori e diversi atti (quali visti, autorizzazioni, nulla-osta o altro) nel procedimento per il rilascio della concessione: gli stessi atti si intendevano assentiti se non intervenivano entro il termine di 60 giorni dalla presentazione della relativa domanda;

l’istanza per il rilascio della concessione doveva essere corredata di tutti i provvedimenti abilitativi richiesti da norme statali, regionali o comunali, anche se soltanto assentiti a seguito di mancata pronuncia (entro il termine di 60 giorni dalla presentazione della relativa domanda).

— l’avvenuta formazione del silenzio-assenso precludeva alla amministrazione ogni ulteriore determinazione autoritativa, sia favorevole sia negativa, in ordine alla richiesta sottoposta al suo esame e pertanto sarebbe stato illegittimo un provvedimento di diniego espresso adottato oltre il decorso del termine prescritto;

— l’amministrazione, comunque, poteva sempre rimuovere la illegittimità da cui fosse eventualmente affetta la concessione tacitamente assentita, avvalendosi del potere di annullamento d’ufficio.

L’esercizio di tale potere era però condizionato al preventivo esperimento di modalità procedimentali che avevano la funzione di consentire all’interessato un minimo di contraddittorio, offrendogli la facoltà — qualora i vizi fossero emendabili — di sanarli con le opportune modifiche.

L’autorità competente, infatti, doveva previamente indicare agli interessati gli eventuali vizi delle procedure amministrative e gli elementi progettuali o esecutivi che risultassero in contrasto con le norme ed i regolamenti vigenti, assegnando altresì un termine (non inferiore a 30 e non superiore a 90 giorni) per provvedere a quanto richiesto;

— l’istituto del silenzio-assenso non era applicabile nelle ipotesi in cui fossero state adottate misure di salvaguardia in attesa dell’approvazione di uno strumento pianificatorio ancora in itinere;

— l’inizio dei lavori doveva essere comunicato al Sindaco ed era prevista inoltre la preventiva autotassazione in riferimento al contributo concessorio, fermo restando l’obbligo di corrispondere l’eventuale legittimo conguaglio, a richiesta dell’amministrazione comunale.

L’art. 8 della legge n. 94/1982 prevedeva come transitorio l’istituto del silenzio-assenso e ne fissava la data di scadenza al 31 dicembre 1984.

Tale termine, però, venne costantemente prorogato anno dopo anno: con la legge 1-3-1985, n. 42 (al 31 dicembre 1987); con la legge 29-2-1988, n. 47 (al 31 dicembre 1989); con la legge 31-5-1990, n. 128 (al 31 dicembre 1990); con la legge 20-5-1991, n. 158 (al 31 dicembre 1991).

Intervenne, quindi, la legge 17 febbraio 1992, n. 179, che (all’art. 23, 4° comma) soppresse il termine medesimo: il procedimento in oggetto, dunque, venne a perdere qualsiasi carattere di transitorietà.

La decretazione di urgenza — a partire dal D.L. 8-4-1993, n. 101 — continuò a specificare la procedura dell’assentimento silenzioso, configurando l’istituto in termini generali, senza quelle limitazioni (sia di oggetto sia temporali) che caratterizzavano le previsioni della legge n. 94/1982, e ciò fino al D.L. 5-10-1993, n. 398.

In sede di conversione di quest’ultimo decreto (dopo che gli altri erano decaduti ed erano stati sostituiti) il legislatore, però, cambiò improvvisamente orientamento e, con l’art. 4 della legge 4-12-1993, n. 493, cancellò l’istituto, sancendo il ritorno alla regola generale della concessione espressa con eventuale nomina di un commissario ad acta per lo svolgimento della necessaria istruttoria e l’emanazione del provvedimento formale.

Un’effimera «resurrezione» della procedura del silenzio-assenso si ebbe con il D.L. 26-7-1994, n. 468, non convertito e sostituito con i DD.LL. n. 551/1994 e n. 649/1994; ma il D.L. 26-1-1995, n. 24 ripudiò nuovamente l’istituto e tale ripudio venne confermato dalla legge n. 662/1996.

Gli artt. 20 e 21 del T.U. n. 380/2001 — come formulati anteriormente alle modifiche apportate dal D.L. 13-5-2011, n. 70, convertito dalla legge 12-7-2011, n. 106 — nella procedura di rilascio del permesso di costruire, avevano previsto la formazione del silenzio-rifiuto, con possibilità dell’intervento sostitutivo di un commissario ad acta di nomina regionale; mentre l’art. 136 dello stesso T.U. ha espressamente abrogato sia l’art. 8 del D.L. n. 9/1982, convertito con modificazioni dalla legge 25-3-1982, n. 94, sia l’art. 4 del D.L. n. 398/1993, convertito con modificazioni dalla legge n. 493/1993, nel testo sostituito dall’art. 2, comma 60, della legge n. 662/1996, come successivamente modificato.

Il rilascio del permesso di costruire: il provvedimento formale

La legge non prevede prescrizioni particolari circa la forma del provvedimento di rilascio del permesso di costruire: è necessario, comunque, un atto scritto evidenziante chiaramente l’adesione alla richiesta dell’interessato.

Tale atto — implicando un accertamento di carattere vincolato costituito dalla verifica della conformità della richiesta con la normativa urbanistico-edilizia — non necessita di altra motivazione oltre quella relativa alla corrispondenza dell’istanza a detta normativa (C. Stato, sez. IV, 1 aprile 2011, n. 2050).

Secondo la giurisprudenza:

—  «La licenza di costruzione ancorché non debba essere necessariamente contenuta in un atto tipico, deve risultare da un atto scritto dal quale emerga — secondo una valutazione riservata al giudice del merito — l’inequivocabile volontà dell’amministrazione comunale di autorizzare la costruzione» (Cass., 5 maggio 1988, n. 3344).

—  «In materia di costruzione edilizia, la concessione del sindaco deve consistere in un atto formale e sottoscritto che non ammette equipollenti; irrilivanti sono, pertanto, le assicurazioni o le autorizzazioni verbali anche se date dal sindaco stesso» (Cass., 21 maggio 1982, in Riv. pen., 1983, 610).

—  «Il provvedimento del sindaco che autorizza la costruzione edilizia, pur non dovendo rispondere a formalità particolari, deve assumere forma scritta in modo che sia documentalmente individuabile, non può essere tacito o implicito, ma deve contenere in modo definitivo e non equivoco la manifestazione di volontà del sindaco di consentire una costruzione determinata» (Cass., 30 aprile 1982, in Riv. pen., 1983, 609).

—  «La concessione edilizia, quale provvedimento tipico emesso dal sindaco non è surrogabile né da manifestazioni tacite di consenso né da atti autorizzatori di oggetto diverso, benché inerenti a quello edificatorio (nel caso è stato ritenuto che, per la costruzione di cabine balneari, non fosse sufficiente l’autorizzazione della capitaneria del porto e del sindaco allo spianamento del suolo)» (Cass., 17 giugno 1982, in Riv. pen., 1983, 609).

—  «Non è equipollente a licenza l’attestazione del sindaco all’ufficio del genio civile, che deve rilasciare l’autorizzazione ai sensi della normativa antisismica, che la costruzione progettata non contrasti con la disciplina urbanistica» (Cass., 4 marzo 1981, in Riv. pen., 1981, 822).

—  «Il procedimento di rilascio di una concessione di costruzione edilizia deve ritenersi perfezionato allorquando il Comune comunica all’interessato il proprio assenso all’inizio dei lavori, subordinandolo solo alla condizione del versamento degli oneri relativi» (C. Stato, sez. V, 27 settembre 1996, n. 1152, in Cons. Stato, 1996, I, 1342).

—  «La concessione di costruzione non deve necessariamente essere contenuta in un atto tipico, essendo sufficiente che trattisi di atto scritto dal quale risulti l’inequivocabile volontà dell’amministrazione di autorizzare la costruzione» (C. Stato, sez. V, 2 marzo 1983, n. 64, in Cons. Stato, 1983, I, 251).

—  «Il rilascio del certificato di abitabilità o di pareri favorevoli interni al procedimento per la concessione edilizia non sostituiscono il titolo concessorio, attesa la loro diversa natura e finalità» (C. Stato, sez. IV, 26 aprile 2006, n. 2304, in Riv. giur. edilizia, 2006, I, 1301).

—  «Non è idoneo a sostituire la concessione edilizia il parere favorevolmente espresso dal sindaco ai fini dell’autorizzazione prefettizia all’installazione dei depositi di carburante, atteso che tale parere è emesso con specifico ed esclusivo riferimento alle norme di polizia locale ed a quelle di sicurezza, e però senza alcun riferimento alle norme edilizie» (C. Stato, sez. V, 27 novembre 1981, n. 607, in Riv. giur. edilizia, 1982, I, 108).

—  «La richiesta di pagamento dei contributi per oneri di urbanizzazione di cui all’art. 5 L. 28 gennaio 1977, n. 10, contenuta in una nota nella quale l’autorità comunale fa però esplicito riferimento all’istanza di concessione in fase istruttoria, non può qualificarsi come provvedimento implicito di concessione edilizia» (C. Stato, Ad. plen., 15 marzo 1989, n. 5, in Foro amm., 1989, 493).

—  «L’atto con il quale il sindaco comunica l’ammontare dei contributi dovuti ed avverte l’interessato che dovrà presentarsi presso gli uffici comunali per il ritiro della concessione edilizia equivale a comunicazione dell’avvenuta decisione positiva dell’approvazione del progetto e, conseguentemente, del rilascio della concessione» (T.a.r. Toscana, 30 settembre 1981, n. 377, in Riv. giur. edilizia, 1982, I, 774).

Si ricordi che il Consiglio di Stato (con riferimento alla licenza edilizia) ha ritenuto idoneo anche il visto di approvazione del Sindaco sul progetto presentato dalla parte, con annotazione di richiamo al parere favorevole della commissione edilizia (Cons. Stato, sez. V, 24-6-1969, n. 716 e 27-8-1969, n. 948).

Il permesso di costruire può essere rilasciato con prescrizioni e condizioni

Ma tali prescrizioni:

  1. a) non devono essere in contrasto con le prerogative scaturenti dal titolo concessorio (C. Stato, sez. V, 29 novembre 2004, n. 7762, in giur. edilizia, 2005, I, 488);
  2. b) devono essere compatibili con il progetto approvato (unitariamente considerato) e formulate in termini sufficientemente precisi, in modo da rendere agevole il controllo della loro osservanza (C. Stato, sez. IV, 15 luglio 1993, n.712, in Stato, 1993, I, 872).

In giurisprudenza:

—  «L’apposizione di una o più condizioni al rilascio di un titolo può ritenersi generalmente ammessa soltanto quando si vada ad incidere su aspetti legati alla realizzazione dell’intervento costruttivo, sia da un punto di vista tecnico che strutturale, e ciò trovi un fondamento diretto o indiretto in una norma di legge o regolamento; diversamente, non è possibile apporre condizioni al titolo edilizio che siano estranee alla fase di realizzazione dell’intervento edilizio» (T.a.r. Lombardia, sez. IV, 10 settembre 2010, n. 5665, in Nuova rass., 2010, 1670).

—  «Il comune non può in via generale apporre condizioni, sia sospensive che risolutive, alla concessione edilizia, salvi i casi espressamente previsti dalla legge, stante la natura di accertamento costitutivo a carattere non negoziale di detto provvedimento; tale condizione, peraltro, non inficia in toto la concessione assentita, dal momento che l’invalidità di una condizione apposta all’atto amministrativo comporta la invalidità totale all’atto stesso solo qualora il contenuto della condizione abbia costituito il motivo essenziale della dichiarazione di volontà, la quale presumibilmente non vi sarebbe stata senza di quella (vitiatur et vitiat) e non già quando si tratti di atti dovuti (nei quali cioè non vi sia discrezionalità nell’an) e quando l’autorità amministrativa, che si determina per il provvedimento, dovrà dare ad esso il contenuto predeterminato dalle fonti normative, in assenza di discrezionalità nel quid» (T.a.r. Abruzzo, sez. Pescara, 8 febbraio 2007, n. 153, in Giurisdiz. amm., 2007, II, 407).

La comunicazione del parere favorevole della commissione edilizia

Controversa è stata, in giurisprudenza, la questione relativa alla rilevanza della comunicazione scritta, fatta all’interessato, del parere favorevole espresso dalla commissione edilizia.

La Corte di Cassazione è ed è stata costantemente orientata nel senso di non considerare la detta comunicazione equivalente al rilascio della concessione ad edificare (ora permesso di costruire).

—  «La comunicazione del parere favorevole espresso dalla commissione edilizia comunale è inidonea, dopo l’entrata in vigore della L. 28 gennaio 1977, n. 10, a produrre gli effetti giuridici propri della concessione edilizia, a causa della mancanza della data iniziale e di ultimazione dei lavori e della determinazione del contributo di costruzione che, a norma degli artt. 4, 3° comma, e 11, 2° comma, costituiscono requisiti essenziali del provvedimento concessorio» (Cass. civ., sez. III, 11 dicembre 2000, n. 15578).

—  «La comunicazione al richiedente del parere favorevole della commissione edilizia non equivale a rilascio della concessione edificatoria, costituendo elemento essenziale di quest’ultima l’indicazione dei termini di inizio e fine dei lavori e rendendosi altresì necessario che, contestualmente o con atto distinto ma contemporaneo al rilascio, l’amministrazione dichiari assolto, nella misura dovuta, il contributo afferente gli oneri di urbanizzazione e le garanzie del pagamento di quest’ultimo; e invero, ai fini dell’individuazione del vero momento terminale della procedura per il rilascio della concessione edilizia, occorre avere riguardo a quello dell’atto di determinazione del contributo, necessariamente questo presupponendo la intervenuta positiva «determinazione di legge sulla domanda», ossia l’accoglimento di questa da parte dell’organo competente» (Cass. pen., sez. III, 27 febbraio 1996, Peretti).

—  «La concessione edilizia è un atto amministrativo che acquista giuridica esistenza ed efficacia solo se rilasciata, nella forma che documentalmente la individua, da parte dell’autorità competente ed al termine del procedimento all’uopo previsto dalla legge; l’atto suddetto, dato il suo carattere formale, non può essere surrogato da manifestazioni di consenso, all’esecuzione dei lavori, provenienti dall’organo consultivo; ne consegue che anche il parere favorevole della commissione edilizia non può fare le veci della concessione edilizia» (Cass. pen., sez. III, 14 febbraio 1994, in Mass. Cass. pen., 1994, fasc. 7, 125).

—  «La concessione edilizia è atto di stretta competenza del sindaco; non equivale ad essa il parere della commissione edilizia comunale; ne deriva che l’atto ricognitivo con cui il sindaco attesti che la concessione edilizia è stata rilasciata, ritenendo essere il predetto parere favorevole della commissione edilizia equivalente alla concessione stessa, non ha il contenuto formale del provvedimento de quo ed è tamquam non esset come atto di certificazione, esulando dalla competenza del sindaco medesimo (nella specie, la Corte ha ritenuto che il giudice ordinario abbia il potere di sindacare l’atto e di accertare l’inesistenza della concessione)» (Cass. pen., sez. III, 2 aprile 1993, in Giur. it., 1994, II, 745).

—  «In materia urbanistica, la concessione edilizia costituisce atto formale di competenza del sindaco, che conclude il procedimento avviato con la domanda dell’interessato, per cui l’autorizzazione di altri organi ed il parere favorevole della commissione edilizia comunale hanno valore di atti soltanto preparatori, che non possono sostituire la concessione edilizia, né possono giustificare una pretesa buona fede di colui che costruisca» (Cass. pen., 27 settembre 1988, in Giust. pen., 1989, II, 224).

Nello stesso senso è ormai orientata anche la giurisprudenza amministrativa, caratterizzata invece, in passato, dalla tendenza interpretativa opposta rispetto a quella della Cassazione.

Interessanti appaiono le seguenti specificazioni giurisprudenziali:

—  «Il parere della commissione edilizia comunale è privo di propria autonomia funzionale e strutturale e non ha né formalmente, né sostanzialmente, valore provvedimentale di atto di assentimento o diniego della concessione edilizia richiesta, pur quando ne sia ravvisata obbligatoria l’acquisizione per il rilascio o diniego del provvedimento di concessione» (C. Stato, sez. V, 4 marzo 2008, n. 881).

—  «Dopo l’entrata in vigore della L. 28 gennaio 1977, n. 10, la comunicazione del parere favorevole della commissione edilizia non equivale a rilascio del relativo titolo» (C. Stato, sez. IV, 10 maggio 2011, n. 2759).

—  «La mera comunicazione del parere favorevo-le espresso dalla commissione edilizia comunale non può considerarsi equivalente al rilascio della conces-sione edilizia, che è un atto formale di competenza del sindaco e conclusivo di un procedimento avviato con la domanda dell’interessato; difatti, l’autorizza-zione di altri organi ed il parere favorevole della commissione edilizia comunale hanno soltanto valo-re di atti preparatori, che non possono sostituire la concessione edilizia, né possono giustificare una pre-tesa buona fede di colui che costruisca; dunque, la mera comunicazione del parere favorevole espresso dalla commissione edilizia comunale non può avere né formalmente né sostanzialmente il valore provve-dimentale di un atto di assentimento della concessio-ne edilizia richiesta, ma semmai solo di un mero atto informativo di una fase dell’iter procedimentale, non ancora perfezionato» (C. Stato: sez. IV, 30 giugno 2005, n. 3594; sez. V, 29 luglio 2003, n. 4325).

—  «L’atto di concessione assume necessariamente una veste di separazione formale rispetto al parere della commissione edilizia, in quanto deve contenere, a norma di legge, elementi determinativi e conformativi della volontà dell’ente locale, quali la fissazione dello spazio temporale entro il quale i lavori devono iniziare ed essere terminati e la deter-minazione del contributo concessorio.

Gli artt. 4 e 11 L. 28 gennaio 1977 n. 10 conformano una specifica procedura per il rilascio della concessione edilizia, al cui interno si colloca il parere della concessione edilizia; pertanto, la comu–nicazione interinale del parere assolve solo ad una funzione di orientamento informativo, ma non espli-ca alcun effetto giuridico anticipatorio di un iter an-cora in fase di completamento» (C. Stato sez. V, 25 novembre 2002, n. 6476).

—  «A differenza che nel previgente ordinamento — ove il principio di libertà delle forme consentiva la sostanziale equiparazione della comunicazione del parere favorevole della commissione edilizia comunale al rilascio della licenza edilizia — dopo l’entrata in vigore della L. 28 gennaio 1977, n. 10 ciò non è più possibile, in quanto la norma ha fissato il contenuto minimo inderogabile della concessione edilizia (indicazione dei termini d’inizio e fine lavori; determinazione del contributo concessorio), non sostituibile dalla mera comunicazione (nella specie, peraltro, tale comunicazione ha reso noto non già la volontà della p.a., di rilasciare la concessione, bensì la conformità del progetto solo sotto il profilo architettonico)» (C. Stato, sez. V, 20 aprile 2000, n. 2424, in Foro amm., 2000, 1320. Vedi pure C. Stato: sez. V, 29 settembre 1999, n. 1205, in Cons. Stato, 1999, I, 1399 e sez. VI, 9 ottobre 1998, n. 1368, in Cons. Stato, 1998, I, 1614).

—  «Dopo la L. 28 gennaio 1977, n. 10, che ha innovato il regime formale della licenza edilizia trasformandola in concessione onerosa e includendo la fissazione dei termini di inizio e di ultimazione dei lavori nel contenuto minimo necessario dell’atto (art. 4), la concessione, oltre al suo contenuto tipico, deve quantificare il contributo, del quale la quota degli oneri di urbanizzazione va pagata all’atto del rilascio della concessione e deve stabilire i termini di inizio e di ultimazione lavori; conseguentemente, è venuta meno l’equiparazione tra comunicazione del parere favorevole della commissione edilizia e concessione edilizia, difettando nella prima la presenza di tutti i requisiti formali della seconda» (C. Stato, sez. IV, 23 novembre 1999, n. 1730, in Cons. Stato, 1999, I, 1834).

—  «Devesi ritenere concluso il procedimento amministrativo preordinato al rilascio di una concessione edilizia allorquando il sindaco non si limita a comunicare all’interessato il solo parere favorevole della commissione edilizia comunale, ma ne fa proprie le determinazioni e formula la nota come comunicazione di accoglimento della di lui istanza e del rilascio della concessione secondo specifiche condizioni e prescrizioni, a nulla rilevando che non siano stati contestualmente determinati gli oneri dovuti ai sensi della L. 28 gennaio 1977, n. 10, perché questi ultimi possono formare legittimamente oggetto di un separato provvedimento» (C. Stato, sez. V, 4 maggio 1998, n. 502, in Foro amm., 1998, 1392).

—  «Una nota con cui si comunica il parere favorevole della commissione edilizia, ma si richiede ulteriore documentazione (nella specie, nulla-osta della soprintendenza, calcolo analitico del costo di costruzione, titolo di proprietà, parere dell’ufficiale sanitario), non può interpretarsi come concessione implicita» (Cons. giust. amm. sic., sez. riun., 15 febbraio 1994, n. 953/93, in Giur. amm. sic., 1994, 531).

—  «L’approvazione del verbale della commissione edilizia costituisce un atto di esercizio della funzione di presidenza degli organi collegiali e non può, quindi, essere equivalente all’approvazione del progetto edilizio, atto di competenza del sindaco che implica l’avvenuta ponderazione degli interessi primari e secondari presenti nella fattispecie» (C. Stato, sez. V, 8 settembre 1992, n. 772, in Foro amm., 1992, 1910).

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