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I titoli esecutivi “atipici”

21 novembre 2015 | Autore:


> L’esperto Pubblicato il 21 novembre 2015



Vari tipologie di titolo esecutivo: il caso del verbale di conciliazione, il lodo arbitrale, i provvedimenti anticipatori di condanna.

Tentiamo l’approccio ad alcuni titoli esecutivi non menzionati espressamente nell’art. 474 c.p.c., il che conferma che l’elencazione di cui al richiamato articolo del codice di procedura civile è tutt’altro che tassativa, anzi, nemmeno è esaustiva.

Cominciamo da una disposizione che è fuori dal codice di rito: l’art. 2909 c.c. Si può parlare, a ragione, di «ospite d’onore»; infatti, è un articolo del codice sostanziale che però può utilmente essere richiamato nel contesto di quanto si sta esaminando.

Esso così dispone: «L’accertamento contenuto nella sentenza passata in giudicato fa stato a ogni effetto tra le parti, i loro eredi o aventi causa». Si tratta dunque della cosa giudicata sostanziale, riflesso del giudicato formale, del quale tratta il codice di rito, all’art. 324, a norma del quale: «Si intende passata in giudicato la sentenza che non è più soggetta né a regolamento di competenza, né ad appello, né a ricorso per cassazione, né a revocazione per i motivi di cui ai numeri 4 e 5 dell’articolo 395».

La lettera della legge parla di «sentenza», istituendo un collegamento tra cosa giudicata e provvedimenti aventi la forma di sentenza.

Non va taciuto, però, che, sia in dottrina sia in giurisprudenza, si riconosce autorità di giudicato anche a provvedimenti che non assumono la forma della sentenza.

È il caso del decreto ingiuntivo non opposto oppure dichiarato esecutivo in seguito ad estinzione del giudizio di opposizione. Tuttavia, rileviamo che si parla, correttamente, di «autorità» del giudicato, mentre, con riferimento all’esecutività, è proprio parlare di «qualità di titolo esecutivo».

In questo senso, la Corte di Cassazione ha ritenuto, con sent. 18725/2007, che il decreto ingiuntivo non opposto acquista efficacia di giudicato non solo in ordine al credito azionato, ma anche in relazione al titolo posto a fondamento dello stesso precludendo, in tal modo, ogni ulteriore esame delle ragioni addotte a giustificazione della relativa domanda. Dunque, in questa sentenza, la Corte ha ritenuto applicabile anche al decreto ingiuntivo non opposto il principio secondo cui l’autorità del giudicato spiega i suoi effetti non solo sulla pronuncia esplicita della decisione, ma anche sulle ragioni che ne costituiscono, sia pure implicitamente, il presupposto logico-giuridico.

Tuttavia, in un’altra sentenza, la Cassazione ha precisato che il decreto ingiuntivo non opposto acquista autorità ed efficacia di cosa giudicata solo in relazione al diritto consacrato e non con riguardo alle domande o ai capi di domanda non accolti.

 

La Corte di Cassazione, con sent. 1219/2014, in tema di decreto ingiuntivo non opposto, ha ritenuto che «il debitore sottoposto ad esecuzione forzata in base ad un titolo esecutivo costituito da decreto ingiuntivo non tempestivamente opposto, deve proporre opposizione all’esecuzione ai sensi dell’art. 615, 1º comma, c.p.c., se intenda negare che il decreto gli sia mai stato validamente notificato, mentre, ove intenda dolersi della sola irregolarità della notificazione, deve proporre opposizione tardiva a decreto ingiuntivo, ai sensi dell’art. 650 c.p.c.» (tratta da Il Foro Italiano, ed. 2015).

 

Peraltro, in questa sede, del giudicato sostanziale si può parlare con riferimento al concetto di titolo esecutivo, per constatare che non tutti i titoli esecutivi sono «cosa giudicata» (basti pensare alla vasta gamma delle «provvisorie esecuzioni», oltre alla «normale» provvisoria esecutività della sentenza di primo grado, a sèguito della più volte citata riforma apportata nel lontano 1990, all’art. 282 c.p.c., dall’art. 33 della Legge n. 353); all’inverso, la cosa giudicata è sempre titolo esecutivo. Quando non lo è, lo si deve alla natura della pronuncia, non ad altro.

Una sentenza che rigetta una domanda, senza condanna alle spese per alcuno, non sarà titolo esecutivo, ma solo ed esclusivamente per la natura intrinseca di quanto disposto.

L’art. 474, co. 2, c.p.c. attribuisce efficacia esecutiva a tutte le sentenze, a prescindere dal fatto che siano di accertamento, costitutive o di condanna.

È, però, opportuno, segnalare che, mentre la cosa giudicata sostanziale presuppone la cosa giudicata formale, non è vero il contrario. Ad esempio, la sentenza del giudice del merito che statuisca unicamente sulla competenza, non contiene, né esplicitamente né implicitamente, alcuna pronuncia di merito suscettibile di passare in cosa giudicata; pertanto, la sentenza di incompetenza dà luogo a giudicato soltanto formale.

Provvedimenti non espressamente definititi «titoli esecutivi»

 

È opportuno, ora, notare che è titolo esecutivo anche qualche provvedimento che il legislatore non ha definito così.

La S.C., negli anni novanta, rilevò per esempio che le clausole della separazione consensuale omologata in tema di mantenimento, hanno, ex art. 158 c.c. (nel testo risultante dalla pronuncia della Corte costituzionale n. 186/1988), natura di titolo giudiziale, come statuizioni incluse nella sentenza di separazione.

Chiariamo: la Corte Costituzionale, con la sent. n. 186 cit., dichiarò l’illegittimità costituzionale dell’art. 158 c.c. «nella parte in cui non prevede che il decreto di omologazione della separazione consensuale costituisca titolo per l’iscrizione dell’ipoteca giudiziale ai sensi dell’art. 2818 c.c.». Sta di fatto che l’art. 158 c.c. e l’art. 711 c.p.c. non parlano di «titolo esecutivo». Evidentemente, è la funzione che detta l’inquadramento, non solo terminologico.

Altro problema ce lo si era, poi, posto relativamente all’immediata esecutività dei provvedimenti emessi a conclusione del procedimento di cui all’art. 710 c.p.c. (Modificabilità dei provvedimenti relativi alla separazione dei coniugi), in relazione al quale vi era un contrasto giurisprudenziale, risolto nel 2013 dalle Sezioni Unite della Cassazione.

Con la sentenza n. 9373/2011, la S.C. escluse che il provvedimento di modifica delle condizioni di separazione, previsto dall’art. 710 c.p.c., possa avere immediata esecutività, salvo l’espresso provvedimento del giudice, ai sensi del secondo comma dell’art. 741 c.p.c..

Con una successiva sentenza, poi, la n. 4376/2012, la Corte di cassazione, ribaltando il precedente orientamento, osservò che il procedimento descritto dall’art. 710 c.p.c., per la modifica delle condizioni di separazione, non sarebbe da riportarsi, sic et simpliciter, al rito camerale come decritto dagli artt. 737-742bis c.p.c. Ciò, per ragioni di ordine sistematico e di indagine sulla ratio legis: il legislatore avrebbe preferito il procedimento camerale per il giudizio di revisione, al solo fine di semplificare e accelerare il processo; fine che sarebbe vanificato dall’osservanza di quanto dispone l’art.741 c p.c., nel primo comma.

Le Sezioni Unite hanno preferito quest’ultima impostazione, affermando che: «in materia di revisione delle disposizioni concernenti l’affidamento dei figli e di quelle relative alla misura e alle modalità dei contributi da corrispondere a seguito dello scioglimento e della cessazione degli effetti del matrimonio, a norma dell’articolo 9 della legge n. 1 dicembre 1970 n. 898 e successive modificazioni, il decreto pronunciato dal tribunale è immediatamente esecutivo, in conformità di una regola più generale, desumibile dall’articolo 4 della citata legge regolativa della materia e incompatibile con l’articolo 741 c.p.c., che subordina l’efficacia esecutiva al decorso del termine utile per la proposizione del reclamo».

Verbali di conciliazione

 

Per quanto riguarda i verbali di conciliazione, si deve partire da quello previsto dall’art. 185 c.p.c. che, al secondo periodo del terzo comma, precisa che: «il processo verbale costituisce titolo esecutivo». Si tratta, ovviamente, non di un qualsivoglia processo verbale di una qualsiasi udienza; il riferimento è al processo verbale della conclusa convenzione, con la quale le parti si sono conciliate (art. 185 c.p.c.). Esso, infatti, contiene una convenzione tra le parti del giudizio, da interpretarsi sulla base della volontà dalle medesime espressa nelle pattuizioni ivi consacrate e di cui esso costituisce prova documentale.

Per quanto riguarda, poi, il verbale di conciliazione giudiziale in materia di esecuzione forzata di obblighi di fare e di non fare di cui all’art. 612 c.p.c., secondo la giurisprudenza di legittimità, non costituiva titolo esecutivo, perchè titolo esecutivo poteva considerarsi solo un provvedimento giudiziale di condanna (per esempio una sentenza), per la necessità di accertare preventivamente la coercibilità dell’obbligo di fare o di non fare.

Su tale assetto, intervenne la Corte Costituzionale nel 2002, ritenendo, con la sentenza n. 336 (della quale ci occuperemo, più specificamente, in seguito), che l’art. 612, co. 1, c.p.c. possa essere letto nel senso che esso consenta il procedimento di esecuzione disciplinato dalle disposizioni che lo seguono anche se il titolo esecutivo sia costituito dal verbale di conciliazione.

In tema di verbali di conciliazione, non si può poi trascurare il discorso in ordine ai tentativi di conciliazione previsti da leggi speciali con discipline non sempre coerenti.

La Legge 203/1982 (Norme sui contratti agrari) prevedeva, all’art. 46 (abrogato, come vedremo a breve, dal D.Lgs. 150/2011), un tentativo obbligatorio di conciliazione. A norma del terzo comma, se la conciliazione riusciva veniva redatto processo verbale sottoscritto da entrambe le parti, dai rappresentanti delle associazioni di categoria e dal funzionario dell’ispettorato: questo verbale non era però un titolo esecutivo.

È bene notare che conserva una certa utilità l’osservazione in ordine alla mancanza di titolo esecutivo, all’esito del tentativo di conciliazione di cui all’abrogato art. 46 Legge 203 cit., in quanto, l’art. 36 D.Lgs. 150/2011 (c.d. “taglia riti”) ha previsto, che le norme abrogate avrebbero continuato ad avere efficacia per le controversie pendenti alla data di entrata in vigore del D.Lgs. medesimo (6-10-2011).

Stesso discorso vale per l’art. 9 della Legge 14-2-1990, n. 29, anch’esso abrogato dal D.Lgs. 150/2011, che prevedeva che tutte le controversie in materia di contratti agrari o conseguenti alla conversione dei contratti associativi in affitto fossero devolute alla competenza delle sezioni specializzate agrarie di cui alla L. 2-3-1963, n. 320 ed assoggettate al rito di cui agli artt. 409 ss. c.p.c.

Sta di fatto, poi, che l’art. 11 del D.Lgs. 150/2011 premette, nel primo comma, che le controversie in materia di contratti agrari o conseguenti alla conversione dei contratti associativi in affitto sono regolate dal rito del lavoro, ove non diversamente disposto dallo stesso articolo 11; conferma, nel secondo comma, la competenza delle sezioni specializzate agrarie di cui alla L. 2-3-1963, n. 320 e, dal terzo comma al decimo, riproduce fedelmente il testo del richiamato art. 46 abrogato.

Quindi, si riconferma un verbale di conciliazione che non è titolo esecutivo e che non lo diventa, non essendo previsto un meccanismo come quello di cui all’art. 411 c.p.c., a mente del quale il verbale di conciliazione, sottoscritto dalle parti e dai componenti della commissione, è dichiarato esecutivo dal giudice, su istanza della parte interessata.

È presumibile che tale diverso trattamento normativo sia in qualche modo attenuato dal fatto che tali controversie sono regolate dal rito del lavoro.

Diverso meccanismo prevede la Legge 607/1966 (Norme in materia di enfiteusi e prestazioni fondiarie perpetue), all’art. 4, nel quale vi è un espresso richiamo alla conciliazione delle parti secondo l’art. 185 c.p.c. Non è dubbio, quindi, che quel tentativo di conciliazione si conclude, in caso di esito positivo, con un verbale che è titolo esecutivo.

Un verbale di conciliazione, con efficacia di titolo esecutivo, è poi quello previsto dall’art. 199 c.p.c., il quale regola la conciliazione delle parti davanti al consulente tecnico d’ufficio.

Anche innanzi al Giudice di Pace, poi, ci sono verbali di conciliazione che costituiscono titolo esecutivo. Va in primo luogo chiarito che, in forza del disposto dell’art. 311 c.p.c., il procedimento, in detta sede, è retto dalle norme che disciplinano il giudizio innanzi al Tribunale in composizione monocratica, in quanto applicabili.

In ogni caso, l’art. 320 c.p.c. opera un richiamo espresso al tentativo di conciliazione di cui all’art. 185 c.p.c. precisando anzi che, se il tentativo riesce, se ne redige processo verbale, a norma dell’art.185, ultimo comma, c.p.c.

Non vi dovrebbero essere dubbi al riguardo dell’efficacia di titolo esecutivo di un tal verbale di conciliazione.

Diverso è invece il caso per la conciliazione in sede non contenziosa. Quest’attività (art. 322 c.p.c.), prevista nel testo originario del codice di rito, è sopravvissuta, con la necessaria modifica di cui all’art. 321, per quanto riguarda la competenza per territorio, alla figura del giudice conciliatore, sulla quale era stata ritagliata.

In ogni caso, per quanto di nostro interesse, ricordiamo che il processo verbale di conciliazione in sede non contenziosa costituisce titolo esecutivo a norma dell’art. 185, ultimo comma, se la controversia rientra nella competenza del giudice di pace; negli altri casi, il processo verbale ha valore di scrittura privata riconosciuta in giudizio (art. 322 c.p.c.).

Altro titolo esecutivo è il processo verbale di conciliazione di cui all’art. 411 c.p.c., relativo al tentativo di conciliazione esperito, nell’ambito delle controversie di lavoro, ai sensi dell’art. 410 c.p.c., a norma del quale: «Chi intende proporre in giudizio una domanda relativa ai rapporti previsti dall’articolo 409 può promuovere, anche tramite l’associazione sindacale alla quale aderisce o conferisce mandato, un previo tentativo di conciliazione presso la commissione di conciliazione individuata secondo i criteri di cui all’articolo 413».

Il relativo verbale è reso esecutivo, con decreto, dal giudice, su istanza della parte interessata, previa verifica della regolarità formale del verbale stesso.

Sempre nell’ambito delle controversie di lavoro, occorre poi segnalare quanto disposto dagli artt. 412 e 412quater c.p.c.

In particolare, secondo quanto dispone l’art. 412, co. 1, c.p.c.: «In qualunque fase del tentativo di conciliazione, o al suo termine in caso di mancata riuscita, le parti possono indicare la soluzione, anche parziale, sulla quale concordano, riconoscendo, quando è possibile, il credito che spetta al lavoratore, e possono accordarsi per la risoluzione della lite, affidando alla commissione di conciliazione il mandato a risolvere in via arbitrale la controversia».

La controversia è decisa dall’arbitro mediante il lodo che, reso esecutivo dal giudice con decreto (art. 412, ult. co., c.p.c.), costituisce titolo esecutivo.

Lo stesso dicasi per il lodo emanato ai sensi dell’art. 412quater c.p.c., secondo il quale: «ferma restando la facoltà di ciascuna delle parti di adire l’autorità giudiziaria e di avvalersi delle procedure di conciliazione e di arbitrato previste dalla legge, le controversie di cui all’articolo 409 possono essere altresì proposte innanzi al collegio di conciliazione e arbitrato irrituale costituito» secondo le disposizioni del medesimo art. 412quater menzionato.

Dunque, anche in questo caso, la controversia è decisa con lodo che, su istanza della parte interessata, è dichiarato esecutivo dal giudice con decreto (art. 412quater, co. 10, c.p.c.).

 

Lodo arbitrale

Un riferimento, sia pur veloce, deve essere fatto, poi, al lodo arbitrale di cui agli artt. 820 ss. c.p.c.; quest’ultimo è reso esecutivo con decreto del Tribunale (art. 825 c.p.c.).

Altro verbale di conciliazione che ha efficacia di titolo esecutivo è, sempre nel rito del lavoro, quello intervenuto all’udienza di discussione della causa, così come dispone il terzo comma dell’art. 420 c.p.c.

Provvedimenti anticipatori di condanna

Nella nostra ricerca dei «titoli esecutivi», non si possono poi tralasciare le ordinanze di cui agli artt. 186bis (ordinanza per il pagamento di somme non contestate), 186ter (istanza di ingiunzione), 186quater c.p.c. (ordinanza successiva alla chiusura dell’istruzione), provvedimenti anticipatori di condanna. Anche se non è questa la sede per una valutazione approfondita dei singoli provvedimenti, possiamo notare che la rubrica (ricordiamo: rubrica non est lex) degli articoli di legge in discorso si differenzia per il riferimento, negli artt. 186bis e 186quater, al provvedimento che è chiesto al giudice, mentre nell’art. 186ter il riferimento è all’istanza della parte interessata.

L’ordinanza, in tutti e tre i casi, è titolo esecutivo; solo l’ingiunzione di cui all’art. 186ter, quando sia stata dichiarata esecutiva, è titolo per l’iscrizione di ipoteca giudiziale, evidentemente, per coerenza normativa con quanto dispone l’art. 655 c.p.c. Peraltro, come abbiamo già ricordato, non tutti i titoli esecutivi sono titolo per iscrivere ipoteca.

In proposito, possiamo anticipare, quale esempio che, plasticamente, scolpisce il concetto, la seguente massima: «Il principio secondo il quale il creditore che abbia ottenuto una pronuncia di condanna nei confronti del debitore ha esaurito il suo diritto di azione e non può, per difetto di interesse, richiedere ex novo una pronuncia di condanna contro il medesimo debitore per lo stesso titolo e lo stesso oggetto trova deroga tutte le volte in cui la domanda di condanna rivolta al giudice, pur nella preesistenza di altro ed analogo titolo giudiziale, non risulti diretta alla duplicazione del titolo già conseguito, ma faccia, per converso, valere una situazione giuridica (che non abbia già trovato esaustiva tutela) suscettibile di conseguimento di un risultato ulteriore rispetto alla lesione denunciata» [30].

Nel caso di specie, è stato riconosciuto l’interesse di un CTU a promuovere un giudizio contenzioso, pur essendo in possesso del rituale provvedimento (titolo esecutivo) di liquidazione degli onorari al CTU; provvedimento, appunto, non idoneo ad ottenere l’iscrizione di ipoteca giudiziale.

Del resto, il secondo comma dell’art. 2818 c.c. è chiarissimo al riguardo, in quanto, nel disciplinare i titoli per iscrivere ipoteca giudiziale, prevede che, oltre alle sentenze di condanna indicate dal primo comma, sono titolo per iscrivere ipoteca sui beni del debitore anche «gli altri provvedimenti giudiziali ai quali la legge attribuisce tale effetto».

Infine, non può essere tralasciata la conciliazione introdotta con il D.Lgs. 4-3-2010, n. 28, come condizione di procedibilità della domanda proposta in giudizio (art. 5).

È bene peraltro ricordare in proposito che la Corte Costituzionale, con sentenza 24-10-2012, n. 272, dichiarò l’illegittimità costituzionale del primo comma dell’art. 5 cit., nonché, in via consequenziale, delle altre disposizioni della stessa legge, formulate sul presupposto dell’obbligatorietà del tentativo di conciliazione. Premesso che la decisione ha trovato specifico argomento nel rilievo di un eccesso di delega, in relazione all’art. 60, co. 3, Legge 18-6-2009, n. 69, il Legislatore, con il D.L. 21-6-2013, n. 69, conv., con modif., dalla L. 9-8-2013, n. 98, ha ripristinato il procedimento di mediazione quale condizione di procedibilità della domanda giudiziale nelle materie elencate dall’articolo 5, co. 1, D.Lgs. 28/2010 cit., riportando in vigore le disposizioni che erano state dichiarate incostituzionali. Sia chiaro però che, a parere di chi scrive, il legislatore ha bypassato il rischio di un eccesso di delega con un decreto legge che è stato poi convertito in legge, il che non vuol dire che le disposizioni relative siano al riparo da una dichiarazione di incostituzionalità per altri versi.

Sta di fatto che, allo stato, con il decreto legge menzionato, si è avuto il ripristino del procedimento di mediazione quale condizione di procedibilità della domanda giudiziale nelle materie elencate dall’articolo 5 citato.

In particolare, la Legge 69/2009, nel conferire delega al governo ad adottare uno o più decreti legislativi in materia di mediazione e di conciliazione in ambito civile e commerciale aveva previsto, per il verbale di conciliazione, un’efficacia esecutiva per l’espropriazione forzata, per l’esecuzione in forma specifica e aveva previsto che lo stesso costituisse titolo per l’iscrizione di ipoteca giudiziale. Sotto tale profilo, la delega è stata rispettata.

L’art. 12 del D.Lgs. 28/2010, prima della modifica del 2013, disponeva che il verbale di accordo era omologato con decreto del presidente del Tribunale nel cui circondario aveva sede l’organismo e costituiva titolo esecutivo per l’espropriazione forzata, per l’esecuzione in forma specifica e per l’iscrizione di ipoteca giudiziale.

L’art. 12 cit., così come modificato dal D.L. 69/2013 cit. prevede oggi che l’accordo che sia stato sottoscritto dalle parti e dagli avvocati delle stesse costituisce titolo esecutivo per l’espropriazione forzata, l’esecuzione per consegna e rilascio, l’esecuzione degli obblighi di fare e non fare, nonché per l’iscrizione di ipoteca giudiziale (comma 1) e il verbale costituisce titolo esecutivo per l’espropriazione forzata, per l’esecuzione in forma specifica e per l’iscrizione di ipoteca giudiziale (comma 2).

Si tenga poi presente che, l’art. 12, co. 1, cit. è stato ulteriormente modificato dal D.L. 132/2014 (Misure urgenti di degiurisdizionalizzazione ed altri interventi per la definizione dell’arretrato in materia di processo civile), conv., con modif., dalla L. 162/2014 che ha previsto che il suddetto accordo debba essere integralmente trascritto nel precetto ai sensi dell’art. 480, co. 2, c.p.c. [31].

 

 

TRIBUNALE DI …..

SEZ. …… R.G. …..

 

VERBALE DI CONCILIAZIONE GIUDIZIALE EX ART. 185 C.P.C.

 

Il giorno …. del mese di …… dell’anno ….. , innanzi al Giudice dr. ……….., assistito dal sottoscritto cancelliere, a seguito dell’avvenuta conciliazione della causa promossa da: Sig. ….. C.F. ………., residente in …., ove elettivamente è domiciliato, ai fini del giudizio de quo, in Via ………., presso lo Studio del proprio difensore …….. C.F. ………., che lo rappresenta e difende, giusta procura a margine dell’atto di citazione;

CONTRO

Sig. …… C.F. ………., residente in …….., elettivamente domiciliato, ai fini del giudizio de quo, in ………., Via ……, presso lo Studio dell’Avv. ……….., C.F. ….. che lo rappresenta e difende, giusta procura generale alle liti, a firma autenticata per ….. , in data …………

I difensori delle parti dichiarano e concordano quanto segue:

  1. a) il Sig. …., riconosce il diritto dell’attore ……… in ordine al…………;
  2. b) l’attore, a propria volta, riconosce di dover periodicamente, al Sig. ……., euro ….. , a titolo di ……….;
  3. c) le parti convengono l’integrale compensazione delle spese del giudizio, nel senso più ampio possibile, intendendosi quindi la compensazione riferita agli esborsi per tasse, imposte, onorari, consulenze, giudiziali e stragiudiziali, e quant’altro ancora possa essere dovuto, per la registrazione del presente atto;
  4. d) alla luce di quanto sopra, le parti dichiarano di non aver null’altro a pretendere l’una dall’altra, per qualsivoglia causa, azione o ragione, comunque ricollegantesi a quanto appena conciliato;
  5. e) le parti dichiarano di aver ascoltato, letto e ben compreso quanto sopra, di averlo trovato corrispondente alla propria volontà, e si apprestano, previa sottoscrizione, a darvi esecuzione ai sensi degli artt. 1175, 1366, 1375 c.c.

Firme delle parti e dei loro difensori …………….

Firma del Giudice ………………

Firma del cancelliere ……………………….

************************************

Verbale di Transazione e di conciliazione in sede sindacale ai sensi degli artt. 2113 c.c. e 411, co. 3, c.p.c.

L’anno …, il giorno … del mese di …, presso la sede della Direzione Territoriale del lavoro, in …….., Via ………… innanzi l’apposita sottocommissione incaricata, ai sensi del quarto comma dell’art. 410 c.p.c., composta dai Sigg.ri:

Dr. …………, delegato dal Direttore dell’intestato Ufficio;

Sig. ………. , rappresentante del Sindacato………., per parte lavoratrice;

Sig. ……., rappresentante della …., per la parte datoriale.

Sono presenti:

il Sig. (di seguito indicato come “lavoratore”), nato a …….. il …….., C.F. ……. residente in …….., Via ……..

Il Sig. …… (di seguito indicato come “datore di lavoro”), nato a ……….. il ……., C.F. ….., residente in …………, Via ……….

PREMESSO CHE

 

il Sig. …. (lavoratore) ha promosso, tramite il Sindacato …., il tentativo di conciliazione di cui all’art. 410 c.p.c., in ordine a differenze retributive, per il periodo dal ….. al ……….;

Il Sig. (datore di lavoro), ai sensi del penultimo comma dell’art. 410 c.p.c., ha accettato la procedura di conciliazione, depositando tempestivamente e ritualmente una memoria difensiva;

le parti, dopo esauriente ed ampia trattazione della vicenda contenziosa, hanno convenuto di transigere e conciliare l’insorgenda lite, avendo il datore di lavoro riconosciuto l’errore di calcolo nel quale è incorso il proprio ufficio paghe;

il lavoratore ha deciso di accettare la somma offerta, a transazione e stralcio, anche a risarcimento del danno non patrimoniale sofferto, medio tempore.

Sulla scorta di tale premessa, tra il lavoratore ed il datore di lavoro si è concordato e stabilito quanto segue:

a) la premessa che precede è patto;

b) il datore di lavoro versa a mani del lavoratore, che accetta, la complessiva somma di Euro …… dei quali ……. quale ristoro del danno non patrimoniale patito, medio tempore, dal lavoratore;

c) quest’ultimo, con l’accettazione della somma offerta e contestualmente incassata, riconosce di aver visto soddisfatte le proprie istanze e richieste; in conseguenza, dichiara di rinunciare, come in effetti rinuncia, a qualsiasi ulteriore azione sia in sede sindacale che in sede giudiziaria, ricollegabile, per qualsivoglia pretesa, titolo e/o causa, all’attività lavorativa spiegata nel periodo come sopra indicato;

d) il datore di lavoro si impegna a regolarizzare, in relazione alla somma di cui sopra, i corrispondenti oneri dell’assicurazione obbligatoria;

e) le parti si danno reciprocamente atto che il presente verbale di conciliazione integra un transazione, anche ai sensi e per gli effetti degli artt. 411 c.p.c. e 2113, ultimo comma, c.c.

Fatto in data e luogo come sopra, in quattro originali, dei quali uno per ciascuna delle parti, una agli atti della Organizzazione Sindacale ……., una è depositata presso l’intestata DTL, ai fini del prosieguo di incombenti come previsto dall’ultimo comma dell’art. 411 c.p.c.

Il lavoratore ………………..

Il datore di lavoro …….……………..

Il rappresentante dell’organizzazione sindacale ……….

Il rappresentane dell’organizzazione datoriale …………………..

Il Direttore della DTL ……………………..

NOTA BENE:

 

Nonostante ancora correntemente si parli di “Direzione provinciale del lavoro” (anche nel c.p.c., ad esempio negli artt. 410 e 411) queste ultime non esistono più, essendo state sostituite dalle DTL (Direzioni territoriali del lavoro).

Il-Titolo-esecutivo-e-l'Atto-di-Precetto

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