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Avviso di intimazione annullato in autotutela: il Fisco paga le spese

21 novembre 2015 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 21 novembre 2015



Il Fisco deve pagare le spese di lite se annulla l’atto in autotutela prima della conclusione della causa; in caso di cessazione della materia del contendere, la condanna alle spese segue il principio della cosiddetta soccombenza virtuale.

Se l’Agenzia delle Entrate annulla in autotutela l’avviso di intimazione illegittimo, deve pagare le spese processuali nel frattempo affrontate dal contribuente per impugnare l’avviso stesso davanti al giudice. Lo ha affermato la Commissione Tributaria Regionale di Milano in una recente sentenza [1].

Il provvedimento in questione conferma l’applicazione del principio di “soccombenza virtuale” per la condanna alle spese di lite in caso di cessazione della materia del contendere. Per comprenderne il significato, è opportuno analizzare i seguenti passaggi.

A fronte della notifica da parte del Fisco di un provvedimento illegittimo, il contribuente ha la possibilità di chiedere l’annullamento in autotutela direttamente all’Agenzia delle Entrate.

La richiesta di annullamento deve avvenire attraverso un’apposita istanza in cui si indicano i motivi di illegittimità dell’atto (per esempio avviso di intimazione per un’imposta già pagata o prescritta, errore nel calcolo dell’imposta o nell’individuazione del destinatario ecc.).

L’istanza in autotutela, pur rappresentando un primo essenziale strumento di difesa per il contribuente, potrebbe però non essere sufficiente contro il rischio di un’esecuzione dell’atto illegittimo.

Essa infatti non sospende i termini per la presentazione del ricorso; ciò significa che, in attesa della risposta dal Fisco, il contribuente potrebbe decadere dalla possibilità di impugnare l’atto illegittimo dinanzi al giudice. Per evitare di correre tale rischio e restare senza tutela in caso di risposta mancante o addirittura negativa del Fisco, è opportuno che, contemporaneamente all’istanza in autotutela, il soggetto interessato presenti ricorso al giudice competente.

Se però, dopo la presentazione del ricorso di impugnazione dell’atto di intimazione fiscale, l’Agenzia delle Entrate annulla in autotutela l’atto stesso, il giudizio non ha più ragione di continuare e il giudice ne dichiara l’estinzione provvedendo sulle spese processuali.

Ebbene, nel caso di cessazione della materia del contendere, si applica, ai fini della liquidazione delle spese, il principio della c.d. soccombenza virtuale, secondo il quale il giudice deve valutare se la domanda del ricorrente sia fondata o meno, cioè se sarebbe stata accolta o rigettata in caso di prosecuzione del giudizio.

Nel momento in cui l’Agenzia delle Entrate adempie in corso di causa, annullando da sé il provvedimento illegittimo, è logico immaginare che il processo si sarebbe concluso comunque a favore del contribuente con condanna dell’Agenzia delle Entrate.

I giudici milanesi hanno dunque riconosciuto il diritto del contribuente alla rifusione delle spese processuali, dato che l’estinzione del giudizio non comporta automaticamente la compensazione delle stesse (a meno che non sussista un accordo in tal senso sottoscritto da entrambe le parti).

D’altronde, nel caso di specie, il Fisco, con il proprio comportamento illegittimo, aveva comunque costretto il contribuente ad instaurare un contenzioso obbligandolo a munirsi di un difensore per far valere le proprie considerazioni e opposizioni.

 

note

[1] CTR Milano, sent. n. 4072/24/15.

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