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Si può contestare un credito anche se lo si sta pagando a rate?

24 novembre 2015


Si può contestare un credito anche se lo si sta pagando a rate?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 24 novembre 2015



Posso contestare le somme richiestemi in pagamento dal creditore (per esempio una banca o Equitalia o l’Enel) nonostante abbia già iniziato a pagare il debito a rate?

 

La questione deve essere affrontata in modo diverso a seconda che il creditore sia un soggetto privato (per esempio una banca, la compagnia elettrica, ecc.) o l’amministrazione finanziaria (Equitalia o l’Agenzia delle Entrate). Iniziamo dalla prima delle due ipotesi.

Nel caso di richiesta di pagamento effettuata da soggetto privato, la contestazione in giudizio degli importi pretesi dal creditore è incompatibile con precedenti comportamenti di riconoscimento del debito effettuati dal debitore: comportamenti che non devono necessariamente essere espressi (per esempio: una ammissione di debito fatta per iscritto), ma che possono essere anche taciti: è appunto il caso della manifestazione di volontà di pagare o di richiedere un pagamento a rate (cosiddetto “comportamento concludente”). Tuttavia il giudice deve valutare concretamente gli estremi del riconoscimento tacito del debito, analizzando la condotta del debitore per come si è atteggiata nel caso di specie.

Dunque, se il debitore, prima di pagare, ha inviato al creditore una comunicazione in cui chiarisce che il pagamento non avviene a titolo di riconoscimento del debito, ma solo in via prudenziale, per evitare conseguenze peggiori (per esempio: la revoca del fido, il distacco dell’energia elettrica, ecc.), allora questi può provvedere a contestare il debito avviando un giudizio anche a rateizzazione già in corso.

Viceversa, se il debitore ha pagato (o sta pagando) le somme intimategli senza nulla prima contestare, la sua condotta può essere considerata come ammissione del debito e, pertanto, la contestazione giudiziale dovrebbe essere preclusa.

Nel caso, invece, di richiesta di pagamento avanzata dall’Amministrazione finanziaria (Equitalia o l’Agenzia delle Entrate), la Cassazione [1] ha più volte chiarito che il pagamento rateale – anche se avvenuto senza previa contestazione stragiudiziale – non può essere considerato come un’ammissione del debito: il debitore, infatti, in questo caso potrebbe essere spinto solo dal tentativo di evitare conseguenze pregiudizievoli come, per esempio, un fermo auto, un’ipoteca o un pignoramento del conto corrente. La sorte del tributo e la possibilità del contribuente di contestarlo restano del tutto impregiudicate.

Proprio con riferimento a un debito portato da Equitalia [2], il Tar Lazio ha detto che non esiste una corrispondenza biunivoca tra mancata impugnazione delle cartelle esattoriali davanti al giudice tributario e acquiescenza alla pretesa erariale, perché il pagamento ben può rispondere (non al riconoscimento del debito, ma) all’esigenza di eliminare al più presto elementi ostativi alla partecipazione a pubbliche procedure contrattuali.

Insomma, se nel caso di debiti coi privati il semplice pagamento (se non preceduto da una dichiarazione o da un comportamento che manifesti comunque l’intenzione di contestare la pretesa) si considera ammissione del debito, ciò invece non avviene mai nei rapporti con il fisco.

note

[1] Cass. sent. n. 24906/13.

[2] Tar Lazio sent. n. 11090/2009.

Autore immagine: 123rf com

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