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Il professionista può svolgere prestazioni gratis?

2 Gennaio 2023 | Autore:
Il professionista può svolgere prestazioni gratis?

Avvocati, commercialisti, consulenti del lavoro: è possibile lavorare gratuitamente per parenti e amici oppure scatta l’evasione fiscale?

Non è raro che un professionista (come un avvocato o un commercialista, ad esempio) renda delle prestazioni gratuite nei confronti di parenti e amici. Tuttavia, laddove l’attività risulti da riscontri ufficiali (atti giudiziari, presentazione della dichiarazione dei redditi o di altre pratiche per conto del cliente), il timore di un accertamento da parte del Fisco, che contesti la mancata dichiarazione del compenso, è, purtroppo, più che fondato. Insomma: lavorare senza farsi pagare può comportare, oltre al danno, anche la beffa.

È quindi legittimo chiedersi se il professionista possa svolgere prestazioni gratis. In ipotesi del genere, esiste il rischio che l’Agenzia delle Entrate possa presumere un’evasione fiscale per la mancata fatturazione di una prestazione?

Fortunatamente, sul punto è intervenuta la giurisprudenza a fare chiarezza, stabilendo in quali casi il professionista, pur avendo lavorato gratuitamente, può ritenersi al sicuro nei riguardi di un possibile controllo del Fisco. Approfondiamo la questione.

Lavorare gratis: perché è rischioso?

Normalmente, lavorare gratis non comporta alcun rischio per chi effettua la prestazione, se non quello di finire in povertà se dovesse continuare a non farsi pagare.

Si pensi, ad esempio, all’avvocato che non si fa dare nulla per le diffide o le querele redatte per conto dei propri assistiti.

I problemi sorgono allorquando l’attività lavorativa dovesse emergere da alcuni “atti ufficiali”, i quali sono facilmente accessibili al Fisco: è il tipico caso degli atti giudiziari redatti dall’avvocato e depositati in tribunale, oppure della dichiarazione dei redditi presentata direttamente all’Agenzia delle Entrate dal commercialista o dal ragioniere per conto dei propri clienti.

In ipotesi del genere, è facile accertare che una prestazione lavorativa v’è stata, ed è ugualmente semplice verificare se a tale attività v’è stato un riscontro all’interno della dichiarazione dei redditi presentata dal professionista. È proprio in questi casi che lavorare gratis potrebbe essere rischioso.

Prestazione gratis: quando non è contestabile?

La Corte di Cassazione è intervenuta sull’argomento stabilendo in quali casi la prestazione lavorativa gratuita del libero professionista non comporta alcuna evasione fiscale.

Nello specifico, la Suprema Corte [1] ha affermato la liceità dell’effettuazione di pratiche e prestazioni varie del professionista, nei confronti di soggetti coi quali intercorre un rapporto particolare, come familiari ed amici.

Il caso concreto riguardava, in particolare, un’attività lavorativa resa gratuitamente da un commercialista nei confronti di amici e parenti, ma la massima giurisprudenziale si può ovviamente estendere per analogia anche ad altri professionisti, quali consulenti, avvocati, ingegneri, ragionieri, ecc.

Il principio della gratuità della prestazione nei confronti di soggetti coi quali intercorre uno stretto rapporto, ad ogni modo, non costituisce una novità assoluta: già una precedente sentenza della Suprema Corte [2] affermava che l’onerosità del contratto d’opera (cioè, del contratto di lavoro autonomo), pur essendo un requisito normale dello stesso, non ne costituisce un elemento essenziale.

Di conseguenza, dal punto di vista strettamente giuridico, un contratto di lavoro autonomo può essere perfettamente valido, anche senza la previsione di un compenso.

I motivi per i quali può essere effettuata una prestazione gratuita, peraltro, possono non limitarsi al legame d’amicizia, parentela o affinità, ma estendersi anche a ragioni di ordine sociale e di convenienza: si pensi, a tal proposito, a chi effettua determinate pratiche “marginali”, come consulenze iniziali, in maniera gratuita, a scopo promozionale, cioè solo per iniziare a farsi conoscere dalla clientela.

Queste considerazioni sono state oggetto anche di un comunicato ufficiale da parte dell’Associazione Nazionale Commercialisti [3], la quale ha rilevato come l’Agenzia delle Entrate, nell’effettuare i propri controlli, debba tener conto di una serie di circostanze rilevanti, come ad esempio:

  • la prestazione lavorativa è spesso esercitata a margine di un’attività più ampia, la cui entità economica viene spesso calcolata solo al termine della stessa oppure con un forfait annuale che comprende diversi servizi, quali la contabilità, le buste paga ecc. Quanto appena detto vale anche per gli altri professionisti. Si pensi all’avvocato che non si fa pagare la consulenza né la redazione degli atti fintantoché la causa non giungerà a termine oppure non andrà a buon fine;
  • la cerchia della prestazione gratuita non sempre è limitata ai congiunti, potendovi anche essere amici e altri soggetti per i quali si intende lavorare inizialmente a costo zero per scopi pubblicitari;
  • le parti sono libere di accordarsi come meglio credono, cosicché il professionista potrebbe ben accettare di essere pagato solo al raggiungimento di determinati risultati.

Insomma: sono numerose le variabili che il Fisco dovrebbe tenere in considerazione e che, di fatto, giustificano una prestazione gratuita o solo temporaneamente gratuita.

Per non parlare, poi, dei casi in cui il professionista non ha dichiarato nulla non perché la prestazione fosse gratuita, bensì perché il cliente semplicemente non l’ha pagato.

Prestazioni gratuite: quando sono contestate?

Dall’altra parte, però, non è nemmeno possibile affermare che il vincolo della parentela, dell’amicizia o le motivazioni promozionali possano costituire uno scudo universale agli accertamenti del Fisco. Laddove, difatti, le pratiche gratis abbiano una consistenza elevata, o costituiscano un’alta percentuale rispetto al totale delle prestazioni effettuate dal professionista, questo modo di operare sarebbe da giudicare palesemente antieconomico: pertanto, un accertamento del Fisco in tal senso risulterebbe più che giustificato.

Prestazioni gratuite: come difendersi dal Fisco?

Nel caso di accertamento da parte del Fisco, il professionista può sempre difendersi esibendo le scritture private (ad esempio, il mandato professionale) da cui si evince la gratuità della prestazione oppure che il pagamento dell’onorario è posticipato al verificarsi di una certa condizione (ad esempio, il buon esito della pratica).

Nel caso in cui il cliente sia un parente o un convivente, allora è possibile dimostrare tale legame anche mediante l’esibizione di documenti ottenuti dall’anagrafe (stato di famiglia, ecc.).

Infine, nel caso di prestazione “forzatamente” gratuita perché non pagata spontaneamente dall’assistito, sarà possibile produrre la documentazione da cui si evince il tentativo di recuperare il credito.


note

[1] Cass., sent. n. 21972/2015.

[2] Cass., sent. n. 16966/2005.

[3] ANC (Associazione Nazionale Commercialisti), comunicato stampa del 30 maggio 2016.

Autore immagine: depositphotos.com


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