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Lo sai che? Causa in Commissione Tributaria: rischio spese processuali e sanzioni

Lo sai che? Pubblicato il 30 novembre 2015

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> Lo sai che? Pubblicato il 30 novembre 2015

Lite temeraria contro cartelle di Equitalia o atti dell’Agenzia delle Entrate: dal 2016 la sconfitta per cause tributarie diventa più costosa.

Dal 2016 meglio evitare le cause contro il fisco incerte già sul nascere: infatti, per effetto della riforma del contenzioso tributario appena introdotta [1], chi perderà il giudizio potrà essere condannato non solo alle spese processuali normalmente dovute dalla parte soccombente, ma anche a un ulteriore importo a titolo di “lite temeraria”: si tratta in buona sostanza dei casi di totale infondatezza della domanda. La lite temeraria potrebbe anche scattare a seguito della valutazione del comportamento tenuto dalla parte nel processo o prima del processo (si pensi all’ipotesi in cui il fisco, pur avendo ricevuto una richiesta di sgravio da parte del contribuente per un atto ormai palesemente prescritto, non ottemperi in autotutela).

Il potere del giudice, quindi, sia in primo che in secondo grado, si estenderà anche a questa “sanzione” ulteriore, rivolta nei confronti di chi strumentalizza il processo senza che sussistano, già in partenza, i presupposti di una tutela giudiziaria. Ciò si potrebbe, per esempio, concretizzare quando il giudice ritiene che non sia stata adoperata quella “normale prudenza” con cui vanno studiate le carte del fascicolo processuale. In sintesi, si parla di temerarietà quando una delle parti – contribuente o ente impositore – abbia agito o resistito in giudizio pur conoscendo (o dovendo conoscere) l’inconsistenza della domanda o della propria tesi difensiva.

La riforma ha imposto che, in questi casi, il giudice tributario applichi le norme del processo civile [2] e quindi condanni la parte perdente al pagamento di una somma in aggiunta alle spese di giudizio, determinata secondo “equità” ossia in base a quanto apparirà giusto, volta per volta, allo stesso giudice. Non esistono, quindi, parametri numerici di riferimento, ma tutto è rimesso all’arbitrio della Corte, in base all’esperienza che la stessa avrà in materia, tenendo conto dell’importanza della pratica, dell’ammontare delle imposte e di qualsiasi altro elemento utile.
Inoltre, la condanna scatterà anche d’ufficio, ossia senza bisogno che a chiederla sia necessariamente la controparte.

Oltre alla condanna alla lite temeraria, la parte soccombente dovrà accollarsi le consuete spese processuali della causa, che consistono nel contributo unificato, gli onorari e i diritti del difensore della controparte, le spese generali, gli esborsi sostenuti, il contributo previdenziale e l’Iva, se dovuta.
Ecco perché bisognerà valutare bene, prima di fare ricorso contro una cartella di Equitalia o un atto dell’Agenzia delle Entrate, se la causa è fondata, andando a spulciare tra i precedenti della Cassazione. Infatti, un orientamento consolidato contrario alla tesi del contribuente potrebbe essere un serio campanello d’allarme per desistere dall’azione giudiziale.

La questione diventa ancora più delicata in secondo grado, per chi abbia già perso il primo e si ostini a sostenere la propria tesi: la riproposizione della stessa azione potrebbe integrare l’abuso del processo ed essere sanzionata con il riconoscimento della lite temeraria. Come dire: errare (una prima volta) è umano, ma perseverare è diabolico.

note

[1] Art. 9 del Dlgs 156/2015 che entrerà in vigore dal 1.01.2016.

[2] Art. 96 co. 1 e 2 cod. proc. civ.

Autore immagine: 123rf com


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