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Atto di precetto: funzioni e contenuto

1 dicembre 2015 | Autore:


> L’esperto Pubblicato il 1 dicembre 2015



L’intimazione di pagamento del creditore con il precetto, la funzione, la notifica, l’efficacia interruttiva della prescrizione.

 

Il precetto in generale

 

La parola “precetto” indica comando, prescrizione, ordine e deriva dal latino prae (avanti) e càpere (prendere).

Esistono però precetti religiosi, precetti di costume, le cartoline precetto (con le quali, anni fa, ma ora non più, si era obbligati a presentarsi al reparto militare, al quale si era stati destinati, per assolvere all’obbligo di leva), le feste di precetto e così via.

Senza contare che ogni disposizione di legge (compresi quasi tutti gli articoli dei codici, sia sostanziali sia processuali) reca un precetto. In tutti i casi, pur nella diversità delle situazioni, è costante il riferimento al comando. Sarebbe utile, quindi, quando ci si riferisce all’oggetto della nostra indagine, parlare di “atto di precetto” e non semplicemente di precetto, proprio per evitare confusioni.

Se dico: «il precetto di cui all’art. 480 c.p.c.», posso, a stretto rigore, riferirmi sia all’atto di precetto, sia ad uno dei comandi di cui al cennato articolo di legge.

Tuttavia, tale accortezza terminologica è quasi impossibile da osservare in assoluto.

Avremo, del resto, già più volte, in questo lavoro, citato il “precetto” tout court; e ancora lo si troverà.

È di intuitiva evidenza che, nel contesto del discorso, si debbano distinguere un precettante e un precettato. Lo abbiamo già visto e, per altri aspetti, vi torneremo: non tutti possono precettare e non tutti possono essere precettati, scilicet: efficacemente, in relazione ad un certo titolo esecutivo.

L’art. 480 c.p.c., sotto la rubrica “Forma del precetto”, offre indicazioni (recte: detta precetti) anche, e soprattutto, in ordine alla sostanza, al contenuto dell’atto di precetto, della cui natura si discute, in dottrina, da tempo, almeno da quando è stato promulgato il vigente codice di rito.

Si tratta di varie opzioni delle quali occorre fare un breve cenno in quanto espressione di correnti di pensiero che, di volta in volta, nel corso del tempo, hanno influenzato (ed influenzano tuttora) le soluzioni, anche giurisprudenziali, in argomento.

 

Ci si è chiesti, poi, se il precetto faccia parte o meno del processo esecutivo. In dottrina, c’è chi ritiene che il precetto contenga la domanda introduttiva del processo esecutivo e, in tale ottica, è stato rilevato che, se così non fosse, mancherebbe, nel processo esecutivo, una vera e propria domanda.

In questo senso, si è ritenuto che «il precetto sia l’atto corrispondente all’atto di citazione introduttivo del giudizio e questo sia dal punto di vista della funzione sia dal punto di vista degli effetti anche sostanziali; l’atto, cioè con cui si propone la domanda per instaurare il processo di esecuzione, ossia la domanda di esecuzione; la quale assume appunto,in relazione alle finalità e alla struttura del medesimo, una figura del tutto caratteristica».

Al contrario, altra parte della dottrina ha osservato che il precetto non può essere inteso come domanda introduttiva del processo di esecuzione, in quanto non è diretto ad un giudice né ad alcun organo giurisdizionale. Dunque, c’è chi scorge nell’atto di precetto un preavviso di domanda.

Invero, a parere di chi scrive, l’atto di precetto non può essere considerato una domanda introduttiva di giudizio, per il semplice motivo che un giudizio potrebbe non esserci.

Si consideri il caso del precettato che, ricevuta la notifica, paghi tutto quanto richiesto. L’argomento, si potrebbe notare, prova troppo; infatti, anche l’atto di citazione può non aver sèguito. Allora, si dovrebbe, al più, convenire con quella parte della citata dottrina che ritiene si tratta di un “preavviso di domanda”.

Si noti, abbiamo detto “al più”; infatti, l’atto di precetto non può essere assimilato alla domanda introduttiva di un giudizio, in quanto, secondo quanto appena richiamato, non diretto ad un giudice né ad alcun organo giurisdizionale.

È di rilievo, poi, ma non determinante, il fatto che, come appena accennato, dopo la notifica dell’atto di precetto, un giudizio potrebbe anche non esserci.

Non è raro il caso, anzi è la regola, che il Giudice (anche quello dell’esecuzione) sia investito del processo, ad opera del precettato opponente (artt. 615 e 617 c.p.c.).

Nel caso specifico dell’esecuzione forzata degli obblighi di fare o di non fare (art. 612 c.p.c.), è previsto un apposito ricorso al giudice dell’esecuzione, sia chiaro: dopo la notificazione del precetto.

Dunque, per chi ravvisa, nell’atto di precetto, una domanda, avremmo, nel caso appena cennato, un processo di esecuzione introdotto da due domande, provenienti, è vero, dalla stessa parte, ma la forzatura sarebbe evidente.

Troviamo quindi appagante l’inquadramento dell’atto di precetto come atto prodromico all’esecuzione; d’altra parte, anche la Corte di Cassazione ha rilevato, in occasioni diverse, che il precetto costituisce un presupposto preliminare ed estrinseco al procedimento esecutivo, atto, quindi, che precede l’esecuzione.

Gli elementi dell’atto di precetto

 

Secondo quanto dispone l’art. 480 c.p.c., modif. dal D.L. 83/2015, conv., con modif., dalla L. 132/2015, (rubricato “Forma del precetto”): «Il precetto consiste nell’intimazione di adempiere l’obbligo risultante dal titolo esecutivo entro un termine non minore di dieci giorni, salva l’autorizzazione di cui all’articolo 482, con l’avvertimento che, in mancanza, si procederà a esecuzione forzata.

Il precetto deve contenere a pena di nullità l’indicazione delle parti, della data di notificazione del titolo esecutivo, se questa è fatta separatamente, o la trascrizione integrale del titolo stesso, quando è richiesta dalla legge. In quest’ultimo caso l’ufficiale giudiziario, prima della relazione di notificazione, deve certificare di avere riscontrato che la trascrizione corrisponde esattamente al titolo originale.

 

Il precetto deve altresì contenere l’avvertimento che il debitore può, con l’ausilio di un organismo di composizione della crisi o di un professionista nominato dal giudice, porre rimedio alla situazione di sovraindebitamento concludendo con i creditori un accordo di composizione della crisi o proponendo agli stessi un piano del consumatore. [N.d.R.: l’ultimo periodo del secondo comma dell’art. 480 c.p.c. – riportato in neretto – è la novità introdotta, dall’art. 13, co. 1, lett. a), D.L. 83/2015, conv., con modif., dalla L. 132/2015].

Il precetto deve inoltre contenere la dichiarazione di residenza o l’elezione di domicilio della parte istante nel comune in cui ha sede il giudice competente per l’esecuzione. In mancanza le opposizioni al precetto si propongono davanti al giudice del luogo in cui è stato notificato, e le notificazioni alla parte istante si fanno presso la cancelleria del giudice stesso.

Il precetto deve essere sottoscritto a norma dell’articolo 125 e notificato alla parte personalmente a norma degli articoli 137 e seguenti».

La norma è dunque composta da quattro commi: nel primo comma, il legislatore ha spiegato in cosa consista il precetto, nel secondo e terzo comma quale debba essere il contenuto dello stesso, nel quarto comma, infine, si specifica che l’atto deve essere sottoscritto dalle parti ai sensi dell’art. 125 c.p.c. e notificato ai sensi degli artt. 137 ss. c.p.c.

Peraltro, come già accennato, ricordiamo, che l’ultimo periodo del secondo comma è stato aggiunto dal D.L. 83/2015, conv. con modif., dalla L. 132/2015.

Per completezza, è opportuno anche richiamare il disposto di cui all’art. 605 c.p.c., in materia di esecuzione per consegna o rilascio: in questo caso, l’atto di precetto deve contenere, oltre alle indicazioni del cit. art. 480 c.p.c., anche la descrizione sommaria dei beni stessi.

Premesse queste considerazioni generali, è legittimo chiedersi in primo luogo se gli elementi costitutivi di cui al cennato primo comma siano richiesti a pena di nullità.

Una risposta negativa si ritrova in una remota pronuncia della Corte di Cassazione (n. 798/1981, della quale torneremo ad occuparci in seguito più nello specifico), nella quale si è ritenuto che l’indicazione del “termine non inferiore a dieci giorni”, (entro il quale viene intimato al debitore di adempiere l’obbligo risultante dal titolo esecutivo), non costituisce elemento essenziale dell’atto di precetto, nè è richiesta a pena di nullità dal primo comma dell’art. 480 c.p.c. Tuttavia, è necessario rilevare che il primo comma in esame, pur non facendo alcun cenno alla nullità, indica la “consistenza” dell’atto di precetto e, in mancanza di elementi di “consistenza”, l’atto finisce con il non esistere. Per essere meno drastici, si potrebbe magari parlare di atto viziato, ma si opererebbe una forzatura: ciò che non esiste non può essere viziato.

Per fortuna, la giurisprudenza, molto ragionevolmente, ci riporta all’esigenza di risolvere i casi giudiziari (le controversie), senza stare a creare, agli operatori del diritto, più problemi di quanti già, inevitabilmente, abbiano.

Rileviamo, inoltre, che gli elementi di “consistenza” sono strettamente legati, per un verso o per l’altro, a ciò che il precetto deve contenere, a pena di nullità.

Possiamo, dunque, esaminare, partitamente, e lo faremo in seguito, gli elementi nei quali consiste l’atto di precetto, tenendo conto di quanto appena rilevato e ponendo attenzione a distinguere tra ciò che è prescritto a pena di nullità, da un lato, e ciò che, nell’atto di precetto, può esserci o meno.

 

La funzione dell’atto di precetto

Dopo quanto si è detto, sia pure per sommi capi, in ordine alla natura e alla composizione dell’atto di precetto, se ne deve esaminare la funzione e il codice di rito lo chiarisce grazie ad un’esplicitazione funzionale, contenuta nel cennato primo comma dell’art. 480 c.p.c.

Opportunamente parte della dottrina ha rilevato che l’avvertimento a cui la disposizione in esame fa riferimento è generico – ossia lascia indeterminato l’oggetto della futura esecuzione − se preannuncia l’espropriazione; mentre è specifico − ossia deve indicare esattamente tale oggetto – se preannuncia l’esecuzione specifica.

Dunque, si può tranquillamente individuare la funzione dell’atto di precetto nell’avvertimento, al debitore, che il creditore intende mettere ad esecuzione il titolo formatosi in proprio favore.

In effetti, ottenuto un titolo esecutivo, il creditore, potrebbe, per esempio, azionarlo dopo nove anni e dieci mesi (per non dire undici), atteso il combinato disposto degli artt. 2946 e 2953 c.c.

L’atto di precetto in sostanza porta a conoscenza del debitore che c’è un creditore intenzionato a veder realizzato quanto portato dal titolo e, sulle orme dell’insegnamento della S.C., si può dire che l’atto di precetto ha lo scopo di costituire in mora il debitore, per consentirgli, a seguito dell’intimazione e del contestuale avvertimento, il volontario adempimento dell’obbligo portato dal titolo [9], nonché, in virtù dell’ultimo periodo del secondo comma dell’art. 480 c.p.c., introdotto dal D.L. 83/2015, conv., con modif., dalla L. 132/2015, in alternativa, consentirgli di concludere con i creditori un accordo di composizione della crisi o proporre a questi ultimi un piano del consumatore.

In una meno remota pronuncia [10], la S.C. ha chiarito che il precetto è un atto “prodromico” rispetto all’esecuzione ed ha, tra le sue funzioni, quella di portare chiaramente a conoscenza del debitore quale sia il titolo esecutivo in base al quale la parte istante intima di adempiere.

Dunque, potremmo dire che, secondo questo orientamento, l’atto di precetto ha “molteplici funzioni”, in primo luogo, quella di intimare l’adempimento, entro un certo termine, di una certa prestazione; ne consegue l’avvertimento al debitore, che, in mancanza di adempimento, si procederà ad esecuzione forzata, il che vuol dire: costituzione in mora del debitore.

L’effetto interruttivo

 

Ultimo, ma non meno importante, tra gli effetti dell’atto di precetto è l’interruzione della prescrizione, ai sensi dell’art. 2943 c.c., rubricato “Interruzione da parte del titolare”. Il citato articolo si compone di quattro commi e prevede che: «La prescrizione è interrotta dalla notificazione dell’atto con il quale si inizia un giudizio, sia questo di cognizione ovvero conservativo o esecutivo.

È pure interrotta dalla domanda proposta nel corso di un giudizio.

L’interruzione si verifica anche se il giudice adito è incompetente.

La prescrizione è inoltre interrotta da ogni altro atto che valga a costituire in mora il debitore e dall’atto notificato con il quale una parte, in presenza di compromesso o clausola compromissoria, dichiara la propria intenzione di promuovere il procedimento arbitrale, propone la domanda e procede, per quanto le spetta, alla nomina degli arbitri».

Non è pacifico in base a quale comma dell’articolo 2943 c.c. cit. si verifichi l’effetto interruttivo dell’atto di precetto, in quanto non è espressamente indicato. Dunque, si sarebbe portati a ritenere che l’effetto interruttivo si produca sulla base del quarto comma della norma in commento.

Da altro punto di vista, è bene rilevare che, tenendo presente la distinzione, in tema di prescrizione, tra effetto interruttivo a carattere istantaneo (ex art. 2945, co. 1, c.c.) ed effetto interruttivo a carattere permanente (ex art. 2945, co. 2, c.c), detto anche interruzione – sospensione, non ci sono poi dubbi sul fatto che l’effetto interruttivo dell’atto di precetto sia a carattere istantaneo.

La proposizione di una domanda giudiziale, invece, ha effetto interruttivo che perdura fino al momento in cui passa in giudicato la sentenza conclusiva del giudizio. Ecco perché si parla di interruzione sospensione.

In concreto, però, le cose non sono sempre così semplici. Accade spesso, infatti, che, alla notifica dell’atto di precetto, il debitore “avvertito” risponda proponendo una domanda (con citazione o ricorso, a seconda dei casi) costituita dall’opposizione (al precetto, all’esecuzione, agli atti esecutivi, non interessa, in questa sede) e, anche se l’opposizione non è oggetto della nostra ricerca, è necessario chiarire quale sia il rapporto, in questo caso, tra sospensione ed interruzione sospensione.

In particolare, la Corte di Cassazione, con sent. n. 15190/2005, ha chiarito che: «Il precetto, non costituendo atto diretto alla instaurazione di un giudizio né del processo esecutivo, interrompe la prescrizione senza effetti permanenti, ed il carattere solo istantaneo dell’efficacia interruttiva sussiste anche nel caso in cui, dopo la sua notificazione, l’intimato abbia proposto opposizione, atteso che l’opposizione ex art. 615 c.p.c. più che atto di impugnazione del precetto è atto con il quale il debitore, minacciato di esecuzione, chiede l’accertamento negativo del credito».

Sia chiaro: anche l’opposizione dà inizio ad un giudizio (di cognizione), però, per i fini di cui all’art. 2945, co. 2, c.c., non è l’opposizione atto col quale sia stata interrotta prescrizione alcuna. Ecco, quindi, spiegato perché, ai fini della prescrizione, l’effetto interruttivo dell’atto di precetto rimane ad effetto istantaneo, quand’anche sia stata proposta opposizione, a seguito della sua notificazione.

La Cassazione, con sent. 19738/2014, ha ribadito che, poiché il precetto non è atto diretto alla instaurazione di un giudizio nè del processo esecutivo, interrompe la prescrizione senza effetti permanenti; ha dunque un’efficacia interruttiva solo istantanea anche nel caso in cui, dopo la sua notificazione, l’intimato abbia proposto opposizione.

Più esplicita ed esaustiva, in termini, una successiva decisione della S.C. (sent. n. 7737/2007; conf. da Cass. 19738/2014), alla luce della quale: «Il precetto siccome atto non diretto alla instaurazione di un giudizio nè del processo esecutivo, interrompe la prescrizione senza effetti permanenti, ed il carattere solo istantaneo dell’efficacia interruttiva sussiste anche nel caso in cui, dopo la sua notificazione, l’intimato abbia proposto opposizione; tuttavia, se il creditore opposto si costituisce formulando una domanda comunque tendente all’affermazione del proprio diritto di procedere all’esecuzione (ed in tale categoria va compresa certamente anche la mera richiesta di rigetto dell’opposizione) compie un’attività processuale rientrante nella fattispecie astratta prevista dal secondo comma dell’art. 2943 c.c., sicché, ai sensi del secondo comma dell’art. 2945 c.c., la prescrizione non corre fino al momento in cui passa in giudicato la sentenza che definisce il giudizio».

Peraltro, si tenga presente che i problemi che sorgono nell’inquadrare l’atto di precetto, ai fini dell’effetto sul corso della prescrizione, nascono dal fatto che lo stesso, come più volte chiarito, non è atto con il quale si inizia un giudizio, di esecuzione, nella specie.

Tutt’altro discorso è da farsi, invece, con riguardo al pignoramento. In proposito, la S.C., nella sent. 8219/2002, ha chiarito che, confermato il principio in base al quale l’atto di precetto produce un effetto interruttivo della prescrizione del relativo diritto di credito a carattere istantaneo e, quindi, verificatosi tale effetto, inizia a decorrere, dalla data della sua notificazione, un nuovo periodo di prescrizione ex artt. 2943, co. 3 e 2945, co. 1, c.c.), l’atto di pignoramento determina, invece, un effetto tanto interruttivo quanto sospensivo della prescrizione stessa, in quanto ad esso consegue l’introduzione di un giudizio di esecuzione tutte le volte in cui risulti notificato regolarmente al debitore. In questa sede, è peraltro opportuno accennare alla modifica apportata all’art. 497 c.p.c. (in materia di cessazione dell’efficacia del pignoramento) dall’art. 13, co. 1, lett. d), D.L. 83/2015 (conv., con modif., dalla L. 132/2015). Infatti, l’art. 497 cit. prevedeva che il pignoramento perdesse efficacia quando, dal suo compimento, fossero trascorsi 90 giorni senza che fosse stata chiesta l’assegnazione o la vendita. In virtù della citata modifica, oggi, il suddetto termine è di 45 giorni. Tuttavia, ai sensi dell’art. 23, co. 6, D.L. 83 cit., la modifica in esame dell’art. 497 c.p.c. si applica esclusivamente alle procedure esecutive iniziate successivamente alla data di entrata in vigore del D.L. 83/2015.

A questo punto, è lecito chiedersi quale possa essere, in un processo di esecuzione, la sentenza che definisce il giudizio; prima ancora, se possa esserci una sentenza, ove si prescinda dalle opposizioni.

In proposito, la Cassazione, con sent. 4203/2002, ribadendo principi già più volte chiariti dalle cit. Cass. 7737/2007 e Cass. 19738/2014 (il precetto interrompe la prescrizione senza effetti permanenti) ha ritenuto che: « (….) tuttavia efficacia interruttiva permanente della prescrizione va riconosciuta, ai sensi del combinato disposto degli artt. 2943, primo comma, e 2945, secondo comma, c.c., all’atto con il quale viene iniziata la procedura esecutiva, e tale effetto si protrae sino al momento in cui detta procedura giunga ad uno stadio che possa considerarsi l’equipollente di ciò che l’art. 2945, secondo comma, cit., individua, per la giurisdizione cognitiva, nel passaggio in giudicato della sentenza che definisce il giudizio, ossia allorché il processo esecutivo abbia fatto conseguire al creditore procedente l’attuazione coattiva del suo diritto, ovvero quando la realizzazione della pretesa esecutiva non sia stata conseguita per motivi diversi dalla estinzione del processo, quali, ad esempio, la mancanza o l’insufficienza del ricavato della vendita, la perdita successiva del bene pignorato e simili».

Il quadro non sarebbe però completo, se non considerassimo cosa accade quando la sentenza che definisce il giudizio ai sensi dell’art. 2945 c.c. non sia di merito.

Secondo la giurisprudenza [13], il principio fissato di cui all’art. 2945, co. 2, c.c., trova applicazione non solo con riferimento alle sentenze che decidono il merito ma anche a quelle che, decidendo questioni pregiudiziali di rito (tra cui il difetto di presupposti processuali) o preliminari di merito, terminino egualmente il processo e sono pur esse suscettibili di passare in giudicato in senso formale.

L’effetto interruttivo si produce per il solo fatto che sia stato notificato l’atto di precetto. Non tutto è, però, così “automatico”; per esempio, può accadere che il precettante non abbia fissato il termine per adempiere oppure che sia stato omesso l’avvertimento previsto nel primo comma dell’art. 480 c.p.c.

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