Diritto e Fisco | Editoriale

Affido condiviso: bello se fosse vero…

1 dicembre 2015 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 1 dicembre 2015



Diritto del minore a rapporti equilibrati con entrambi i genitori: nessuna norma prevede l’automatica collocazione del minore presso la madre piuttosto che il padre; l’affido condiviso può esprimersi attraverso le più diverse modalità; tutto dipende dalla capacità dei genitori di mostrarsi capaci di collaborare per il bene dei figli e da quella di giudici e avvocati di non decidere o consigliare soluzioni basate su stereotipi.

 

I figli sono delle mamme”. Alzi la mano chi non ha sentito pronunciare questa frase almeno una volta e anche da un uomo.

Sembrano esserne convinti in tanti, come quel lettore che proprio di recente ci ha posto questa domanda: “quando i genitori si separano, a quanti anni un bambino può stare con il padre?”.

Non possiamo nascondere una certa dose di amarezza nel constatare che spesso le decisioni riguardanti i figli di coppie separate vengono assunte (non solo dai giudici, ma anche dagli stessi genitori su consiglio dei propri avvocati) sulla base di stereotipi (o pregiudizi, che dir si voglia) circa il bene dei più piccoli.

Uno di questi è quello che prevede come conseguenza logica di una separazione il fatto che il minore debba necessariamente avere una collocazione prevalente presso uno dei genitori, e che questo genitore debba essere la madre.

Ciò è tanto vero che vi sono tribunali che dispongono di moduli prestampati, relativi ai provvedimenti temporanei e urgenti assunti alla prima udienza presidenziale, che prevedono l’affido condiviso del minore, la sua collocazione prevalente presso un genitore (nella maggior parte dei casi la madre) con diritto di visita dell’altro, la assegnazione della casa coniugale al genitore collocatario e la previsione di un assegno di mantenimento per la prole da versarsi a quest’ultimo.

Veniamo, dunque, al cuore del problema, cercando di rispondere alla domanda del lettore.

Non esiste alcuna norma di legge che prevede che, dopo la separazione, un minore debba essere collocato, né tantomeno affidato in via esclusiva alla madre. Anzi, non solo la legge stabilisce la regola generale dell’affidamento condiviso dei figli (ne abbiamo parlato in questa guida) senza alcun riferimento alla loro collocazione (che rappresenta un mera invenzione giuridica), ma parla chiaramente di un diritto del bambino ad avere rapporti equilibrati con madre e padre, come pure stabilisce che la assegnazione della casa viene fatta tenendo conto prioritariamente dell’interesse del minore e non di uno dei genitori.

Ma qual è l’interesse del minore?

La nostra personale convinzione è quella che un bambino abbia innanzitutto bisogno di stabilità e di punti di riferimento; ma non quelli delle quattro mura domestiche dalle quali non deve essere spostato. Tutti sanno che i bambini hanno una enorme capacità di adattamento; diversamente, i trasferimenti della famiglia o i lunghi periodi di vacanza spesso trascorsi lontani da casa dovrebbero rappresentare per un minore un evento sempre traumatico e sconsigliabile, cosa che non è affatto.

Parliamo, invece, di stabilità affettiva: quella in grado di far sentire il figlio amato comunque e mai l’oggetto di una contesa (come troppo spesso avviene); un bambino si sente a casa solo e solamente dove si sente amato (e tante volte questa casa non è quella assegnata dal giudice della separazione).

Facciamo un paio di esempi pratici (niente affatto lontani dalla realtà): pensiamo ad una mamma che avendo il figlio collocato prevalentemente presso di sé gli lasci trascorrere (quando non è a scuola o impegnato in attività parascolastiche) la maggior parte del tempo a guardare la tv. Non è difficile immaginare che, per quel bambino, il tempo che trascorrerà con il padre, parlando o giocando con lui, rappresenterà un momento di appagamento difficilmente paragonabile al primo.

Stessa cosa non potrà dirsi per il bambino che, accompagnato con premura dalla mamma nei tanti momenti della vita quotidiana, nelle ore di visita del padre venga, invece, regolarmente lasciato a casa dei nonni (capitolo a parte…) mentre il papà è fuori a sbrigare le sue faccende.

Non temiamo smentite nell’affermare che, se pure i nonni rappresentano una figura importantissima nella vita del bambino, essi non devono divenire per i genitori una sorta di parcheggio dei figli nel tempo che dovrebbero trascorrere con loro!

La collocazione prevalente, dunque, non deve (e non può) rappresentare una regola (tantomeno per la legge) in quanto non equivale in automatico all’interesse del bambino. Essa deve costituire semmai una scelta dettata dalle specifica situazione familiare. Altrimenti sarebbe come affermare che il bene del bambino è tutelato in quanto la qualità del minor tempo trascorso con il padre sia compensata giuridicamente dalla quantità di quello trascorso con la madre (e cosa garantisce che ciò avvenga davvero?).

Ci sono ad esempio piccoli (grandi) gesti quotidiani che – specie quando i bambini sono ancora piccoli – sono preclusi a molti papà separati (la storia raccontata prima della nanna, l’abbraccio dopo un brutto sogno e tante altre ancora…). Non bastano poche pronunce ad affermare che il padre è capace di accudire il figlio anche se piccolissimo perché poi sono in tanti a pensare che certi gesti debbano essere ad esclusivo appannaggio delle mamme.

Eppure queste convinzioni racchiudono in sé una sola conclusione: quello di rendere il regime dell’affido condiviso dei figli un contenitore totalmente privo di contenuto e, in concreto, creare un danno ai figli anziché perseguire il loro benessere.

Come combattere le prassi

Prima di soffermarci su come possa essere affrontato il problema di garantire al bambino un equo rapporto con entrambi i genitori, val la pena fare un cenno al fatto che sono molte le associazioni che si battono per rendere effettivo l’affido condiviso e per cancellare l’automatismo delle attuali prassi dei tribunali (collocazione automatica presso la madre, assegnazione a quest’ultima della casa e versamento alla stessa del contributo per i figli).

Contrariamente a quanto si possa pensare, non sono associazioni di soli padri, ma di persone (professionisti e genitori) che credono nella possibilità che, una madre e un padre, anche se separati, possano essere capaci di guardare al di là delle proprie rivendicazioni personali (spesso di tipo economico), senza strumentalizzare i figli.

La soluzione presa da un tribunale sarà sempre una sconfitta, per due ragioni:

– perché un giudice non potrà mai conoscere profondamente i bisogni dei minori quanto invece possono farlo il padre e la madre e perciò le sue decisioni (fatta eccezione per i casi più estremi di violenza e trascuratezza) saranno, nel migliore dei casi, soltanto le “meno peggiori” per la famiglia,

– perché i genitori che non abbiano saputo decidere insieme si saranno mostrati comunque incapaci del proprio ruolo e di tale incapacità il giudice dovrà tenere conto nelle decisioni che assume.

Alcune soluzioni

Sappiamo bene che non è facile, ma esistono professionisti e strumenti (come la mediazione familiare e la pratica collaborativa) che anche quando il dialogo sembra impossibile possono essere in grado di aiutare i genitori a trovare le soluzioni più adeguate alla propria specifica situazione, conducendo ad accordi voluti da entrambi che dovranno solo essere approvati dal tribunale, e così accorciando enormemente i tempi e le sofferenze legate ad una causa di molti anni.

Facciamo ancora alcuni esempi.

I genitori potranno scegliere l’affidamento condiviso alternato dei figli; esso comporta la permanenza dei figli presso le abitazioni di ambedue i genitori per tempi analoghi.

Si tratta di una soluzione che sposa pienamente lo spirito dell’affido condiviso e senz’altro praticabile quando la distanza tra le abitazioni dei due non sia di ostacolo alle abitudini del minore (frequentazione della scuola, delle attività parascolastiche, delle amicizie, ecc).

Altra soluzione possibile (ma che richiede una ancor maggiore capacità di collaborazione dei genitori) è quella dell’affido alternato in casa: con esso il bambino rimane nella casa familiare dove, invece, sono i genitori ad alternarsi. Ciò, allo scopo di permettere al minore di restare nel proprio habitat domestico senza doversi spostare.

Questa soluzione è più facilmente (ma non esclusivamente) praticabile quando nessuno dei genitori disponga di una propria abitazione ma sia, ad esempio, ospitato (come spesso accade) presso la casa di un familiare.

Entrambe (e tanto più la seconda) richiedono che ciascun genitore, nel periodo in cui vivrà con i figli, si organizzi per garantire al minore tutte le cure di cui ha bisogno, sia riguardanti le incombenze domestiche che le attività esterne.

Si tratta solo di esempi, perché ogni coppia di genitori ha una storia a sé e le soluzioni possono essere tante e diverse; ma quelle migliori per la famiglia sono il più delle volte quelle meno facili, quelle che richiedono la concreta volontà di guardare al solo bene dei figli senza far prevalere i propri rancori e soprattutto gli interessi economici personali.

 

Solo pochi mesi fa il professor Marino Maglietta, salutava a Bari i professionisti collaborativi [1] con queste parole: “sento dire troppo spesso che l’affido condiviso non ha funzionato; io, per dire che una cosa non ha funzionato la devo prima provare. In realtà tutto si fa tranne che sperimentare l’affido condiviso. Il genitore collocatario è la contraddizione più evidente diretta e precisa dell’affidamento condiviso. Se l’affido è condiviso è a due genitori non più ad uno, non ha più senso che ci sia uno che gestisce il figlio, un genitore che riceve il denaro dall’altro, uno che ha diritto di visita verso i figli”.

Siamo convinti che ci sia tanto da cambiare nell’attuale sistema giudiziario ma prima ancora che le leggi forse sono i padri e le madri e insieme a loro tanti operatori della giustizia che devono volere che l’affido condiviso non sia solo (come qualcuno ha detto [2]) “il cambio di etichetta per un vino che è rimasto lo stesso”.

note

[1] Incontro del 26.02.15 del practice group dei professionisti collaborativi col prof. Marino Maglietta, Presidente dell’associazione “Crescere insieme” e ideatore ed estensore dei testi base che hanno portato alla legge 54/2006 sull’affido condiviso.

[2] Queste le parole dell’avv. Gian Ettore Gassani, presidente dell’AMI (associazione, matrimonialisti italiani).

 

Autore immagine: 123rf com

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2 Commenti

  1. l’affido esclusivo sta all’affido condiviso così come il finanziamento pubblico dei partiti sta ai rimborsi elettorali

    Fanno la stessa cosa di prima, chiamandola in un modo diverso

  2. L’affido legalmente condiviso era già fallito in Svezia (1989), Olanda (1999), Francia (1997), Belgio (1998). Perchè riproporlo tale e quale in Italia nel 2006? Perchè siamo più svegli e abbiamo giudici più aperti di tutti? Il problema sta nel fatto che la legge 54 fa previsioni scarsissime verso un AFFIDO MATERIALMENTE CONDIVISO (distinzione che negli USA esiste dal 1970!). Ora, grazie alla delibera del 2 ottobre 2015 del Consiglio d’Europa (cui mi pregio di aver collaborato) e al modello del Tribunale di Perugia la strada verso la materialità dell’affidamento è aperta e la strada segnata.

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