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Licenziamento e furto sul lavoro: quando scatta la sanzione?

2 dicembre 2015


Licenziamento e furto sul lavoro: quando scatta la sanzione?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 2 dicembre 2015



Sottrazione di beni dell’azienda: il licenziamento del dipendente è illegittimo se il bene sottratto è di modico valore.

Il licenziamento per giusta causa – ossia con risoluzione in tronco e immediata del rapporto di lavoro, senza obbligo di preavviso – scatta tutte le volte in cui si è in presenza di fatti talmente gravi che non consentono la prosecuzione, anche provvisoria, del rapporto: un esempio tipico è il furto in azienda (così anche l’insubordinazione, l’abbandono del posto di lavoro, ecc.). Ma, secondo la Cassazione, che sul punto si è espressa proprio questa mattina [1], la sanzione del licenziamento è sproporzionata se il bene sottratto è di modico valore. Un orientamento, questo, che peraltro cozza con quanto dalla stessa Corte riferito lo scorso mese di giugno [2], secondo cui, invece, l’espulsione è più che legittima in quanto a rilevare è non tanto il danno procurato all’azienda quanto la violazione del rapporto di fiducia con il datore di lavoro.

A pesare sul giudizio remissivo dei giudici è anche la valutazione del comportamento complessivamente tenuto, in passato, dal dipendente durante il rapporto di lavoro: se questi, infatti, in numerosi anni non ha mai avuto precedenti disciplinari, è ingiusto rompere il vincolo fiduciario. Ed ancora, la Corte ha tenuto anche conto, oltre che della modestia del bene sottratto, dell’unicità dell’episodio, dell’anzianità del lavoratore.

Ma quali beni possono considerarsi di modico valore? Questo, ovviamente, non lo dice la legge, né lo spiega la Cassazione, ma possiamo farci un’idea sulla base dei fatti di causa. Il dipendente aveva rubato, sulla scaffalatura esposta al pubblico, un porta telefono magnetico dal valore di 2,90 euro. A evidenziare il piccolo furto l’allarme del dispositivo antitaccheggio. Una volta invitato a tirare fuori quanto aveva nelle tasche aveva estratto tutto tranne l’oggetto per poi essere notato, una volta fuori, nel tentativo di disfarsene. Proprio il tentativo di disfarsi del corpo del reato avrebbe comprovato lo stato di agitazione dell’uomo e la sua scarsa attitudine a comportamenti criminosi.

C’è anche da dire che l’orientamento sposato oggi dalla Cassazione non è condiviso da tutti i giudici (e, come detto in apertura, anche dalla stessa Corte), prova ne è il fatto che il dipendente aveva perso sia in primo che in secondo grado.

note

[1] Cass. sent. n. 24530 del 2.12.2015.

[2] Cass. sent. n. 13162/15 del 25.06.2015.

Autore immagine 123rf com

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 16 settembre – 2 dicembre 2015, n. 24530
Presidente Roselli – Relatore Bronzini

Svolgimento del processo

Al sig. P.D., dipendente della Auchan s.p.a ed addetto al reparto mobili, veniva contestata il 25.3.2006 una violazione disciplinare consistita nell’aver prelevato dalla merce esposta al pubblico un articolo ( porta telefono magnetico) con il proposito di appropriarsene. La datrice di lavoro intimava il licenziamento per giusta causa; il ricorso del C. con il quale si contestava la legittimità del recesso veniva respinto dal Tribunale del lavoro di Palermo e l’appello veniva anche rigettato dalla Corte di appello di Palermo con sentenza del 23.3.3012. Circa la fondatezza della contestazione la Corte territoriale osservava che i fatti non erano controversi posta la deposizione del capo turno sicurezza e degli altri testimoni sentiti. Il D. era stato invitato una prima volta dopo l’allarme del dispositivo antitaccheggio a svuotare le tasche ma aveva esibito alcuni oggetti e non anche quello sottratto; poi era stato pedinato dal capo turno che l’aveva visto intento nel tentativo di disfarsi dell’oggetto che poi l’appellante aveva riconsegnato. L’archiviazione in sede penale non escludeva la sussistenza del fatto posto che era dovuta al difetto di querela. II rapporto fiduciario doveva intendersi irreversibilmente minato posto il comportamento tenuto dal dipendente anche dopo la scoperta del fatto che aveva continuato a escludere la sua responsabilità ed a cercare di eliminarne le prove; la tenuità del valore dell’oggetto non appariva sufficiente ad escludere l’avvenuta rottura dell’elemento fiduciario.
Per la cassazione di tale decisione propone ricorso il D. con tre motivi; resiste controparte con controricorso. Le parti hanno presentato memoria ex art. 378 c.p.c.

Motivi della decisione

Con il primo motivo si allega l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio con riferimento alla sussistenza del fatto, presupposto dell’irrogazione della sanzione. Non esisteva la prova circa la commissione del fatto addebitato; le dichiarazioni del teste F. ( dipendente della datrice di lavoro) erano prive di riscontri.
Il motivo è infondato. La sentenza impugnata riferisce di un pieno accertamento dei fatti così come contestati alla luce delle dichiarazioni rese dai testi F. e R. e dei sostanziale riscontro offerto dalle stesse dichiarazioni del D.. La motivazione della sentenza impugnata ( peraltro confermativa di quella di primo grado) appare congrua e logicamente coerente mentre le censure appaiono da un lato di merito, dirette ad una ” rivalutazione del fatto”, come tale inammissibile in questa sede, dall’altro del tutto generiche in quanto non offrono alcuna puntuale ed organica ricostruzione delle emergenze processuali.
Con il secondo motivo si allega la violazione dell’art. 2697 c.c. , nonché l’omessa motivazione sul punto dell’idoneità dei fatto contestato a rompere il vincolo fiduciario. Il comportamento tenuto dal dipendente non era così grave da impedire la prosecuzione, anche provvisoria, dei rapporto di lavoro.
Con il terzo motivo si allega la violazione e falsa applicazione dell’art. 2106 c.c. e dell’art. 7 L. n. 300/1970, l’ nonché insufficiente e contraddittoria motivazione sul punto. La sanzione non era proporzionata all’obiettiva entità dei fatti commessi, tenuto anche conto dei 16 anni di anzianità lavorativa senza precedenti disciplinari. La datrice di lavoro, inoltre non aveva subito alcun danno.
I due motivi, da esaminarsi congiuntamente, appaiono fondati e pertanto vanno accolti. La motivazione della sentenza impugnata, pur dando atto dei valore trascurabile dell’articolo sottratto pari ad euro 2,90, sottolinea il comportamento tenuto dal dipendente che, pur scoperto, lo avrebbe nascosto ad una prima verifica e lo avrebbe consegnato solo successivamente ( dopo che era stato pedinato); inoltre avrebbe continuato a sostenere che si trattava di un bene di sua proprietà. Tuttavia queste circostanze non conferiscono all’episodio di cui è causa quel carattere di particolare gravità tale da poter determinare la rottura del vincolo fiduciario e da legittimare la sanzione massima di carattere espulsivo. Si tratta di un comportamento facilmente spiegabile in relazione alla preoccupazione dei dipendente delle conseguenze dei gesto probabilmente commesso- per il bene sottratto- senza alcuna premeditazione, il che spiega anche il panico dei lavoratore una volta scoperto (la Corte territoriale ha infatti parlato di una condotta ” connotata di riprovevolezzione e di pervicacia nel proposito antigiuridico”, termini che mal ricostruiscono una vicenda come quella in esame in quanto ne ingigantiscono abnormemente le proporzioni). Pertanto tenuto conto dell’unicità dell’episodio, della particolare modestia del prodotto sottratto, dell’anzianità dei lavoratore (16 anni senza sanzioni disciplinari) la sanzione disciplinare espulsiva appare obiettivamente sproporzionata e non può essere giustificata sulla sola base della condotta dopo la sottrazione del bene che comprova solo lo stato di agitazione dei lavoratore. Il fatto ben poteva essere idoneamente sanzionato con una misura diversa dall’extrema ratio del recesso per giusta causa.
Accolti i due ultimi motivi di ricorso va conseguentemente cassata la sentenza impugnata: non necessitando la questione della legittimità del recesso di ulteriori approfondimenti istruttori la controversia sul punto può essere decisa nel merito con la dichiarazione di illegittimità del licenziamento ed il conseguentemente ordine di reintegrazione nel posto di lavoro ( ex art. 18 L. n. 300/1070 la cui applicabilità non emerge essere stata contestata), mentre va disposto il rinvio alla Corte di appello di Palermo in diversa composizione per la determinazione del danno ed il regolamento delle spese (ivi comprese quelle del giudizio di legittimità).

P.Q.M.

La Corte: accoglie il ricorso; cassa la sentenza impugnata e decisione nel merito dichiara l’illegittimità del licenziamento ordina la reintegrazione dei ricorrente nel posto di lavoro. Rinvia alla Corte di appello di Palermo in diversa composizione per la determinazione dei danno ed il regolamento delle spese.

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