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Il diniego del permesso di costruire

3 dicembre 2015 | Autore:


> L’esperto Pubblicato il 3 dicembre 2015



Il preavviso di rigetto e le motivazioni del diniego a costruire.

Comunicazione dei motivi ostativi all’accoglimento dell’istanza (c.d. «preavviso di rigetto»)

L’art. 10bis della legge n. 241/1990 — inserito dall’art. 6, comma 1, della legge n. 15/2005 — dispone che:

—        nei procedimenti ad istanza di parte il responsabile del procedimento o l’autorità competente, prima della formale adozione di un provvedimento negativo, deve comunicare tempestivamente agli istanti i motivi che ostano all’accoglimento della domanda.

Tale comunicazione deve indicare tutti gli elementi che dovrebbero giustificare il provvedimento finale negativo;

— entro il termine di 10 giorni dal ricevimento della comunicazione, gli istanti hanno il diritto di presentare per iscritto le loro osservazioni, eventualmente corredate da documenti;

— dell’eventuale mancato accoglimento delle osservazioni deve essere data ragione nella motivazione del provvedimento finale.

La dottrina ha evidenziato che la ratio di detto «preavviso di rigetto» -vada individuata nella valorizzazione delle pretese partecipative dei soggetti destinatari dell’attività provvedimentale, finalizzata ad evitare il più possibile il ricorso ai rimedi giurisdizionali.

La legge non individua in maniera specifica quale sia il soggetto competente a comunicare al privato il preavviso di rigetto:

—        secondo un primo orientamento, esso spetterebbe all’autorità competente all’adozione del provvedimento finale (il dirigente dell’unità organizzativa competente), poiché è il dirigente colui che decide ed egli ben può determinarsi in senso contrario rispetto alle conclusioni formulate dal responsabile del procedimento;

—        secondo un’altra ricostruzione, invece, poiché il preavviso di rigetto appartiene ancora alla fase predecisoria, nella quale è rilevante il ruolo del responsabile del procedimento, spetterebbe a quest’ultimo la comunicazione di tale atto, come pure l’esame delle eventuali deduzioni presentate dal privato che riceve il preavviso.

Non dovrebbe, di regola, considerarsi possibile una autonoma impugnabilità del preavviso di rigetto, stante il suo carattere di atto endoprocedimentale, non immediatamente lesivo delle situazioni giuridiche soggettive dei privati.

Secondo una giurisprudenza amministrativa, però, tale atto può essere ugualmente impugnato dal destinatario quando è suscettibile di determinare un arresto procedimentale, fermo restando, in ogni caso, l’onere di tempestiva impugnativa del diniego definitivo eventualmente adottato nelle more del giudizio, a pena di inammissibilità del ricorso iniziale (T.a.r. Lazio, Latina, sez. I, 13 gennaio 2009, n. 19).

In dottrina è stata prospettata la tesi (ROMANO TASSONE e ZITO) secondo la quale il cittadino, nel caso di violazione di una norma procedimentale che pregiudichi una propria situazione partecipativa, potrà agire dinnanzi al giudice amministrativo per la sola tutela risarcitoria. Lo stesso giudice, pertanto, nel caso in cui accerti — in assenza di vizi sostanziali dell’atto amministrativo di diniego — soltanto la mancata preventiva comunicazione dei motivi ostativi, non provvederà ad annullare il provvedimento, ma potrà, sempre che il privato ne abbia fatto espressa richiesta, condannare dell’Amministrazione a risarcire il danno eventualmente causato dalla violazione di una norma sulla partecipazione.

La mancata comunicazione del preavviso di rigetto non comporta ex se l’annullabilità del provvedimento finale (in assenza di altre cause di illegittimità dello stesso):

—        nei procedimenti vincolati, qualora sia palese che il suo contenuto dispositivo non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato;

—        e, nei procedimenti discrezionali, qualora l’amministrazione dimostri in giudizio che il contenuto del provvedimento non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato.

Secondo l’orientamento giurisprudenziale maggioritario, infatti, la disposizione sul preavviso di rigetto deve «essere interpretata alla luce del successivo art. 21octies, comma 2, della legge n. 241/1990, secondo cui, laddove il ricorrente sollevi determinati vizi di natura formale, è imposto al giudice di valutare il contenuto sostanziale del provvedimento e, quindi, di non annullare l’atto nel caso in cui le violazioni formali non abbiano inciso sulla legittimità sostanziale del provvedimento impugnato» (vedi C. Stato, sez. IV, 12 settembre 2007, n. 4828. Vedi pure, nello stesso senso: T.a.r. Lazio, Roma, sez. I, 12 agosto 2009, n. 8140; T.a.r. Lazio, Roma, sez. III, 20 febbraio 2008, n. 1558; T.a.r. Campania, Salerno, sez. I, 11 febbraio 2008, n. 183).

Nella giurisprudenza amministrativa si rinvengono pronunzie secondo le quali è legittimo il provvedimento di diniego di un permesso di costruire non preceduto dal preavviso di rigetto qualora l’amministrazione dimostri di avere comunque consentito, attraverso forme e modalità adeguate, la preventiva conoscenza — da parte del privato — delle ragioni poi poste a sostegno del provvedimento che definisce la procedura (così T.a.r. Calabria, Catanzaro, sez. I,: 10 novembre 2012, n. 1087 e 7 giugno 2012, n. 549).

In senso contrario si sono espressi, però, il T.a.r. Lazio, Roma, sez. II, 7 marzo 2012, n. 2283 ed il T.a.r. Puglia, Bari, sez. III, 9 giugno 2009, n. 1413.

La motivazione del provvedimento di diniego

Il diniego del permesso di costruire deve essere adeguatamente motivato e deve indicare le prescrizioni di legge, strumento urbanistico o regolamento ritenute in contrasto con la relativa domanda.

Il provvedimento negativo, inoltre, non può limitarsi ad enunciare un contrasto generico, ma deve indicare le specifiche ragioni di esso, al fine di porre l’interessato in grado di conoscere in che cosa il progetto da lui presentato violi le disposizioni di legge, di piano o di regolamento: solo in tal modo, infatti, egli potrà eventualmente presentare un nuovo progetto emendato e conforme alle norme urbanistiche.

In giurisprudenza:

—   «Il provvedimento negativo deve essere con-gruamente istruito e motivato, quanto ai singoli pro-fili considerati ed all’iter logico-giuridico seguito, con una valutazione comparata degli interessi pubbli-ci coinvolti, in modo da evidenziare gli ostacoli che si frappongono alla estrinsecazione dello ius aedifi-candi; la motivazione non potrà essere generica e dovrà tener conto esclusivamente del contrasto del progetto con le prescrizioni di legge, di regolamento o degli strumenti urbanistici vigenti» (C. Stato, sez. IV, 2 marzo 2004, n. 957, in Foro amm. – Cons. Stato, 2004, 1729).

—   «In materia edilizia il diniego di concessione o di autorizzazione a costruire, importando una contrazione dello ius aedificandi del proprietario, necessita di una circostanziata motivazione, esplicativa delle ragioni impeditive da individuarsi in un contrasto del progetto presentato con precise norme urbanistiche esplicitamente indicate» (C. Stato, sez. V, 30 marzo 1994, n. 198, in Riv. giur. urbanistica, 1995, 51).

—   «In materia di concessione edilizia l’amministrazione deve dar conto all’interessato delle precise ragioni che rendano il provvedimento autorizzatorio non concedibile, indicando le norme dello strumento urbanistico che si presumono violate, senza limitarsi ad una generica affermazione di contrasto con il P.R.G.» (C. Stato, sez. II, 23 ottobre 1996, parere n. 1175/95, in Cons. Stato, 1997, I, 1306).

—   «Il diniego di concessione edilizia deve essere congruamente motivato, sì da far comprendere le ragioni ostative al rilascio; in particolare non è sufficiente allegare una generica contrarietà allo strumento urbanistico, dovendosi invece indicare le norme specifiche rispetto alle quali il progetto presentato dal richiedente sia contrastante» (C. Stato, sez. V, 18 aprile 1988, n. 234, in Foro amm., 1988, 920).

—   «È illegittimo il provvedimento di diniego di concessione edilizia non sufficientemente motivato o comunque dal quale non emerga in modo univoco l’iter logico che ha portato alla decisione, indipendentemente dai presupposti che avrebbero potuto comunque giustificarlo, né tale insufficienza può essere sanata dall’amministrazione in sede processuale» (C. Stato, sez. V, 8 luglio 1995, n. 1025, in Riv. giur. edilizia, 1995, I, 1111).

—   «Il diniego di concessione edilizia motivato mediante semplice richiamo del contrasto dell’iniziativa costruttiva col piano regolatore generale è viziato da motivazione generica, salvo che, nel corso del giudizio promosso dal privato contro il provvedimento, il difetto di motivazione possa considerarsi inesistente per effetto del deposito da parte dell’amministrazione della sottostante documentazione, indicativa delle ragioni del diniego, contro la quale l’interessato può dedurre motivi aggiunti» (C. Stato, sez. V: 18 aprile 2001, n. 2330, in Foro amm., 2001, 872; 17 maggio 1996, n. 565, in Cons. Stato, 1996, I, 847).

—   «È illegittimo per difetto di motivazione il provvedimento di un comune che neghi il rilascio di una concessione di ristrutturazione di un immobile fondato su una asserita mancanza di cubatura abitabile senza che l’amministrazione si curi di contrastare con elementi obiettivi (ad esempio, perizia tecnica) le specifiche contestazioni mosse al riguardo dall’interessato nel corso del procedimento» (C. Stato, sez. V, 3 giugno 1996, n. 608, in Cons. Stato, 1996, I, 874).

—   «Il generale divieto di edificazione su parte del territorio costituisce idonea motivazione del diniego di concessione edilizia, non potendosi esigere che il provvedimento negativo esterni le ragioni per le quali il progetto edilizio non ricade in nessuna delle eccezioni previste» (C. Stato, sez. V, 19 novembre 1992, n. 1316, in Foro amm., 1992, 2601).

—   «Nei provvedimenti amministrativi l’omessa indicazione della disposizione di legge o di regolamento, dalla quale gli stessi traggono fondamento, deve ritenersi irrilevante ove dall’intero contesto sia consentito individuare le specifiche ragioni giustificatrici della determinazione adottata; pertanto è legittimo il diniego di concessione edilizia nel quale sia dato atto della difformità del progetto della normativa vigente, avuto riguardo alla classificazione del lotto ove si intende edificare e alla violazione dalla fascia di rispetto costiera» (C. Stato, sez. V, 10 settembre 1993, n. 873, in Foro amm., 1993, 1826).

—   «È legittimo il diniego di concessione edilizia che, motivato con il richiamo a norme di legge, consente la ricostruzione del pensiero dell’amministrazione e conseguentemente rende possibile all’interessato di controdedurre dimostrando la non applicabilità delle norme richiamate» (C. Stato, sez. II, 22 novembre 1995, parere n. 1766/94, in Cons. Stato, 1997, I, 444).

—   «L’obbligo per l’amministrazione di motivare il diniego di rilascio di concessione di costruzione può ritenersi soddisfatto anche con il mero richiamo ad uno specifico articolo delle norme che disciplinano la materia, purché esso non rechi una pluralità di disposizioni che rendono difficile capire a quale di esse il diniego si riferisce» (T.a.r. Marche, 13 ottobre 1994, n. 274, in Trib. amm. reg. 1994, I, 4511).

—   «La motivazione del provvedimento di diniego del titolo abilitativo edilizio, che non consenta di intendere in quali termini e con quali disposizioni delle norme tecniche di attuazione del p.r.g. il progetto sia in contrasto, è del tutto inidonea ad adempiere la propria funzione di far comprendere le ragioni giuridiche e le giustificazioni di fatto che sono alla base della determinazione dell’Amministrazione, con evidente pregiudizio al diritto di difesa della ricorrente ed al principio di trasparenza dell’azione amministrativa (T.a.r. Puglia, Lecce, sez. III, 3 marzo 2005, n. 1082; T.a.r. Toscana, sez. II, 31 gennaio 2000, n. 22). In tal modo non si consente all’interessato da un lato, di rendersi conto degli impedimenti che si frappongono alla realizzazione del suo progetto e di poterlo adeguare alle esigenze pubbliche che l’Amministrazione ha inteso tutelare; dall’altro, di confutare in maniera esaustiva la legittimità del provvedimento davanti al giudice competente» (T.a.r. Lombardia, Milano, sez. II, 1 dicembre 2009, n. 5218).

—   «I provvedimenti negativi su istanze di concessione edilizia non possono esprimere le ragioni del diniego in modo generico ed implicito, senza ulteriore specificazione del contrasto con le norme legislative e/o regolamentari che verrebbero ad essere violate dall’eventuale approvazione del progetto; in tali provvedimenti, viceversa, debbono essere specificamente indicate le disposizioni normative o il principio specifico che impongono il diniego di approvazione di un progetto edilizio, in modo tale da consentire al destinatario del provvedimento di poter verificare l’asserito contrasto tra la norma e il progetto edilizio su cui si fonda il provvedimento negatorio, anche in difetto di un’ampia e circostanziata motivazione» (T.a.r. Sicilia, sez. Catania, 15 maggio 1997, n. 791, in Giust. amm. sic., 1997, 990).

—   «È illegittimo il diniego opposto da un comune al rilascio di una concessione edilizia all’indomani dell’avvenuta formazione del silenzio-assenso previsto dall’art. 8 L. 22 gennaio 1982, n. 8, in mancanza del previo annullamento dell’assenso stesso, ai sensi del 12° comma dell’art. 8 cit.» (C. Stato, sez. V: 21 luglio 1999, n. 877, in Cons. Stato, 1999, I, 1144 e 3 luglio 1996, n. 834, in Cons. Stato, 1996, I, 1145).

—   «L’amministrazione comunale, ove si sia determinata per la reiezione di una domanda di concessione edilizia, non è tenuta a comunicare il proprio diniego con l’osservanza di formule particolari, bastando che dalla relativa comunicazione emerga, senza possibilità di equivoco, che le opere progettate non sono state approvate» (C. Stato, sez. V, 5 marzo 1992, n. 178, in Cons. Stato, 1992, I, 430).

—   «Nel procedimento amministrativo teso al rilascio della concessione edilizia l’assunta mancanza dei documenti necessari, se può costituire legittimo presupposto per la richiesta di produzione di idonea documentazione integrativa (con annessa sospensione di ogni determinazione nelle more della definizione dei richiesti adempimenti) non legittima, invece, il definitivo diniego del titolo concessorio» (C. Stato, sez. V, 30 giugno 1998, n. 988, in Riv. giur. edilizia, 1998, I, 1481).

—   «È illegittimo il diniego di concessione edilizia motivato in riferimento alla presentazione del progetto in scala diversa e alla mancanza di taluni documenti sommariamente indicati, costituendo preciso onere dell’amministrazione invitare preventivamente l’interessato a regolarizzare la documentazione» (C. Stato, sez. V, 15 giugno 1988, n. 398, in Riv. giur. edilizia-, 1988, I, 781).

—   «È illegittimo il diniego di concessione edilizia fondato sul contrasto della domanda con le prescrizioni di piano urbanistico adottato ma non ancora approvato, in quanto, in tal caso, l’autorità comunale può solamente applicare le misure di salvaguardia che consistono — ai sensi della L. 3 novembre 1952, n. 1902 così come modificata dalla L. 5 luglio 1966, n. 517 — nella sospensione, su conforme parere della commissione edilizia, di ogni determinazione in ordine alla domanda di concessione» (C. Stato, sez. II, 15 gennaio 1997, parere n. 817/96, in Cons. Stato, 1998, I, 325).

—   «È illegittimo il diniego della concessione edilizia per contrasto con lo strumento urbanistico adottato qualora la sua approvazione non sia intervenuta nel prescritto termine quinquennale, in quanto la misura di salvaguardia (L. 3 novembre 1952, n. 1902) adottata su una domanda di concessione edilizia non può essere protratta per un periodo complessivo superiore a cinque anni dalla data della deliberazione di adozione del piano regolatore, neanche dopo la L. 1° giugno 1971, n. 291» (C. Stato, sez. V, 20 aprile 1999, n. 462, in Appalti urbanistica edilizia, 2001, 91).

—   «Il sovradimensionamento degli standard urbanistici, rispetto alla misura minima prescritta dalla normativa vigente, può essere effettuato dall’amministrazione solo in occasione della redazione degli strumenti urbanistici e previa motivata comparazione fra il vantaggio derivante all’interesse pubblico e il pregiudizio imposto all’interesse privato, e non anche in occasione dell’esame di progetti edilizi svolto al fine del rilascio della concessione di costruzione, nel corso del quale l’amministrazione deve invece limitarsi a verificare la loro conformità alle previsioni della normativa urbanistica» (T.a.r. Marche, 12 gennaio 1996, n. 14, in Trib. amm. reg., 1996, I, 966).

—   «Non può essere negata una concessione di costruzione, in vista di futura espropriazione del terreno, senza che sia stato emanato il provvedimento di dichiarazione di pubblica utilità dell’opera» (C. Stato, sez. V, 11 aprile 1995, n. 571, in Edilizia, urbanistica, appalti, 1995, 1127).

—   «È illegittimo il diniego di concessione di costruzione in difetto di una disciplina urbanistica contrastante con la richiesta concessione (nella fattispecie, il comune aveva motivato il diniego con l’affermazione di voler acquisire l’area ad uso pubblico)» (C. Stato, sez. IV, 12 luglio 1983, n. 511, in Cons. Stato, 1983, I, 682).

—   «La legittimità del diniego di concessione edilizia va verificata in relazione alla situazione di fatto e di diritto del momento in cui il provvedimento viene adottato.

È illegittimo il diniego di concessione edilizia motivato facendo riferimento ad un vincolo non ancora apposto al momento di adozione dell’atto» (Cons. giust. amm. sic., sez. giurisdiz., 28 febbraio 1995, n. 53, in Giur. amm. sic., 1995, 45).

—   «È illegittimo il diniego di rilascio di concessione edilizia per contrasto con vincoli di piano qualora tali vincoli siano scaduti per decorrenza del termine di cui all’art. 2 L. 19 novembre 1968, n. 1187, a nulla valendo che il comune abbia adottato una deliberazione di proroga dei vincoli stessi ove tale deliberazione non sia stata sottoposta ad approvazione regionale» (C. Stato, sez. V, 14 marzo 1994, n. 165, in Cons. Stato, 1994, I, 380).

—   «Non è invocabile, a sostegno del diniego di concessione edilizia, la mancata inclusione dell’area dell’interessato in un programma pluriennale di attuazione adottato dal comune ma non ancora approvato» (C. Stato, sez. V, 14 ottobre 1982, n. 733, in Foro amm., 1982, I, 1854).

—   «È illegittimo il diniego di una concessione edilizia motivato sulla non inclusione dell’area oggetto d’intervento nel programma pluriennale di attuazione, quando l’intervento stesso ricada su aree di completamento già dotate di opere di urbanizzazione primaria, collegate funzionalmente con quelle comunali» (C. Stato, sez. V, 4 maggio 1995, n. 699, in Foro amm. 1995, 943).

—   «È legittimo il diniego di concessione edilizia a edificare in una zona di espansione perimetrata quando l’area non risulta dotata delle opere di urbanizzazione sufficienti e adeguate ai bisogni della collettività né sono stati predisposti il piano particolareggiato di esecuzione o un piano di lottizzazione convenzionata per consentire l’inserimento ordinato e razionale delle nuove costruzioni nel tessuto urbanistico circostante» (C. Stato, sez. V, 29 aprile 2000, n. 2562, in Giur. it., 2000, 1937).

—   «Il diniego di concessione di costruzione motivato con la mancanza del piano particolareggiato o di altro strumento urbanistico attuativo è legittimo solo se l’area interessata dal progetto non sia dotata di sufficienti opere di urbanizzazione primaria e secondaria» (T.a.r. Puglia, sez. Lecce, sez. I, 15 gennaio 2009, n. 53, in Riv. giur. edilizia, 2009, I, 546).

—   «È illegittimo, per l’imposizione, di fatto, di un vincolo di inedificabilità, il diniego di concessione edilizia fondato sull’assenza di fondamentali opere di urbanizzazione primaria quali le strade e fognature, ove sia palese l’inerzia del comune, dopo un considerevole lasso di tempo dall’approvazione del piano attuativo (nella specie, circa cinque anni), in ordine alla determinazione delle modalità e dei tempi di esecuzione delle opere di urbanizzazione previste dal piano particolareggiato a suo tempo approvato» (T.a.r. Lazio, sez. II, 28 marzo 2001, n. 2574, in Riv. giur. urbanistica, 2001, 385).

—   «È illegittimo il diniego della concessione edilizia fondato sulla carenza di piano di lottizzazione, pur richiesto dal piano regolatore, quando l’area sia già adeguatamente urbanizzata e in difetto di una rigorosa valutazione del nuovo insediamento progettato in rapporto alla situazione generale del comprensorio da accompagnarsi ad una congrua ponderazione dello stato di urbanizzazione già presente nella zona interessata» (C. Stato, sez. V, 12 ottobre 1999, n. 1450, in Appalti urbanistica edilizia, 2000, 349).

—   «L’esigenza di un piano esecutivo (di lottizzazione o particolareggiato), quale presupposto per il rilascio della concessione di costruzione, si pone allorché si tratti di asservire per la prima volta un’area non ancora urbanizzata ad un insediamento edilizio di carattere residenziale o produttivo, mediante la costruzione di uno o più fabbricati, che obiettivamente esigano per il loro armonico raccordo col preesistente aggregato abitativo, la realizzazione o il potenziamento delle opere e dei servizi necessari a soddisfare taluni bisogni della collettività vale a dire la realizzazione o il potenziamento delle opere di urbanizzazione primaria e secondaria; pertanto, è illegittimo il diniego di concessione edilizia, fondato sulla carenza di un piano di lottizzazione (anche se richiesto dal piano regolatore) quando l’area sia urbanizzata e difetti una rigorosa valutazione del nuovo insediamento progettato in rapporto alla situazione generale del comprensorio, e cioè, quando non sia adeguatamente ponderato lo stato di urbanizzazione già presente nella zona interessata, né siano in modo congruo evidenziate le concrete, ulteriori esigenze di urbanizzazione indotte dalla nuova costruzione» (C. Stato, ad. plen., 6 ottobre 1992, n. 12, in Cons. Stato, 1992, I, 1219).

—   «Se in linea astratta può convenirsi che la suddivisione del territorio in zone, siccome diretta essenzialmente a salvaguardare l’assetto urbanistico e la tipologia edilizia, non implica di per sé né preclude determinate destinazioni d’uso dei fabbricati, le previsioni di piano regolatore, adottate in conformità alle tipologie di cui all’art. 2 D.M. 2 aprile 1968, non possono peraltro non riflettere la differenziazione sancita in tale norma e insita nel sistema normativo nel suo complesso (art. 4 quinquies, 8° comma, L. n. 1150 del 1942 artt. 4 e 10 L. n. 10 del 1977: da ciò ne consegue pertanto che il principio che afferma l’estraneità della destinazione d’uso degli edifici dall’ambito funzionale della potestà di pianificazione urbanistica, incontra una deroga nel senso che l’utilizzazione residenziale o industriale degli immobili da costruire, è rilevante sia ai fini della suddivisione del territorio comunale in zone omogenee, sia e necessariamente, ai fini del rilascio della concessione edilizia, giacché, altrimenti, verrebbero vanificate le scelte emerse in sede di pianificazione (fattispecie in tema di diniego di concessione edilizia per la realizzazione di un fabbricato produttivo in area ricadente in zona «B» di completamento edilizio)» (C. Stato, sez. V, 14 novembre 1996, n. 1368, in Riv. giur. edilizia, 1997, I, 305).

—   «Una domanda di concessione edilizia corredata di relativi progetti che rappresentano l’area interessata dalla domanda in contrasto con l’effettivo stato dei luoghi è legittimamente respinta (nel caso di specie l’appellante ha infatti allegato alla domanda di concessione edilizia un progetto in cui si rappresenta come libera un’area invece già edificata)» (C. Stato, sez. V, 22 giugno 1996, n. 777, in Riv. giur. edilizia, 1996, I, 1053).

—   «È legittimo il diniego di licenza di costruzione motivato sul contrasto del progetto con il D.M. 1-4-1968, concernente le distanze minime a protezione del nastro stradale da osservarsi fuori del perimetro dei centri abitati di cui all’art. 19 L. 6 agosto 1967, n. 765» (T.a.r. Marche, 6 settembre 1979, n. 240, in Foro amm., 1979, I, 2505).

—   «È legittimo il diniego di concessione edilizia opposto dal sindaco per motivi attinenti il mancato rispetto delle distanze tra costruzioni, a nulla rilevando la circostanza che il fabbricato insistente sul fondo finitimo risulti illegittimo proprio in quanto edificato in violazione delle distanze legali dal confine: invero, la pretesa dell’istante può, in tal caso, trovare soddisfazione solo a seguito della pronuncia giudiziale di illegittimità della concessione ad edificare rilasciata ai vicini ed al conseguente adeguamento della situazione di fatto ai dettami del giudicato (arretramento della costruzione alla distanza regolamentare); sino a quel momento, di contro, prevalgono le superiori ragioni di interesse pubblico all’osservanza delle prescrizioni di prg» (T.a.r. Lombardia, sez. II, 19 novembre 1992, n. 666, in Riv. giur. edilizia, 1993, I, 627).

—   «La disciplina urbanistica deve uniformarsi alla disciplina sanitaria, pertanto, è legittimo il diniego di concessione che si fondi sulla valutazione negativa dell’ufficiale sanitario» (C. Stato, sez. V, 14 ottobre 1992, n. 1000, in Cons. Stato, 1992, I, 1321).

—   «È legittimo il diniego di concessione edilizia motivato sulla violazione del vincolo cimiteriale al cui interno l’opera risulta cadere» (C. Stato, sez. V, 21 febbraio 1994, n. 116, in Giur. it., 1994, III, 1, 461).

—   «Il sindaco, nel provvedere sulla domanda di licenza edilizia, non può proporre alcun limite al “jus aedificandi” per la tutela di esigenze paesaggistiche ed artistiche, affidate per legge agli organi del Ministero dei beni culturali ed ambientali, né può negare la licenza sulla base del preteso contrasto con i criteri ambientali, quando nessun vincolo sia stato posto al riguardo dagli strumenti urbanistici» (C. Stato, sez. V. 19 marzo 1982, n. 236, in Riv. amm., 1982, 371).

—   «In sede di rilascio di una concessione edilizia per la realizzazione di strutture anche di non rilevanti dimensioni in zona con destinazione di piano regolatore a verde pubblico, il comune ha l’obbligo di valutare la conformità del progetto alle prescrizioni dello strumento urbanistico e delle sue norme tecniche d’attuazione, al fine d’escludere che il manufatto sia tale da arrecare pregiudizio alla fruibilità del verde da parte della collettività ed alle caratteristiche panoramiche ed ambientali del luogo, a prescindere dall’esistenza di specifici vincoli paesaggistici» (C. Stato, sez. V, 31 luglio 2000, n. 4210, in Foro amm., 2000, 2658).

—   «Illegittimamente il sindaco, facendo proprio il parere negativo della commissione edilizia del comune, respinge l’istanza di concessione edilizia sul presupposto che l’intervento previsto possa “deturpare il caratteristico ambiente oggi esistente”, in quanto, pur non potendosi escludere che l’amministrazione comunale possa esercitare il proprio potere di pianificazione urbanistica anche ai fini di tutela ambientale, non può negarsi al cittadino la concessione edilizia con motivazioni estranee alla vigente disciplina urbanistica e non giustificate da vincoli esistenti sull’area» (T.a.r. Sicilia, sez. I, 20 gennaio 1994, n. 38, in Giur. amm. sic., 1994, 83).

—   «È illegittimo, per difetto di motivazione, il provvedimento di diniego di titolo edificatorio, che in assenza di specifiche e puntuali disposizioni inibitorie di carattere primario o secondario, sia fondato su generiche considerazioni di carattere estetico, senza indicare le norme urbanistiche violate né esplicitare le ragioni estetiche (nella specie, era stato già rilasciato da parte della regione il nulla osta paesaggistico di cui all’art. 7 L. n. 1497/1939, ritenuto legittimo dalla soprintendenza per i beni ambientali)» (T.a.r. Lazio, sez. II, 10 aprile 2001, n. 3092, in Giust. amm., 2001, 575).

—   «È illegittimo il diniego di concessione edilizia per motivi estranei alla materia urbanistica, che non siano stati recepiti in sede di pianificazione come concreti parametri urbanistico-edilizi, ai quali soltanto è necessario far riferimento in sede di rilascio della concessione, che corrisponde ad un’attività amministrativa vincolata, priva di margini di discrezionalità anche tecnica (nella specie, era stato denegato il rilascio di concessione, concernente la realizzazione di un canale di irrigazione, in mancanza “di una seria valutazione di impatto ambientale”)» (T.a.r. Lombardia, sez. Brescia, 29 aprile 1995, n. 404, in Foro amm., 1995, 2328).

—   «È illegittimo il diniego di concessione edilizia che sia stato determinato, non tanto al controllo di un’attività edilizia, quanto ad impedire lo svolgimento di un’attività economica (nella specie, il diniego di realizzazione di una recinzione aveva lo scopo di impedire un allevamento di bestiame vicino a zone abitate)» (C. Stato, sez. V, 29 novembre 1994, n. 1425, in Cons. Stato, 1994, I, 1604).

—   «È illegittimo per sviamento di potere il diniego comunale di approvazione di un progetto edilizio motivato in ragione della sua difformità non alle vigenti norme urbanistiche ma agli interessi del traffico aereo, la cui tutela deve essere garantita da autorità diverse ed a mezzo di distinte ed autonome procedure» (C. Stato, sez. VI, 22 gennaio 1994, n. 35, in Cons. Stato, 1994, I, 51).

Diritto-Urbanistico

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1 Commento

  1. interessante ed utile complimenti . ma vorrei porre una questione .
    nella fattispece il dirigente utc del comune ritiene di non concedere la concessione edilizia in quanto scaduti i termili della delibera consiliare 2011 (in quanto per la variante pone tre anni per completare i lavori dalla data di approvazione e non dal rilascio del titolo abilitativo.
    sarei grato se riesco a ricevere una risposta entro lunedi
    saluti

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