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Dopo quanti anni si può revocare una vendita?

7 dicembre 2015


Dopo quanti anni si può revocare una vendita?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 7 dicembre 2015



Atto di vendita, revocatoria, termini, pignoramento, sottrazione dei beni ai creditori.

La vendita di un bene, anche se non nasconde alcun intento fraudolento o simulatorio, può essere comunque revocata dal creditore dell’alienante, entro cinque anni dal suo compimento, qualora questi dimostri che la cessione ha pregiudicato la sua possibilità di rivalersi sui beni del debitore. In buona sostanza, è necessario provare – oltre ad alcuni presupposti che qui di seguito vedremo – che il debitore non ha altri beni da pignorare in caso di esecuzione forzata.

Con la revocatoria, il creditore fa sì che la vendita del bene venga dichiarata inefficace dal tribunale: il successivo step è quello di pignorare il bene stesso con l’esecuzione forzata. Perché ciò avvenga, tuttavia, è necessario che:

– il credito sia sorto prima della vendita del bene; per esempio, se Tizio vende oggi la propria casa, tutti i creditori sorti prima di tale atto potranno agire in revocatoria, ma non potranno farlo quelli i cui crediti siano sorti dopo la vendita;

– la vendita deve aver pregiudicato le ragioni dei creditori: in buona sostanza, il creditore dovrà dimostrare che il debitore non abbia altri beni utilmente pignorabili.

Per esempio: se il debitore ha alienato tutti i suoi beni, rimanendo di fatto con un patrimonio misero, inferiore ai debiti, la revocatoria potrà trovare accoglimento. Viceversa, se il debitore anche dopo la vendita resta titolare di una serie di beni sui quali i creditori potrebbero rivalersi, la vendita non è revocabile;

– a differenza della revocatoria della donazione, per quella della vendita è richiesta una terza e ultima condizione: che il suddetto pregiudizio arrecato alle ragioni del creditore fosse conosciuto, oltre che dal debitore, anche dal terzo acquirente al momento della vendita. Se invece questi era in perfetta buona fede, la revocatoria non troverà accoglimento.

Tale requisito è richiesto per tutelare anche le ragioni dell’acquirente che abbia fatto giustificato affidamento sulla validità dell’acquisto compiuto.

È chiaro, però, che tanto più l’acquirente è “vicino” al venditore (si pensi al coniuge, al padre, al figlio e così via) tanto più è facile, per il creditore, fornire la prova di tale consapevolezza.

Anche il prezzo di vendita può essere sintomatico o meno della conoscenza del debito da parte dell’acquirente: un corrispettivo estremamente basso potrebbe infatti evidenziare l’atto di compiacenza compiuto dall’acquirente o la sua intenzione di approfittarsi della situazione.

Invece, nel caso di acquisto a prezzo di mercato da parte di un terzo non legato da alcun vincolo all’alienante, è vero che la revocatoria sarà più difficile da esperire, ma è anche vero che il precedente proprietario non avrà alcuna garanzia di poter ritornare, un giorno, nella titolarità del proprio bene se la sua intenzione era solo quella di sottrarlo temporaneamente alle aggressioni dei creditori.

Perché si possa esperire l’azione revocatoria è sufficiente che il debito sia già sorto all’atto della vendita: non è necessario, invece, che il debitore sia già divenuto moroso nel pagamento o che il creditore abbia agito in giudizio per il recupero coattivo o che vi sia una contestazione in corso, davanti al giudice, sull’entità o l’effettività del credito.

Quindi, per esempio, anche se il debitore abbia proposto opposizione al decreto ingiuntivo notificatogli dal creditore, quest’ultimo potrà ugualmente agire, contemporaneamente, con l’azione revocatoria, per impedire che, nel frattempo, il debitore ceda i suoi beni.

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