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Lo sai che? Diritto oblio: no cancellazione da internet della notizia recente

Lo sai che? Pubblicato il 9 dicembre 2015

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> Lo sai che? Pubblicato il 9 dicembre 2015

Google, la deindicizzazione e la cancellazione delle notizie non più attuali dal motore di ricerca: la sentenza del Tribunale di Roma che richiama la pronuncia della Corte di Giustizia.

Il diritto all’oblio – ossia alla cancellazione delle notizie pubblicate su internet o sui giornali tradizionali quando ormai il fatto non è più attuale e di pubblico interesse – spetta solo se è passato diverso tempo dagli avvenimenti. In altre parole, chiunque può chiedere al titolare della testata giornalistica presente sul web l’eliminazione del contenuto o la sua deindicizzazione (ossia la rimozione dai risultati ottenuti con una ricerca sui motori di internet) a patto che le notizie in questione non siano più recenti, di sicuro largo interesse, relative a una persona che esercita un ruolo pubblico. È quanto chiarito dal Tribunale di Roma con una recente sentenza [1].

Il diritto all’oblio, peraltro, spetta a prescindere dal fatto che la notizia sia stata riportata in forma corretta, veritiera e con espressioni non diffamatorie: il semplice fatto del decorso del tempo fa sì che l’interessato maturi il diritto a essere dimenticato. Si pensi alla notizia di una condanna o al rinvio al giudizio di un soggetto.

Come noto, peraltro, la Corte di Giustizia dell’UE, con una sentenza del 2014 [2], ha ritenuto Google co-responsabile dell’indicizzazione dei link pregiudizievoli, obbligando anche il motore di ricerca – su richiesta dell’interessato – alla cancellazione dalle proprie pagine dei collegamenti ai contenuti non più attuali.

Se invece della cancellazione, però, l’interessato richiede solo la correzione delle notizie, perché false o magari non più aggiornate (si pensi alla condanna di primo grado riformata in appello), in tal caso – chiarisce ancora il tribunale capitolino – la domanda non va indirizzata a Google ma direttamente ai titolari dei siti. E questo perché non siamo più nell’ambito del diritto all’oblio, ma in quello all’identità personale, la cui violazione potrebbe anche implicare profili diffamatori.

La sentenza in commento è una delle prime attuazioni della famosa pronuncia della Corte di Giustizia di cui si parlava poc’anzi con cui è stato previsto l’obbligo, per un motore di ricerca, di rimuovere dai propri risultati (deindicizzazione) i link a quei siti che sono ritenuti dagli interessati lesivi del loro diritto all’oblio, ottenendo la cancellazione dei contenuti delle pagine web che, secondo l’interessato, offrono una rappresentazione non più attuale della propria persona. Google – c’è da ammetterlo – sebbene “a parole” si sia detto disponibile a collaborare con la mutata giurisprudenza comunitaria (che prima, invece, aveva sposato il principio di neutralità dell’intermediario e, quindi, la non responsabilità del provider per i contenuti creati dagli utenti), nei fatti non si è dimostrato affatto tale. In buona sostanza, la società americana ha predisposto una pagina ove chiunque può inoltrare la richiesta di cancellazione della notizia non più attuale, ma nell’80% dei casi la risposta fornita al richiedente è sempre negativa, sulla scorta della motivazione che il fatto sarebbe di “pubblico interesse”. Né poteva essere diversamente, atteso che tutto il business di Google si fonda proprio sulla libera circolazione dei contenuti.

Il problema che affronta il tribunale di Roma è risaputo: in assenza di una norma di legge che chiarisca dopo quanto tempo la notizia possa dirsi ormai vecchia e da cancellare, il concetto di “attualità” viene rimesso all’interpretazione casistica del giudice, che sarà così chiamato a contemperare il diritto alla privacy con quello all’informazione e alla cronaca, cui corrisponde l’interesse pubblico alla conoscenza dei fatti.

Nella vicenda che ha generato la sentenza in commento i fatti risalivano a non oltre il 2013: troppo giovani, secondo il giudice, per ritenerli superati e, ormai, da mandare in rottamazione. Tanto più che, sottolinea la sentenza, la vicenda è di sicuro interesse pubblico, visto che riguarda un’importante indagine giudiziaria che ha coinvolto numerose persone e che non risulta essersi ancora conclusa, mancando una documentazione in questo senso (archiviazioni, sentenze favorevoli). “I dati personali riportati – conclude sul punto la pronuncia – risultano quindi trattati nel pieno rispetto dell’essenzialità dell’informazione”.

note

[1] Trib. Roma sent. del 3.12.2015.

[2] C. giust. Ue sent. del 13.05.2014.

Autore immagine: 123rf com


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