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Lo sai che? Pareti con finestre: distanza minima solo in caso di vedute

Lo sai che? Pubblicato il 9 dicembre 2015

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La distanza minima assoluta di dieci metri tra pareti di edifici contrapposte, di cui almeno una finestrata, si applica solo alle pareti con vedute.

In caso di edifici nuovi, la distanza minima assoluta di dieci metri tra pareti finestrate e pareti degli edifici antistanti si applica soltanto alle vedute e non anche alle luci. È quanto precisato da una recente sentenza del Consiglio di Stato [1] che ha confermato l’interpretazione giurisprudenziale in materia [2].

La legge [3] prevede una distanza minima di dieci metri, assoluta e inderogabile, tra gli edifici con pareti finestrate. Nonostante la norma sia molto chiara, è sorto il dubbio interpretativo in merito al tipo di finestre interessate.

Il codice civile [4] distingue infatti tra vedute e luci: le vedute sono le finestre o aperture che consentono di affacciarsi sul fondo del vicino e di guardare di fronte, obliquamente o lateralmente. Le luci, invece, non consentono di affacciarsi ma solo di far passare aria e luce.

Secondo l’indirizzo maggioritario, accolto dalla sentenza in esame, la norma sulla distanza minima assoluta si applica solo alle pareti munite di finestre qualificabili come vedute, senza ricomprendere quelle sulle quali si aprono semplici luci. Per esempio, sono considerate luci e non vedute i lucernari sul tetto [5] o le porte finestre collocate al piano a terra [6].

Dunque, la distanza minima assoluta di dieci metri si applica:

– in caso di due pareti che si contrappongono di cui almeno una finestrata;

– solo se si tratta di pareti munite di finestre qualificabili come vedute e non ricomprende anche quelle su cui si aprono finestre cosiddette lucifere.

Si ricorda che la norma in questione ha funzione garantista ed è rivolta, più che alla tutela di interessi privati, alla tutela dell’interesse pubblico all’igiene, alla sicurezza e al decoro della collettività, visto che il rispetto della distanza minima imposta è necessario per impedire la formazione di intercapedini nocive sotto il profilo igienico-sanitario [7]. Da qui deriva la sua assoluta inderogabilità, anche da parte delle Regioni e dei Comuni.

note

[1] Cons. di Stato, sent. n. 5365 del 26.11.15.

[2] Cass. sent. n. 19092/2012, Cons. di Stato, sent. n. 844/2013.

[3] Art. 9 del Decreto Ministeriale n. 1444/1968.

[4] Art. 900 cod. civ.

[5] Cons. di Stato sent. n. 4628 del 5.10.15.

[6] Consiglio di Stato, sent. n. 5365 del 26.11.15.

[7] Cass. sent. n. 4076/2012.


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