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SCIA, DIA e manutenzione straordinaria: interventi esterni e interni

10 dicembre 2015 | Autore:


> L’esperto Pubblicato il 10 dicembre 2015



Interventi di manutenzione straordinaria e opere interne comportanti modifiche delle parti strutturali degli edifici.

Gli interventi di manutenzione straordinaria di cui all’art. 3, 1° comma, lett. b) del T.U. n. 380/2001, possono incidere direttamente anche in parti strutturali dell’edificio, rimuovendole e/o sostituendole (vedi cap. 20, par. 9).

Nel regime dei titoli abilitativi edilizi antecedente alle modifiche introdotte dalla legge n. 73/2010, tutte le opere di manutenzione straordinaria erano assoggettate a DIA.

Il novellato art. 6, 2° comma, lett. a), del T.U. n. 380/2001 prevede, invece, che possono essere realizzati, senza alcun titolo abilitativo ma previa comunicazione dell’inizio dei lavori all’amministrazione comunale (anche per via telematica), gli interventi di manutenzione straordinaria di cui al precedente art. 3, 1° comma, lett. b), ivi compresa l’apertura di porte interne o lo spostamento di pareti interne, sempre che non riguardino le parti strutturali dell’edificio, non comportino aumento del numero delle unità immobiliari e non implichino incremento degli standard urbanistici.

Devono ritenersi, conseguentemente, assoggettati a SCIA gli interventi di manutenzione straordinaria e le opere interne che comportano modifiche delle parti strutturali degli edifici.

Nel caso invece in cui, attraverso la manutenzione straordinaria, si realizzino un aumento delle unità immobiliari (il che comporta incremento degli standard) o modifiche della destinazione d’uso, è necessario richiedere il permesso di costrurire.

Le opere interne, a norma dell’art. 2, comma 60, della legge n. 662/1996, potevano essere eseguite previa denuncia di inizio dell’attività, a condizione che:

—              riguardassero singole unità immobiliari;

—              non dovessero essere realizzate su immobili vincolati ai sensi del T.U. n. 490/1999 e della legge n. 394/1991 (legge-quadro sulle aree protette) o comunque assoggettati dagli strumenti urbanistici a discipline espressamente rivolte «alla tutela delle loro caratteristiche paesaggistiche, ambientali, storico-archeologiche, storico-artistiche, storico-architettoniche e storico-testimoniali»;

—              non fossero in contrasto con le disposizioni immediatamente operative dei piani paesistici o della legge n. 183/1989 sulla difesa del suolo;

—              fossero conformi agli strumenti urbanistici adottati o approvati ed ai regolamenti edilizi vigenti, nonché rispettassero le norme di sicurezza e quelle igienico-sanitarie.

Il mancato rispetto della disciplina edilizia sarebbe potuto derivare, ad esempio, da modifiche, anche lievi, della distribuzione dello spazio interno all’unità immobiliare tali da comportare la realizzazione di vani di dimensioni insufficienti ad assicurare condizioni ottimali di areazione o illuminazione;

—              non comportassero modifiche della sagoma della costruzione e dei prospetti;

—              non recassero pregiudizio alla statica dell’immobile;

—              non modificassero, in zona A) cioè nei centri storici, la destinazione d’uso.

Già l’art. 26 della legge n. 47/1985 (nel testo modificato dalla legge 21-6-1985, n. 298) disciplinava con particolare regime “le opere interne alle costruzioni che non siano in contrasto con gli strumenti urbanistici adottati o approvati e con i regolamenti edilizi vigenti, non comportino modifiche della sagoma della costruzione, dei prospetti, né aumento delle superfici utili e del numero delle unità immobiliari, non modifichino la destinazione d’uso delle costruzioni e delle singole unità immobiliari, non rechino pregiudizio alla statica dell’immobile e, per quanto riguarda gli immobili compresi nelle zone indicate alla lett. A) dell’art. 2 del D.M. 2-4-1968, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 97 del 16-4-1968, rispettino le originarie caratteristiche costruttive».

La stessa norma disponeva altresì che «ai fini dell’applicazione del presente articolo, non è considerato aumento delle superfici utili l’eliminazione e lo spostamento di pareti interne o di parti di esse».

Per le opere interne come dianzi descritte (che comunque non dovevano riguardare immobili vincolati ai sensi delle leggi n. 1089 e n. 1497 del 1939), l’art. 26 non prevedeva la necessità di rilascio della concessione, né di autorizzazione, imponendo invece all’interessato di presentare al Sindaco, contestualmente all’inizio dei lavori, una relazione, a firma di un professionista abilitato alla progettazione, di asseverazione delle opere da compiersi e del rispetto delle norme di sicurezza e delle norme igienico-sanitarie vigenti.

Tale relazione doveva contenere una precisa descrizione tecnica dell’intervento, con particolare riguardo agli aspetti incidenti sulla sicurezza statica dell’immobile, sulla sicurezza riferita ad incendi ed infortuni, nonché sulle condizioni di abitabilità o agibilità.

A nostro giudizio, l’anzidetta disciplina posta dall’art. 26 della legge n. 47/1985 era stata sostituita (anche in mancanza di abrogazione espressa) dalle nuove previsioni dell’art. 2, comma 60, della legge 23-12-1996, n. 662.

Il legislatore, in sostanza, aveva dato una nuova compiuta disciplina alla categoria delle «opere interne» e ne aveva mutato anche la nozione (in tal senso vedi Cass. pen., sez. III, 6 marzo 1998, Monti, in Riv. pen., 1998, 781).

Non appariva condivisibile, pertanto, quell’impostazione dottrinaria (Breganze) secondo la quale, nell’intento di semplificare il sistema, sarebbe stata «complicata una disciplina semplice» attraverso la creazione di due categorie di opere interne: quelle interne alle costruzioni in cui si trovano le unità immobiliari ma esterne a ciascuna di esse (il che può accadere, ad esempio, in un edificio condominiale), tuttora disciplinate dall’art. 26 della legge n. 47/1985, e quelle interne alle singole unità immobiliari, disciplinate dall’art. 2, comma 60, della legge n. 662/1996 e succ. modif. (per la coesistenza delle due discipline successive vedi pure Cass. pen., sez. III, 15 marzo 2002, Catalano, in Riv. pen., 2003, 318).

Appare necessario ricordare che opere complesse, comportanti interventi di diverso tipo ed ampiezza, da realizzarsi in un’unità immobiliare, non possono essere disarticolate e denunziate separatamente quando tra esse esista un rapporto di funzionalità.

Non è ammissibile, ad esempio, presentare la SCIA per opere strutturali interne e chiedere separatamente il permesso di costruire per la realizzazione di altri interventi esterni funzionali o comunque contestuali agli interventi interni: in tal caso, invero, viene posta in essere, in concreto, una ristrutturazione edilizia.

In giurisprudenza:

—              «In forza dell’art. 26 L. 28 febbraio 1985, n. 47, non possono considerarsi opere interne, realizzabili anche senza assenso comunale, le opere implicanti radicali interventi di adattamento delle strutture interne eseguite per creare vari accessori, o nuovi volumi, o maggiori superfici» (C. Stato, sez. V, 24 febbraio 1995, n. 247, in Riv. amm., 1995, 599).

—              «L’art. 26 L. 47/1985 esclude l’autorizzazione o la concessione edilizia per le opere interne che non comportino aggravio del carico urbanistico, inteso come la potenziale incidenza di un insediamento abitativo sulla distribuzione degli impianti urbanistici e dei servizi pubblici; diversamente, deve considerarsi soggetto a concessione edilizia ogni intervento derivante da modifiche strutturali interne dell’edificio che aumentino il numero delle unità abitative per il quale esso è stato originariamente progettato» (C. Stato, sez. V, 5 marzo 2001, n. 1244, in Guida al dir., 2001, fasc. 25, 81).

—              «L’aumento della capacità abitativa di un edificio (nella specie, da cinque ad otto appartamenti) produce un incremento dei carichi urbanistici e, pertanto, costituisce intervento che necessita di concessione con pagamento dei relativi oneri» (C. Stato, sez. V, 30 ottobre 1995, n. 1494, in Cons. Stato, 1995, I, 1392).

—              «L’aumento del numero di unità abitative, soggetto a concessione edilizia, è quello derivante da modifiche strutturali interne dell’edificio che aumentino il numero delle unità abitative per il quale esso era stato originariamente progettato (art. 26 L. 28 febbraio 1985, n. 47)» (C. Stato, sez. V, 31 marzo 1995, n. 511, in Edilizia urbanistica appalti, 1995, 1128).

—              «La trasformazione, mediante opportune opere interne, di locale terraneo adibito a magazzino in appartamento per uso abitativo costituisce mutamento d’uso dell’immobile; sicché le relative opere, che non sono da considerarsi di straordinaria manutenzione, necessitano del preventivo rilascio della concessione edilizia» (Cass. pen., 2 ottobre 1987, in Riv. pen., 1988, 1203).

—              «In tema di reati edilizi, rientra nel novero delle opere interne non soggette a concessione od autorizzazione, e non integra pertanto violazione della legge penale, la destinazione a vani abitabili di locali originariamente utilizzati a fini di sgombero, ottenuta mediante l’esecuzione di lavori che non determinano aumento di cubatura o di superficie né mutamento delle caratteristiche dell’intervento edilizio assentito; al riguardo non è ipotizzabile la trasformazione d’uso dell’immobile, atteso che la stessa è configurabile allorquando l’unità immobiliare, e non i suoi singoli componenti, venga adibita ad utilizzazione diversa da quella per la quale fu rilasciata la licenza ad edificare» (Cass. pen., sez. III, 30 giugno 1994, in Mass. Cass. pen., 1994, fasc. 11, 96).

—              «La costruzione di un solaio che, per le sue dimensioni e le caratteristiche costruttive, comporti la realizzazione di un piano ulteriore determina una definitiva modificazione dell’interno del fabbricato in termini di accrescimento della superficie utile e dei volumi utilizzabili nell’ambito della destinazione propria dell’edificio; come tale, pertanto, detta costruzione travalica la definizione di opere interne di cui all’art. 26 L. n. 47 del 1985 con la conseguenza della soggezione a concessione edilizia» (C. Stato, sez. V, 9 febbraio 2001, n. 577).

—              «Quando nel corso di un intervento autorizzato di manutenzione, un edificio viene demolito o crolla per cause naturali, il titolo autorizzatorio perde la propria efficacia e, per il nuovo intervento ricostruttivo, occorre il rilascio della concessione edilizia» (C. Stato, sez. V, 1 aprile 2011, n. 2020).

Diritto-Urbanistico

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