L’esperto | Articoli

Scia: restauro e risanamento conservativo

10 Dicembre 2015 | Autore:


> L’esperto Pubblicato il 10 Dicembre 2015



Interventi di restauro e risanamento conservativo: consolidamento, ripristino ed il rinnovo degli elementi costitutivi dell’edificio, elementi accessori e degli impianti.

Sono assoggettati a SCIA gli interventi di restauro e risanamento conservativo, che l’art. 3, 1° comma, lett. c), del T.U. n. 380/2001 (con definizione già fornita dall’art. 31, 1° comma, lett. c, della legge n. 457/1978) identifica come quelli «rivolti a conservare l’organismo edilizio e ad assicurarne la funzionalità mediante un insieme sistematico di opere che — nel rispetto degli elementi tipologici, formali e strutturali dell’organismo stesso — ne consentano destinazioni d’uso con essi compatibili».

Tali interventi, in particolare, comprendono:

—        il consolidamento, il ripristino ed il rinnovo degli elementi costitutivi dell’edificio;

—        l’inserimento degli elementi accessori e degli impianti richiesti dalle esigenze dell’uso;

—        l’eliminazione degli elementi estranei all’organismo edilizio.

L’attività di restauro e risanamento conservativo si qualifica, pertanto, per un insieme di opere che lasciano inalterata la struttura dell’edificio, sia all’esterno che al suo interno, dovendosi privilegiare la funzione di ripristino dell’individualità originaria dell’immobile.

Il risanamento conservativo si distingue dalla ristrutturazione edilizia, poiché quest’ultima non è caratterizzata da uno scopo conservativo ma è ravvisabile qualora venga sostanzialmente alterata la struttura dell’edificio ovvero quando sia perseguita una trasformazione funzionale dell’immobile attraverso la realizzazione di un aliquid novi (vedi C. Stato: sez. IV, 16 giugno 2008, n. 2981; sez. V, 9 ottobre 2007, n. 5273).

Il Consiglio di Stato ha affermato che le opere di risanamento conservativo possono dare luogo ad un tipo di intervento molto simile alla ristrutturazione edilizia, dalla quale si distinguono soltanto per il carattere accessorio o secondario degli elementi introdotti o eliminati.

La differenza concettuale tra il risanamento e la ristrutturazione si basa, pertanto, su un criterio essenzialmente finalistico: nel primo caso si vuole soprattutto conservare l’edificio, pure inserendo nuovi elementi per migliorarne la funzionalità; nel secondo caso lo si vuole trasformare anche del tutto.

Mentre gli interventi di manutenzione straordinaria, dunque, hanno per oggetto singole parti (anche strutturali) dell’edificio, quelli di restauro e risanamento conservativo si caratterizzano per essere attuati mediante una serie di opere coordinate tra loro in base ad un progetto unitario riferito all’intero edificio globalmente inteso.

La finalità, infatti, è quella di rinnovare l’organismo edilizio in modo sistematico e globale, pur nel rispetto (perché sempre di conservazione si tratta) dei suoi elementi essenziali «tipologici, formali e strutturali».

Elementi tipologici di un edificio sono quei caratteri architettonici e funzionali che ne consentono la qualificazione in base alle tipologie edilizie (es. costruzione rurale, capannone industriale, edificio scolastico, edificio residenziale unifamiliare o plurifamiliare, edificio residenziale «signorile», «civile», «popolare» etc.).

Il restauro ed il risanamento conservativo non possono comportare il mutamento della qualificazione tipologica intesa nel senso anzidetto.

Elementi formali di un edificio, poi, non sono quelli relativi alla sagoma in senso stretto ovvero alla volumetria rigidamente intesa, bensì quelli che determinano la cd. «iconicità» del manufatto (così MAZZONI) intesa come quell’insieme di caratteristiche — disposizione dei volumi, elementi architettonici, particolari rifiniture — che lo distinguono ed inquadrano in modo peculiare.

Il restauro ed il risanamento conservativo non possono incidere con quella che può definirsi «l’immagine caratteristica dell’edificio», secondo una specifica valutazione da operarsi in relazione a ciascun caso concreto.

Elementi strutturali di un edificio sono, infine, quelli che compongono materialmente la struttura stessa (anche non portante) dell’organismo edilizio: es. muratura in pietrame, struttura portante in cemento armato, tetto in coppi etc.

Tali elementi strutturali non possono ricevere modificazioni da interventi di restauro e risanamento conservativo.

A titolo esemplificativo appare opportuno ricordare che l’art. 65 del Regolamento edilizio del Comune di Milano (approvato il 20-7-1999) ha definito interventi di restauro quelli rivolti:

a) alla conservazione della costruzione, delle sue qualità, del suo significato e dei suoi valori, mediante l’eliminazione delle aggiunte utilitarie o storicamente false, il consolidamento di elementi costitutivi e l’inserimento di accessori e impianti, così da recuperarne l’uso, purché non risultino alterate la forma e la distribuzione;

b) alla valorizzazione della costruzione, quando risulti opportuna anche sotto il profilo ambientale, mediante operazioni sistematiche e di insieme, indirizzate a liberare strati storicamente ed artisticamente rilevanti, documentatamente autentici;

c) alla conservazione, al recupero ed alla ricomposizione di reperti e di spazi, sia interni che esterni, di per sé significativi o che siano parte di edifici, ambienti e complessi meritevoli di tutela, ivi compresi quelli di matrice industriale.

Lo stesso Regolamento ha qualificato opere di risanamento conservativo quelle che, senza realizzare un organismo edilizio diverso dal precedente, prevedano modifiche della posizione delle strutture portanti verticali ovvero dei solai ovvero delle scale ovvero delle coperture.

Gli interventi di risanamento conservativo possono consistere anche nelle parziali demolizioni e ricostruzioni dell’esistente, anche con traslazione di superficie lorda di pavimento, se finalizzate esclusivamente alla eliminazione di superfetazioni, al risarcimento igienico, al miglioramento dei rapporti aeroilluminanti e all’adeguamento degli impianti tecnologici.

In nessun caso gli interventi di restauro e risanamento conservativo devono comportare aumento della superficie lorda di pavimento.

L’attività di restauro e risanamento conservativo riguarda pure gli edifici storico-artistici e può concernere l’eliminazione di superfetazioni e di elementi estranei e la restituzione all’organismo delle sue caratteristiche originarie (anche, quindi, con aumento o diminuzione del preesistente volume complessivo).

A norma dell’art. 29 del D.Lgs. n. 42/2004, per restauro «si intende l’intervento diretto sul bene attraverso un complesso di operazioni finalizzate all’integrità materiale ed al recupero del bene medesimo, alla protezione ed alla trasmissione dei suoi valori culturali. Nel caso di beni immobili situati nelle zone dichiarate a rischio sismico in base alla normativa vigente il restauro comprende l’intervento di miglioramento strutturale».

Il restauro dei beni culturali, dunque, è finalizzato non a conservare l’edificio così come è giunto nell’epoca a noi contemporanea, ma riportarlo al momento storico nel quale lo stesso può dirsi «compiuto» sulla base dei dati archivistici e storici. Il restauro è rivolto quindi a fare rivivere i valori culturali propri degli immobili interessati in modo da proteggerli e consentire la loro trasmissione attraverso le generazioni.

I proprietari, possessori o detentori a qualsiasi titolo di detti immobili hanno l’obbligo di sottoporre alla Soprintendenza i progetti delle opere di qualunque genere che intendano eseguire, al fine di ottenerne la relativa autorizzazione (art. 21 del D.Lgs. n. 42/2004).

Tale autorizzazione va rilasciata entro il termine di 120 giorni dalla presentazione della richiesta (art. 22 del D.Lgs. n. 42/2004).

Nel caso di assoluta urgenza possono essere effettuati gli interventi provvisori indispensabili per evitare danni al bene tutelato, purché ne sia data immediata comunicazione alla Soprintendenza (che può sempre ordinare la sospensione), alla quale devono essere tempestivamente inviati i progetti dei lavori definitivi per l’approvazione (artt. 27 e 28 del D.Lgs. n. 42/2004).

In giurisprudenza:

—              «In materia edilizia, ai fini della configurabili-tà di un intervento quale restauro e risanamento con-servativo non possono essere mutati la qualificazione tipologica del manufatto preesistente, ovvero i carat-teri architettonici e funzionali che ne consentono la qualificazione in base alle tipologie edilizie, gli ele-menti formali che configurano l’immagine caratteri-stica dello stesso e gli elementi strutturali, che materialmente compongono la struttura dell’organismo edilizio» (Cass. pen., sez. III, 21 aprile 2006, D’Antoni).

—              «Gli interventi di restauro e di risanamento conservativo si caratterizzano per essere rivolti a conservare l’organismo edilizio e ad assicurare la sua funzionalità mediante un insieme sistematico di opere che consentano destinazioni d’uso compatibili con gli elementi tipologici, formali e strutturali, dell’organismo stesso; pertanto, l’intervento di restauro e risanamento non consente l’insediamento di elementi nuovi, indipendentemente dalla consistenza strutturale, dalla destinazione d’uso e dal rapporto con l’organismo edilizio preesistente» (C. Stato, sez. V, 23 giugno 1997, n. 704, in Cons. Stato, 1997, I, 757).

—              «Negli interventi di restauro e di risanamento conservativo l’organismo edilizio è mantenuto nella sua sostanziale interezza attraverso il consolidamento, il ripristino o il rinnovo di strutture esistenti, senza l’inserimento di elementi nuovi che non siano accessori; invece, ove si ottenga un complesso edilizio non più riferibile a quello preesistente, in tutto o nella maggior parte, si è in presenza di una ristrutturazione che necessita della concessione» (Cass. pen., sez. III, 31 marzo 1994, in Riv. pen., 1995, 174).

—              «Si ha risanamento conservativo nel caso di opere che non comportino l’aggiunta di un quid novi rispetto alla struttura esistente e che siano tendenti ad un utilizzo più razionale e tecnicamente meglio at-trezzato, anche sotto il profilo igienico, dell’immobile, senza che tale più proficua utilizzazione possa configurare una nuova unità immobiliare» (C. Stato, sez. V, 25 giugno 2002, n. 3438).

—              «In tema di restauro e risanamento conservativo, l’art. 31, 1° comma, lett. c), L. 5 agosto 1978, n. 457, va inteso nel senso che «l’inserimento degli elementi accessori e degli impianti richiesti dalle esi-genze dell’uso» è consentito purché non comporti alterazione degli elementi tipologici formali e strutturali, preminentemente salvaguardati» (C. Stato, sez. V, 28 giugno 2004, n. 4794, in Riv. giur. edilizia, 2004, I, 2003).

—              «Gli interventi di restauro o di risanamento conservativo presuppongono, secondo quanto dispone l’art. 31, lett. c), L. n. 457 citata, il rispetto degli elementi tipologici e formali dell’edificio; nel caso in cui viceversa si sia realizzata un’alterazione del prospetto o della sagoma (nella specie: sostituzione della preesistente copertura a tetto con altra costituita parte da tetto e parte da terrazzo) trattasi di intervento di ristrutturazione edilizia, per il quale è necessaria, a norma dell’art. 31 citato, lett. d), la concessione edilizia» (Cass. pen, 13 maggio 1987, in Riv. pen., 1987, 1057).

—              «La realizzazione di un balcone non può essere considerata intervento di risanamento conservativo ex art. 31, lett. c), L. 457/78 e costituisce opera di ristrutturazione edilizia esterna in quanto realizza un’oggettiva trasformazione della facciata del palazzo» (T.a.r. Liguria, sez. I, 4 novembre 2004, n. 1516, in Riv. giur. edilizia, 2005, I, 585).

—              «Costituisce restauro e risanamento conservativo e non già ristrutturazione l’intervento edilizio consistente nella sostituzione di due solai lignei con una struttura complessa costituita da una soletta in cemento armato nella quale sono stati reinseriti i solai preesistenti, posto che, conformemente all’art. 31, 1° comma, lett. c), L. 5 agosto 1978, n. 457, si tratta di opere rivolte ad assicurare la funzionalità dell’organismo edilizio preesistente, nel rispetto degli elementi tipologici, formali e strutturali dello stesso» (C. Stato, sez. V, 24 settembre 1999, n. 1154, in Giur. it., 2000, 850).

—              «Costituisce un intervento di restauro e risanamento conservativo, previsto dall’art. 31, lett. c), L. n. 457 del 1978 soggetto ad autorizzazione l’intervento edilizio consistente nella rinnovazione parziale dei muri perimetrali di un edificio, con la sostituzione delle pareti perimetrali in eternit con muri perimetrali di cemento e nel rifacimento del tetto, ferme restando la superficie, la volumetria e la destinazione del manufatto originario» (Cass., sez. III, 1 ottobre 1993, in Giur. ambientale, 1994, 323).

—              «Ai sensi dell’art. 31, lett. c), L. 5 agosto 1978, n. 457, i lavori di demolizione e ricostruzione delle strutture interne di un fabbricato, non incidendo sul preesistente assetto edilizio, configurano un intervento di restauro o di risanamento conservativo, soggetto ad autorizzazione, non già una ristrutturazione, che comporta una modifica totale o parziale dell’edificio, subordinata alla previa concessione edilizia» (C. Stato, sez. V, 11 novembre 1994, n. 1269, in Giur. it., 1995, III, 1, 194).

—              «La trasformazione di una soffitta, il cui tetto sia parzialmente crollato, in una mansarda abitabile, non costituisce intervento di restauro e risanamento conservativo ai sensi dell’art. 31, lett. c), L. 5 agosto 1978, n. 457; perciò l’esecuzione di tali lavori in difetto di concessione edilizia è punita ai sensi dell’art. 20, lett. b), L. 28 febbraio 1985, n. 47» (Cass. pen., 21 febbraio 1990, in Riv. pen., 1991, 169).

—              «La realizzazione di una controsoffittatura dei locali, di una fioriera e di un forno con banco di lavoro costituisce intervento di risanamento conservativo previsto dall’art. 31, 1° comma, lett. c), L. 5 agosto 1978, n. 457, in quanto mira a conservare l’organismo edilizio e ad assicurarne la funzionalità mediante un insieme di opere che, nel rispetto degli elementi tipologici, formali e strutturali dell’organismo, ne consentono destinazioni d’uso con essi compatibili» (C. Stato, sez. V, 27 settembre 1990, n. 695, in Cons. Stato, 1990, I, 1093).

—              «Un esiguo aumento di superficie utile (mq 1,42 per ogni piano), necessario per la miglior sistemazione dei servizi igienici, è compatibile con l’intervento di restauro e risanamento conservativo di cui all’art. 31, lett. c), L. n. 457 del 1978, che infatti prevede e consente anche l’inserimento di elementi accessori ed impianti, purché connessi alle esigenze d’uso dell’immobile e comunque destinati ad accrescere la funzionalità di quest’ultimo» (T.a.r Lombardia, sez. II, 27 settembre 1988, n. 315, in Riv. giur. edilizia, 1988, I, 978).

—              «La fusione di due unità immobiliari non impedisce la qualificazione dell’intervento in cui si inserisce come intervento di restauro e risanamento conservativo, posto che l’art. 31, lett. d) L. n. 457 del 1978 identifica i fattori innovativi — in rapporto ai quali si deve parlare di ristrutturazione — con le modifiche strutturali dell’edificio incidenti su superfici, volumi, prospetti o anche variazioni d’uso incidenti sugli standards urbanistici; è evidente pertanto che il numero delle unità immobiliari acquista rilevanza solo quando risulti accresciuto, con conseguente maggior peso urbanistico degli insediamenti (arg. ex art. 26 L. n. 47 del 1985» (T.a.r. Lombardia, sez. II, 9 giugno 1987, n. 180, in Riv. giur. edilizia, 1987, I, 868).

—              «L’intervento edilizio che prevede il rinnovo di alcuni elementi costitutivi di un edificio e l’ampliamento dello stesso attraverso la sua unificazione con un’attigua unità immobiliare dello stesso proprietario, va qualificato come restauro e risanamento conservativo» (T.a.r. Sicilia, sez. II, 12 febbraio 1993, n. 89, in Giur. amm. sic., 1993, 172).

—              «L’intervento di restauro e risanamento conservativo, di cui all’art. 31, lett. a), L. 5 agosto 1978, n. 457, presuppone necessariamente l’esistenza dell’organismo edilizio, siccome finalizzato al recupero degli immobili nella loro attuale consistenza e nell’ambito degli spazi concretamente identificabili: analoghe considerazioni valgono, peraltro, anche relativamente alla ristrutturazione edilizia di cui alla successiva lett. e) del predetto articolo, posto che “il ripristino di alcuni elementi costitutivi dell’edificio”, non può che essere riferito a parti esistenti dell’organismo edilizio: costituisce, pertanto, nuova edificazione e non già intervento sull’esistente, il progetto edilizio diretto, tra l’altro, alla riedificazione del primo piano di un edificio distrutto, molti anni prima, da un incendio» (T.a.r. Lombardia, sez. II, 20 marzo 1993, n. 94, in Giust. civ., 1993, I, 3135).

—              «Il concetto di recupero o di risanamento conservativo, presuppone l’esistenza nel suo complesso, di un edificio sul quale intervenire: pertanto, qualora nel corso dell’esecuzione dei lavori le strutture portanti del manufatto vengano meno anche per un fatto accidentale ed involontario quale un improvviso crollo, la loro riedificazione non può più dirsi rientrante nel concetto di restauro o di risanamento conservativo, giacché le opere edilizie in concreto eseguite (nella specie, gettito delle fondazioni in calcestruzzo, esecuzione di murature portanti con apertura di nuovi vani e finestre, di solette, di solai e del tetto), determinano la realizzazione di un edificio radicalmente e qualitativamente diverso dal precedente» (T.a.r. Piemonte, sez. I, 3 marzo 1988, n. 56, in Riv. giur., edilizia, 1988, I, 985).

Diritto-Urbanistico


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI