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Anatocismo, cos’è, come funziona, costi della causa

11 dicembre 2015 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 11 dicembre 2015



Banche, conti correnti, fido bancario e mutuo: interessi su interessi, trimestrali ed annuali. Illegittimità, ripetizione dell’indebito, prescrizione.

 

Cos’è l’anatocismo

Con l’anatocismo il debitore di una somma di denaro è chiamato a restituire non solo gli interessi pattuiti e scaduti ma anche quelli prodotti dagli interessi stessi. Tecnicamente questa situazione è definita capitalizzazione. Essa può essere trimestrale o annuale.

L’esempio numerico più facile da comprendere è il seguente:

– Tasso d’interesse: 5%

– Capitale ricevuto dalla banca: € 100,00

– liquidazione interessi: trimestrale

– Durata del prestito: 1 anno.

Interesse primo trimestre dovuti senza anatocismo = (€ 100,00*5%)/4 = € 1,25

Interesse secondo trimestre dovuti senza anatocismo = (€ 100,00*5%)/4 = € 1,25

Interesse terzo trimestre dovuti senza anatocismo = (€ 100,00*5%)/4 = € 1,25

Interesse quarto trimestre dovuti senza anatocismo = (€ 100,00*5%)/4 = € 1,25

Totale interessi senza anatocismo: € 5,00

Interesse primo trimestre con anatocismo = (€ 100,00*5%)/4 = € 1,25

Interesse secondo trimestre con anatocismo = (€ 100,00 + € 1,25 *5%)/4 = € 1,265

Interesse terzo trimestre con anatocismo = (€ 100,00 + € 1,265 *5%)/4 = € 1,266

Interesse quarto trimestre con anatocismo = (€ 100,00 + € 1,266 *5%)/4 = € 1,266

Totale interessi con anatocismo: € 5,047

Applicando, quindi, l’anatocismo, il correntista in 1 anno pagherà  lo 0,94% in più.

Il codice civile esplicitamente contempla l’ipotesi dell’anatocismo [1], affermando che in mancanza di usi contrari, gli interessi scaduti possono produrre interessi solo dal giorno della domanda giudiziale o per effetto di convenzione posteriore alla loro scadenza, e sempre che si tratti d’interessi dovuti almeno per sei mesi.

Nella sostanza l’argomento in questione è diventato di clamorosa importanza, quando le banche, hanno cominciato a conteggiare l’anatocismo in tutti le ipotesi di erogazione di un prestito (mutuo, fido bancario, etc). Questa pratica era avallata, secondo gli istituti di credito, da presunti usi consolidati, e pertanto era oggetto di applicazione, a carico dei poveri debitori, anche in assenza di una specifica pattuizione. In questo modo, quando ad esempio un mutuo non era regolarmente restituito, l’importo non ancora corrisposto, costituito di capitale ed interessi, produceva complessivamente ulteriori interessi : una specie di giostra infinita, per nulla divertente per il salassato debitore.

Evoluzione storica dell’anatocismo

Finalmente, alla fine del secolo scorso, la Cassazione intervenne a sancire l’illegittimità della descritta prassi e la nullità delle clausole contrattuali che prevedevano questo sfavorevole meccanismo di calcolo del dovuto, in particolare negando l’ammissibilità della capitalizzazione trimestrale degli interessi scaduti. Ma non contento di ciò, il legislatore intervenne [2] per salvare questa splendida creatura giuridica, stabilendo che le clausole contrattuali che prevedevano la produzione d’interessi su interessi erano sin lì valide, salvo poi dover essere adeguate successivamente.

Fortunatamente, la Corte Costituzionale intervenne a sancire l’illegittimità della predetta disposizione [3] mettendo fine, pertanto, al maldestro tentativo del legislatore di proteggere oltremodo gli istituti bancari. Negli anni successivi, la Corte di Cassazione, con una serie di provvedimenti culminati con la sentenza a Sezioni Unite del 2004 [4], confermava la predetta illegittimità, non solo se applicata ai contratti di conto corrente, ma anche se prevista in materia di mutuo.

Prescrizione del diritto al rimborso

Superato, quindi, l’ostacolo della riconosciuta inammissibilità dell’anatocismo, inteso come la capitalizzazione trimestrale degli interessi scaduti, restava comunque da risolvere il problema della prescrizione.

Accertato, infatti, che il debitore, illegittimamente onerato dal perverso meccanismo, avesse diritto al rimborso di quanto versato, occorreva stabilire a partire da quale momento decorresse il termine prescrizionale per azionare la richiesta di restituzione (tecnicamente definita azione di ripetizione dell’indebito) [5].

Ebbene, un primo orientamento giurisprudenziale sosteneva la decorrenza del termine a partire dalla singola operazione di addebito sul conto o di pagamento effettuato a saldo del dovuto. Successivamente, invece, si affermò il principio secondo il quale il conto corrente andava valutato e considerato unitariamente e, pertanto, la prescrizione poteva decorrere soltanto a partire dalla chiusura del predetto conto. In particolare, un‘importante sentenza della Cassazione [6] precisava che, l’addebito anatocistico consisteva o in una riduzione del credito (fido bancario) disponibile oppure in un aumento del debito del correntista. In ogni caso, avendo il solo scopo di ripristinare il cosiddetto rapporto di provvista, l’addebito non poteva certo essere considerato un versamento di natura solutoria: la prescrizione decennale, quindi, decorreva dalla data di chiusura del conto, momento nel quale era estinto il saldo, di un rapporto ove erano stati registrati degli interessi passivi illegittimi.

Ma anche qui, intervenne subito il legislatore in soccorso. Con il decreto mille proroghe del 2010 [7] si affermava che la prescrizione …relativa ai diritti nascenti dalle annotazioni in conto inizia a decorrere dal giorno dell’annotazione stessa. In ogni caso non si fa luogo alla restituzione di importi già versati alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto legge….

  

L’effetto provocato dalla predetta disposizione era devastante. Di fatto era cancellata ogni possibilità di restituzione degli interessi anatocistici addebitati, poiché erano ormai andati in prescrizione e in ogni caso, il rimborso non era possibile.

Tuttavia, così come avvenuto in precedenza, la Corte Costituzionale [8], investita della questione, decise per l’illegittimità della predetta norma, di fatto ripristinando la possibilità di agire per la ripetizione degli indebiti, con prescrizione decennale a partire dalla chiusura del conto.

La capitalizzazione annuale degli interessi sugli interessi

In ultimo la Cassazione [9], rigettando le eccezioni della banca secondo la quale, sussistono usi normativi che legittimano, almeno, la capitalizzazione annuale, ha affermato l’illegittimità della prassi anatocistica, sia ove trimestrale sia ove annuale.

D’altra parte, l’attuale dettato normativo [10] stabilisce, definitivamente, che gli interessi non possono produrre ulteriori interessi.

 

Come faccio a sapere se sul mio conto è stato applicato l’anatocismo?

Occorre essere in possesso della documentazione bancaria degli ultimi dieci anni (estratti conto e quant’altro), ma è utile anche il contratto (di conto corrente, di mutuo o di affidamento) nel quale era prevista o meno l’applicazione della clausola anatocistica. Ricordatevi che se il conto risulta chiuso e non avete conservato i documenti in questione, ne potete chiedere copia alla vostra banca : questa è obbligata a conservare tutta la documentazione per almeno dieci anni dalla chiusura del rapporto. Una volta in possesso del necessario, occorre far esaminare la documentazione ad un esperto in materia, il quale valuterà se e in che termini è stato applicato l’anatocismo al vostro caso. Si tratta, in sostanza, di una perizia, che vi servirà per stabilire l’ammontare del dovuto oltre che per fondare l’eventuale successiva azione legale.

 

Quanto mi può costare una causa di anatocismo?

Il costo della causa è costituito dalle spese legali necessarie per avviarla (contributo unificato, bolli, spese di notifica, etc) oltre agli onorari del vostro avvocato. Il valore della causa condiziona quello dei costi : ad esempio se avete diritto ad un rimborso di 25.000 euro, il contributo unificato da pagare sarà pari ad € 474,00 oltre 27 euro di bollo, etc. Se la cifra è superiore a 26.000, il costo aumenterà e così di seguito. È sicuramente una buona regola chiedere un preventivo al vostro legale di fiducia, ma diffidate da chi vi propone di anticipare tutto : i costi da affrontare sono molto alti e poiché nessuno vi regala nulla, questo comportamento nasconde sicuramente qualche insidia.

 

C’è un sistema alternativo alla causa per farsi rimborsare i soldi?

Si. In alternativa si può ricorrere all’Arbitro Bancario Finanziario che è un modo di risolvere stragiudizialmente la controversia tra la banca e il correntista. Non necessita dell’assistenza di un legale (ma si sconsiglia di affrontarlo da soli) e la decisione dell’arbitro non è vincolante per le parti, ma potrebbe essere una strada per risolvere la questione in via amichevole, peraltro molto economica. Per tutte le informazioni basta collegarsi al seguente sito : https://www.arbitrobancariofinanziario.it.

La mediazione, invece, è anch’essa un modo stragiudiziale per risolvere la problematica sorta. In questo caso è un passaggio obbligatorio per affrontare poi la causa : si definisce, infatti, una condizione di procedibilità. Nella mediazione è necessaria l’assistenza di un legale. Anche in questa circostanza, le parti che “mediano” non hanno l’obbligo di arrivare ad un accordo, ma fallito il tentativo, il correntista potrà fare causa alla Banca senza dover attendere altro.

 

note

[1] Art. 1283 cod. civ.

[2] Art. 25, Dl 342/1999.

[3] C. Cost. sent. n. 425/2000 del 17.10.2000.

[4] Cass. S.U. sent. n. 21095/2004 del 04.11.2004.

[5] Art. 2033 cod. civ.

[6] Cass. S.U.. sent. n. 24418/2010 del 02.12.2010.

[7] Art. 2, co. 61 Dl. 225/2010.

[8] C. Cost. sent. n. 78/2012 del 2-5.04.2012.

[9] Cass. sent. n. 9127/2015 del 06.05.2015.

[10] Art. 120, Dlgs 385/1993 (Testo Unico Bancario).

Autore immagine: 123rf com

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