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L’ammissione del debito in una testimonianza non è riconoscimento

13 Dicembre 2015


L’ammissione del debito in una testimonianza non è riconoscimento

> Diritto e Fisco Pubblicato il 13 Dicembre 2015



La dichiarazione testimoniale non interrompe la prescrizione del debito.

Chi riconosce di essere debitore nei confronti di un’altra persona, ammettendo di doverle dei soldi o un’altra prestazione (per es. la consegna di un bene), sta effettuando quella che tecnicamente viene definita ammissione di debito: essa, da un lato, garantisce al creditore una prova del proprio diritto (che, se scritta, gli consente peraltro di agire direttamente con un decreto ingiuntivo), dall’altro lato interrompe la prescrizione, consentendo al creditore maggior tempo per agire in giudizio (ricordiamo che la prescrizione, per i crediti derivanti da contratto, è di 10 anni e, per tutti i casi di responsabilità da fatto illecito, è di 5 anni). Tuttavia, perché la prescrizione possa essere interrotta, l’ammissione del credito deve essere volontaria e spontanea. Tale non è, per esempio, la dichiarazione che viene fatta dal debitore nell’ambito di una testimonianza da questi fornita in un processo, e ciò perché emessa in adempimento di un proprio obbligo morale e civile (quale appunto la testimonianza è). È quanto chiarito dalla Corte di Appello di Milano con una recente sentenza [1].

La conseguenza pratica è che chi ammette un proprio debito, ma lo fa nel corso di dichiarazioni fornite come testimonianza in un giudizio, non consente al creditore quella prova certa del credito che l’ammissione di debito è normalmente e, dall’altro lato, non interrompe la prescrizione.

Secondo i giudici lombardi di secondo grado, il riconoscimento dell’altrui diritto nell’ambito di una prova testimoniale non costituisce una vera e propria ammissione di debito, intesa come dichiarazione spontanea del debitore, ma si tratta solo di un atto con il quale un soggetto dichiara di essere a conoscenza di una determinata situazione. Tale dichiarazione, proprio perché effettuata in un processo davanti al giudice, comporta l’assunzione di un impegno circa la veridicità di quanto si afferma nonché la volontarietà di averlo formulato per le finalità esternate.
In base all’orientamento attuale della giurisprudenza, le dichiarazioni rilasciate in qualità di testimone non possono essere considerate espresse secondo la volontà di chi le dichiara. Infatti – prosegue la sentenza – vi sono degli obblighi che ricadono in capo ad un soggetto che riveste il ruolo di testimone, primo tra tutti l’obbligo di rispondere alle domande del giudice secondo verità. Questo dovere di dire solo e soltanto il vero al quale il testimone è tenuto per legge è in evidente contrasto con la spontaneità della dichiarazione.

note

[1] C. App. Milano, sent. n. 2426 del 9.06.2015.

Autore immagine: 123rf com

Repubblica Italiana

In Nome del Popolo Italiano

La Corte d’Appello di Milano

Sezione Prima civile

ha pronunciato la presente

Sentenza

nella causa d’appello iscritta al n. 955/2011 del ruolo generale, promossa

Da

SO.RO., difeso e rappresentato dagli Avvocati Gi.Ca. e Pi.Ro. ed elettivamente domiciliato presso lo studio di questi ultimi in 20131 Milano – Viale (…);

appellante Contro

ZO.AL., difeso e rappresentato dall’Avvocato Ro.Vi. ed elettivamente domiciliato presso lo studio di quest’ultima in 20129 Milano – Viale (…);

appellata
con atto di citazione in appello notificato in data 11.03.2011. Svolgimento del processo

Con sentenza n. 645/2010, pubblicata il 14.12.2010, il Tribunale di Milano Sezione distaccata di Rho, in composizione monocratica, esponeva come segue i fatti di causa e lo svolgimento del processo in primo grado:

“Con atto di citazione, ritualmente notificato in data 23.8.2008, SO.Ro. conveniva in giudizio ZO.Al. per ottenerne la condanna dello stesso al pagamento in suo favore della somma di Euro

10.072,91, oltre IVA, a titolo di prestazione professionale che lo stesso asseriva di aver prestato a favore del convenuto, con vittoria di spese.

Esponeva l’attore che ZO.Al., sentito in data 12.4.2002 quale testimone; nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo promosso da MA.Gi. contro lo stesso SO.Ro. avanti al Tribunale di Milano, aveva espressamente riconosciuto di essere debitore del SO. dichiarando che lui stesso gli aveva conferito l’incarico professionale e che le prestazioni professionali erano state eseguite.

Con memoria depositata in data 20.11.2008 si costituiva in giudizio ZO.Al. eccependo in via preliminare la prescrizione del diritto azionato dall’attore, essendo decorso il termine ordinario di cui all’art. 2946 c.c. decorrente dalla data dell’ultima prestazione, eseguita in data 18.5.1997, senza che fosse intervenuto alcun atto interruttivo della prescrizione stessa. Parte convenuta chiedeva comunque rigettarsi nel merito la domanda attorea in quanto infondata in fatto e in diritto. Non poteva, infatti, affermarsi che ZO.Al., in sede di deposizione testimoniale resa in data 12.4.2002 nell’ambito del giudizio conseguente all’opposizione al decreto ingiuntivo ottenuto dallo stesso SO.Ro. contro MA.Gi., avesse riconosciuto il proprio debito. Inoltre, la pretesa prestazione professionale azionata dall’attore era stata eseguita a favore della Sa. S.r.l. con la quale ZO.Al. non aveva alcun tipo di rapporto, come poteva evincersi sia dalla pronuncia della Corte di Appello di Milano dallo stesso convenuto prodotta (doc. 2 fascicolo parte convenuta) sia dalla parcella, prodotta dallo stesso attore (doc. 1 fascicolo parte attrice).

Il Giudice, concessi alle parti i termini per il deposito delle memorie di cui all’art. 183 comma 6 n. l, n. 2 e n. 3 c.p.c., ritenuta la causa matura per la decisione, non ammetteva le istanze istruttorie dedotte da parte attrice e rinviava all’udienza del 22.9.2010 per la precisazione delle conclusioni. Adempiuto detto onere processuale, la causa era trattenuta in decisione, concedendo alle parti i termini di legge per il deposito delle comparse conclusionali e delle memorie di replica”.

Quindi, il primo Giudice così spiegava le ragioni delle sue determinazioni:

“La domanda proposta dall’attore non può trovare accoglimento, essendo il diritto azionato prescritto.

E’ infatti, fondata l’eccezione di prescrizione tempestivamente sollevata dalla parte convenuta con la comparsa di costituzione e risposta. Il diritto di credito al pagamento di prestazioni professionali, quale quello dedotto in giudizio dall’attore, si prescrive nel termine ordinario di dieci anni. Tale termine decorre dal momento in cui il diritto può essere fatto valere, momento che deve farsi coincidere con quello in cui è stata ultimata la prestazione professionale eseguita. Nel caso di specie, come risulta con evidenza dalla stessa parcella prodotta dall’attore, l’ultimo atto esecutivo della prestazione professionale, asseritamente svolta in favore del convenuto, è il “promemoria strettamente confidenziale” predisposto in data 18.5.1997. Da tale momento, quindi, il SO. ben poteva esercitare il suo diritto nei confronti del soggetto che lo stesso riteneva obbligato. L’azione è, invece, stata esercitata dal SO. nei confronti dell’odierno convenuto solo con l’atto di citazione, notificato al convenuto solo in data 23.7.2008, quindi quando ormai il termine di prescrizione era abbondantemente decorso.

Né l’attore ha fornito la prova di alcun atto interruttivo della prescrizione anteriormente compiuto. Non si può, infatti, sostenere che costituisca un atto interruttivo della prescrizione la dichiarazione resa da ZO.Al. in sede di deposizione testimoniale in data 12.4.2002 che parte attrice asserisce essere un riconoscimento di debito.

Ad avviso di questo Giudice non costituisce riconoscimento del debito ai sensi dell’art. 2944 c.c. la deposizione testimoniale di ZO.Al. perché mancano, nelle dichiarazioni rese in tale sede e invocate a tal fine da parte attrice, tutti i caratteri richiesti, secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, affinché possa ritenersi integrata la fattispecie di cui all’art. 2944 c.c. La Suprema Corte, infatti, ha in più occasioni affermato che “Il riconoscimento di debito, quale atto interruttivo della prescrizione, pur non avendo natura negoziale, né carattere recettizio e costituendo un atto giuridico in senso stretto, non solo deve provenire da un soggetto che abbia poteri dispositivi del diritto, ma richiede altresì in chi lo compie una specifica intenzione ricognitiva, occorrendo a tal fine la consapevolezza del riconoscimento desunta da una dichiarazione univoca, tale da escludere che la dichiarazione possa avere finalità diverse o che lo stesso riconoscimento resti condizionato da elementi estranei alla volontà del debitore” (Cass. Sez. L 11.5.2009 n. 10755) e che “Per aversi riconoscimento di debito non occorrono, data la natura negoziale dell’atto, formule sacrali, e neppure una specifica volontà di produrre l’effetto interruttivo, ma è necessaria pur sempre la consapevolezza dell’esistenza del debito e la volontarietà dell’atto” (Cass. Sez. L 21.5.2008 n. 12967; Cass Sez. L 7.9.2007 n. 18904).

Nel caso di specie, quindi, mancano, tenuto conto delle sede in cui le dichiarazioni sono state rese e effettuata una attenta e completa valutazione delle stesse dichiarazioni testimoniali, tanto la consapevolezza dell’esistenza del debito, quanto la volontarietà dell’atto di riconoscimento e soprattutto la univocità della dichiarazione.

Infatti, ad una attenta e complessiva lettura dei capitoli di prova e delle risposte articolate dal testimone emerge con tutta evidenza che lo stesso si è limitato a riferire circostanze a sua conoscenza circa la trattativa intercorrente tra le parti di quel giudizio)(l’esame dei bilanci delle società, gli incontri avvenuti tra le parti, gli atti predisposti dal SO.) senza che in alcun modo dal complesso delle dichiarazioni possa ricavarsi una volontà dello ZO. di affermare che lo stesso avesse conferito incarico al SO. e fosse perciò debitore dello stesso, come pretende invece l’attore. L’interpretazione che l’attore dà della deposizione testimoniale dello ZO. in quel giudizio è, pertanto, del tutto fuorviante e non rispondente ad una attenta valutazione della testimonianza nel suo complesso.

Per le ragioni esposte, essendo quindi fondata l’eccezione di prescrizione, va respinta la domanda di parte attrice.

Le spese di lite, in applicazione del principio della soccombenza, vengono poste a carico di parte attrice e liquidate come da dispositivo.

La presente sentenza è provvisoriamente esecutiva ai sensi dell’art. 282 c.p. Infine, il Tribunale pronunciava il seguente dispositivo:

“definitivamente pronunciando nella causa fra le parti di cui in epigrafe, ogni altra istanza ed eccezione disattesa, così decide:

– accogliendo l’eccezione di prescrizione sollevata dal II Tribunale Ordinario di Milano, Sezione Distaccata di RHO, in composizione monocratica, in persona del Giudice Dott convenuto, respinge la domanda proposta da SO.Ro. nei confronti di ZO.Al.

– condanna SO.Ro. a rifondere a ZO.Al. le spese di lite che liquida in complessivi Euro 2918,25, di cui Euro 1194 per diritti, Euro 1400 per onorari ed Euro 324,25 per spese generali, oltre IVA e CPA come per legge;

Sentenza provvisoriamente esecutiva ex lege”.
Detta sentenza veniva notificata in data 01.04.2011 a cura dell’attore a parte convenuta.

Con atto di citazione in appello, notificato in data 20.04.2011, l’attore rag. Roberto SO. interponeva rituale e tempestiva impugnazione contro la predetta decisione innanzi a questa Corte, chiedendo che, in riforma di essa, fossero accolte le conclusioni in epigrafe riportate.

Si costituiva in giudizio il Signor ZO.Al. con comparsa di risposta con la quale chiedeva il rigetto dell’appello e la conferma integrale della Sentenza impugnata, con il favore delle spese anche in grado di appello.

All’udienza collegiale del 23.12.2014 la presente causa d’appello veniva rimessa in decisione sulle conclusioni in epigrafe riportate, con l’assegnazione alle parti dei termini di 50 giorni per il deposito delle comparse conclusionali e di ulteriori giorni 20 per il deposito delle memorie di replica, ex art. 190 c.p.c.

Motivi della decisione
Ritiene la Corte che l’appello sia infondato e che esso vada respinto.

Con i motivi di impugnazione, l’appellante lamenta che erroneamente il primo Giudice abbia accolto l’eccezione di prescrizione dell’azione ex art. 2944 c.c. sollevata dall’allora convenuto.

Parte appellante sostiene che il signor ZO. abbia riconosciuto il diritto di credito al pagamento di prestazioni professionali del signor SO., risalenti al 18.05.1997 (data dell’ultima prestazione eseguita), e che la decennale prescrizione, sopravvenuta in data 18.05.2007, sia stata di conseguenza interrotta. L’atto interruttivo sarebbe rappresentato dalla dichiarazione del signor ZO.Al. in sede di deposizione testimoniale in data 12.04.2002 nel corso del giudizio di opposizione promosso dal rag. Gi.Ma. Quest’ultimo proponeva opposizione avverso il decreto ingiuntivo n. 4241/1999 emesso dal Tribunale di Milano su istanza del rag. SO. con il quale gli veniva ingiunto di pagare la somma di Lire 27.424.900, oltre interessi e spese, per prestazioni professionali asseritamente rese in suo favore. L’opposizione venne accolta e il decreto ingiuntivo revocato.

Durante la testimonianza del signor Al.ZO. rilasciata in quella sede, vi furono in particolare tre dichiarazioni a sostegno del riconoscimento del diritto dell’appellante da parte dell’appellato: “Chiesi io al signor SO. di fare la valutazione”; “Il Rag. SO. ha predisposto un piano, cioè una valutazione dell’immobile per poter poi in futuro cedere una parte o l’altra. Mi sembra che ci furono dieci incontri” e “So che ha redatto una base di accordi sottoscritta anche da me, dal mio socio e dal rag. Ma.”.

Il ragionier SO. sostiene quindi che le attività da lui svolte siano provate con certezza assoluta e che il riconoscimento del suo diritto da parte del signor ZO. sia avvenuto sulla base delle due condizioni individuate dalla giurisprudenza:

1) la consapevolezza, anche implicita, dell’esistenza del debito; 2) la volontarietà dell’atto.

Per quanto riguarda la prima condizione l’appellante afferma che essa appare evidente dalle stesse dichiarazioni dell’appellato durante la testimonianza. Inoltre nell’atto di comparsa di costituzione

depositata in cancelleria del Tribunale di Rho, lo ZO. affermava: “Ciò posto è altrettanto vero che la notula del rag. SO. sia stata sin dall’inizio oggetto di confusione in merito al soggetto destinatario della stessa (ovvero l’obbligato al pagamento)”. A parere dell’appellante è dunque lo stesso appellato ad ammettere che il debito nei confronti del signor SO. sia sussistente e comprovato.

Per quanto attiene alla volontarietà dell’atto, seconda esigenza richiesta per il riconoscimento del debito, essa risulta direttamente desumibile dalle dichiarazioni rese dal signor ZO., il quale non si limita a riferire circostanze di cui è a conoscenza ma ammette anche il suo coinvolgimento nel conferimento dell’incarico professionale al ragioniere appellante.

Orbene, secondo quest’ultimo, è dimostrata la sussistenza delle due condizioni previste per il riconoscimento del diritto in questione, e si dovrebbe così configurare l’interruzione della prescrizione ai sensi dell’art. 2944 c.c. Di conseguenza il ragioniere SO. afferma di dover essere pagato Euro 10,072,91 per aver svolto le prestazioni professionali di cui era stato incaricato.

La doglianza, a parere del Collegio, non può essere condivisa.

Nessun pregio hanno, difatti, le precedenti affermazioni dell’appellante a sostegno della sussistenza del riconoscimento del debito da parte del signor ZO.

Ai fini dell’interruzione della prescrizione non è necessario un effettivo riconoscimento del debito ma è sufficiente un comportamento volontario che può concretizzarsi in una dichiarazione esplicita che implichi l’ammissione dell’esistenza del credito della controparte. Tuttavia, la più recente giurisprudenza ha stabilito che, affinché la dichiarazione possa produrre effetto interattivo della prescrizione dell’articolo 2944 c.c., non solo deve provenire dal soggetto che abbia poteri dispositivi del diritto stesso, ma anche e soprattutto deve consistere in una manifestazione, in modo chiaro ed univoco, dell’intenzione ricognitiva del diritto altrui, tale da escludere che la dichiarazione medesima possa essere effettuata ad altri fini incompatibili con la volontà di riconoscere tale diritto.

Il riconoscimento dell’altrui diritto non costituisce infatti un negozio giuridico, bensì un atto giuridico in senso stretto, ossia un atto con il quale un soggetto dichiara di essere a conoscenza di una determinata situazione avente valenza giuridica. Ciò comporta l’assunzione di un impegno circa la veridicità di quanto si afferma nonché la volontarietà di averlo formulato per le finalità esternate.

Le dichiarazioni rilasciate dal signor ZO. in qualità di testimone non possono essere considerate espresse secondo la sua volontà. Infatti vi sono degli obblighi che ricadono in capo ad un soggetto che riveste il ruolo di testimone, come l’obbligo di rispondere alle domande del giudice secondo verità.

Questa imposizione di enunciare il vero al quale l’appellato è dovuto sottostare per legge è in evidente contrasto con la sua volontà di pronunciarsi sui temi di specie. In tal senso la condizione di testimone ha comportato la non possibilità del signor ZO. di scegliere il contenuto delle dichiarazioni emesse.

Orbene, viene a mancare uno dei caratteri fondamentali affinché si configuri la fattispecie di cui all’art. 2944 c.c., cioè l’univocità della dichiarazione tale da escludere che possa avere finalità diverse estranee alla volontà del debitore. É dunque da negarsi l’efficacia interruttiva pretesa da parte appellante alle delle dichiarazioni testimoniali di parte appellata.

Conclusivamente, l’appello è infondato e deve essere respinto, con la consequenziale conferma integrale della Sentenza impugnata.

Le spese del presente grado di giudizio seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte d’Appello di Milano, Sezione Prima Civile, definitivamente pronunciando, così dispone:

respinge l’appello e conferma l’impugnata Sentenza n. 645/2010 del Tribunale di Milano, sezione distaccata di Rho, pubblicata il 14.12.2010, in ogni sua parte;

condanna l’appellante ragioniere SO.Ro. alla rifusione delle spese del presente grado di giudizio in favore dell’appellato signor Aldo ZO., che si liquidano in Euro 4.343,55 per compensi professionali oltre spese generali pari al 15% dei compensi ed iva e epa come per legge.

Cosi deciso in Milano, il 6 maggio 2015. Depositata in Cancelleria il 9 giugno 2015.


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