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Lo sai che? Acqua: lettura del contatore e consumo presunto

Lo sai che? Pubblicato il 13 dicembre 2015

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Acqua potabile a uso domestico: autolettura del contatore, consumo presunto, bolletta o fattura, cartella di pagamento Equitalia, prescrizione, contestazioni.

L’acqua non ha sapore, ma il pagamento della bolletta è certamente amaro; esistono tuttavia dei criteri di calcolo che, però, vanno rispettati poiché, in difetto, è possibile la contestazione. Ecco quindi questa breve guida per comprendere come avviene il calcolo della tariffa, degli importi della bolletta, della lettura le contatore e delle eventuali contestazioni all’ente gestore del servizio idrico.

Il corrispettivo per la fornitura dell’acqua varia da famiglia a famiglia poiché dipende dall’effettivo consumo contabilizzato tramite un contatore ed emissione di bollette o fatture. È tuttavia possibile individuare, all’interno della bolletta, delle voci costanti:

– una quota fissa dovuta per il canone

– il corrispettivo per il prelievo di acqua, calcolato sulla base del volume d’acqua prelevato, con addebito del minimo impegnato in caso di usi non domestici (tipologia di fornitura “altri usi”), e delle tariffe in vigore per tipologia di utenza e scaglione tariffario;

– il corrispettivo per i servizi di fognatura e depurazione, anche in questo caso calcolato sulla base del volume d’acqua prelevata.

Che succede se l’acqua non è potabile o è inquinata?

La giurisprudenza (di merito e di Cassazione [1]) ha chiarito che se il Comune o l’ente gestore fornisce acqua non potabile perché inquinata l’utente ha diritto alla riduzione del corrispettivo dovuto per il consumo per il periodo di mancata utilizzazione dell’acqua nonché al risarcimento dei danni patiti.

Il ragionamento dei giudici è il seguente. Poiché il corrispettivo dovuto al comune per l’erogazione dell’acqua ad uso domestico non è una imposta o tassa, ma è la controprestazione di un servizio reso su richiesta dell’utente, ne deriva che:

– l’impugnazione della cartella di pagamento va effettuata davanti al giudice ordinario e non davanti alla Commissione Tributaria;

– l’impugnazione della cartella di pagamento non è soggetta al termine di sessanta giorni applicabile nella sola materia tributaria, e ciò anche se la cartella costituisca mezzo di esecuzione esattoriale;

– se il servizio non viene reso correttamente si configura un inadempimento contrattuale, che pertanto fa scattare il diritto alla riduzione del corrispettivo (per ridotta utilità del bene) ed, eventualmente, il risarcimento del danno (danni conseguenti alle differenti forme di approvvigionamento dell’acqua cui ha dovuto far ricorso il consumatore).

Come viene fatta la lettura del contatore dell’acqua?

Le modalità vengono stabilite dai regolamenti aziendali. Di solito si prevede che la lettura dei contatori sia effettuata almeno una volta all’anno da parte di addetti del fornitore o da personale incaricato dallo stesso.

L’autolettura se l’utente non è a casa

Quando non è possibile eseguire la lettura, il personale lascia nella cassetta della posta apposita cartolina per l’autolettura.

Il consumo presunto

Spesso è previsto che se non perviene l’autolettura, il fornitore determina il consumo di acqua:

– in misura eguale a quello del corrispondente al periodo dell’anno precedente

– oppure, in mancanza di dati, sulla base della media dei consumi dei periodi più prossimi a quelli di mancata lettura, salvo conguaglio.

La pretesa del Comune (o ente gestore), basata su un consumo minimo presunto o a forfait è illegittima.

Il prezzo della fornitura deve infatti essere commisurato all’effettivo consumo e non può essere fissato secondo criteri meramente presuntivi che prescindano totalmente dalla situazione reale e si appalesino, pertanto, illogici [2].

Pagamento

Il pagamento avviene attraverso l’emissione della bolletta o della fattura da parte dell’ente fornitore. In caso di mancato pagamento, viene recapitata a casa dell’utente la cartella di pagamento dall’Agente della Riscossione (su gran parte del territorio, quindi, Equitalia).

Quando si prescrive il pagamento della bolletta?

Il pagamento della bolletta dell’acqua si prescrive dopo cinque anni. Scaduto tale termine ogni richiesta di pagamento è illegittima.

Per quanto tempo vanno conservate le bollette?

L’utente, per precauzione, onde contrastare eventuali richieste di pagamenti già effettuati, deve conservare le bollette per il termine di prescrizione del pagamento, ossia per 5 anni dalla data di scadenza del pagamento.

Si può interrompere la prescrizione?

Tale termine è però interrotto e riprende a decorrere nel caso in cui venga notificata (con raccomandata a.r.) una intimazione di pagamento, con la conseguenza che si prolunga anche il termine di conservazione dei documenti.

Che succede se non si paga la bolletta?

Il fornitore del servizio sospende l’erogazione della fornitura di acqua, dietro preavviso.

Come si contesta la cartella di pagamento?

Se l’utente intende contestare l’importo della bolletta deve impugnare la cartella di pagamento davanti al giudice ordinario [3].

L’utente deve però vincere la presunzione di veridicità della contabilizzazione della bolletta, quindi spetta a lui l’onere della prova. In pratica, il consumatore deve dimostrare, anche con testimoni, che il consumo reale è inferiore a quello indicato dal contatore e quindi nella fattura (la bolletta è infatti considerata un atto unilaterale di natura meramente contabile [4]).

Come fare un reclamo senza dover andare dal giudice?

L’utente deve prima inviare una contestazione al gestore, che è tenuto a rispondere entro i termini fissati dalla carta dei servizi (pubblicata nel sito web del gestore).

Dopodiché, in caso di mancata risposta o di risposta insoddisfacente, è possibile presentare il reclamo al Gestore del servizio erogato (AEGG) che dovrà procedere ad attivare una procedura di conciliazione.

Le contestazioni che possono dare luogo a domanda di conciliazione sono:

– ricostruzione dei consumi da accertato malfunzionamento del contatore;

– fatture a calcolo con importi anomali rispetto a quelli medi del periodo, non dovuti a conguagli;

– sospensione della fornitura per contestata morosità del cliente.

note

[1] Cass. sent. n. 9240/2002.

[2] Trib. Napoli sent. del 21.11.2001, Giud. Pace Nocera Inferiore sent. del 16.20.2009, Giud. Pace Castellammare del Golfo 16.07.2004.

[3] Cass. SU sent. n. 11720/2010.

[4] Trib. Perugia sent. 1.03.2.007


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Cass. 25 giugno 2002 n. 9240

Svolgimento del processo
Rosina Zitiello, nel giugno 1998, ha citato dinanzi al Giudice di pace di Pignataro Maggiore il Comune di Sparanise e la soc. Serit Servizio di riscossione dei tributi (Concessione della provincia di Caserta Commissario governativo del Banco di Napoli), assumendo di non dovere la somma di L. 212.010, nei suoi confronti pretesa, con iscrizione a ruolo ed emissione di cartella esattoriale da parte di detto Servizio, quale canone di acqua potabile inerente all’anno 1992.
Il Giudice di pace di Piedimonte Matese, davanti al quale la causa é stata riassunta dopo la ricusazione su istanza del Comune, del Giudice di pace di Pignataro Maggiore, con sentenza n. 30 del 4 febbraio 1999, in accoglimento della domanda, ha dichiarato la “inesistenza del diritto al pagamento” di detta somma, fra l’altro osservando: a) che la controversia riguardava il corrispettivo di un contratto di somministrazione, e quindi un rapporto obbligatorio non incluso fra quelli demandati alla giurisdizione delle commissioni tributarie ovvero alla competenza per materia del tribunale; b) che non occorreva sospendere il processo, per effetto di ulteriore istanza di ricusazione, in ragione della tardività ed irritualità di essa, né per effetto della produzione all’udienza di discussione di copia di ricorso per regolamento preventivo di giurisdizione, alla luce della manifesta infondatezza della deduzione del Comune ricorrente circa la devoluzione della domanda alla cognizione delle commissioni tributarie; c) che non era opportuna la riunione della causa con quelle di contenuto analogo promosse da altri utenti del servizio municipale; d) che il credito allegato dal Comune si era estinto per prescrizione quinquennale, ai sensi dell’art. 2948 cod. civ., in carenza di validi atti interruttivi del relativo termine, e comunque non era assistito da sufficienti prove.
Per la cassazione della sentenza il Comune di Sparanise ha proposto ricorso per 14 motivi. Le parti private non hanno spiegato difese.
Le Sezioni Unite di questa Corte con sentenza 10802 del 4 agosto 2001, hanno respinto il primo motivo del ricorso con cui si contestava la giurisdizione del giudice ordinario a conoscere della controversia, che hanno dichiarato.
Motivi della decisione
1. Va anzitutto rigettata la richiesta pregiudiziale del P.G. in udienza di dichiarare d’ufficio la nullità della sentenza di merito per vizio di costituzione del giudice, perché l’ordinanza del Pretore che ha accolto l’istanza di ricusazione del giudice di pace di Pignataro Maggiore, ex art. 53, cpv., c.p.c., ha sostituito la persona di quel magistrato con l’ufficio del Giudice di pace di Piedimonte Matese, e non con la persona di altro magistrato, con atto amministrativo illegittimo emesso in carenza di potere, in ordine alla designazione di un diverso ufficio e che quindi non poteva conferire il potere di conoscere la causa al giudice di pace designato, privo di capacità o legittimazione a pronunciarsi (potestas judicandi), per cui la sua decisione sarebbe nulla ex art. 158 c.p.c. o inesistente e il vizio potrebbe rilevarsi ufficiosamente anche in sede di legittimità.
In realtà vi è stato un vizio di costituzione del giudice, perché l’ordinanza che decide sulla ricusazione valuta la capacità soggettiva del giudice e deve designare nominativamente il sostituto ed è illegittima se sostituisca il ricusato con un ufficio indicato impersonalmente come nel caso (Cass. 23 marzo 1989 n. 1487, 14 febbraio 1984 n. 1113 e 7 novembre 1981 n. 5907).
La sentenza non è però inesistente, come accade quando non sia sottoscritta o sia emessa a non judice, perché nel caso manca solo la legittimazione concreta, pur essendovi la capacità del giudice a pronunciarsi nella controversia assegnatagli illegittimamente per la quale ha competenza per valore e materia e non per territorio; la decisione è nulla, ex art. 158 c.p.c., norma che rinvia al successivo art. 161, che converte il motivo di nullità in motivo di impugnazione.
Se la nullità non si è rilevata di ufficio o su eccezione dal giudice male costituito, essa può rilevarsi solo con appello e/o ricorso per cassazione, dovendosi altrimenti ritenere sanato il vizio dal giudicato che si forma sull’omesso rilievo dell’invalidità non impugnato (Cass. 23 maggio 2000 n. 6698, 17 febbraio 1998 n. 1668, 3 settembre 1994 n. 7629, 9 ottobre 1993 n. 10011, 6 marzo 1992 n. 2699, tra molte).
La giurisprudenza citata supera la precedente, favorevole alla rilevabilità d’ufficio del vizio pure in sede di legittimità e indipendentemente dal ricorso (così le citate 5907/81 e 1113/84), e ad essa si aderisce per l’espresso richiamo all’art. 161 nell’art. 158 c.p.c., che impedisce che il vizio possa rilevarsi se non impugnato e ufficiosamente; la richiesta in tali sensi del P.G. deve pertanto essere rigettata.
2. Il giudice di pace ex art. 113 c.p.c. ha deciso secondo equità in controversia di valore inferiore a lire due milioni, con sentenza inappellabile (art. 339, 3^ comma, c.p.c.) e ricorribile per cassazione ex art. 111 Cost. (Cass. S.U. 14 dicembre 1998 n. 12542), per violazione di norme processuali, costituzionali e comunitarie di rango superiore e per inesistenza, apparenza o radicale contraddittorietà della motivazione, (Cass. 14 marzo 2001 n. 3673, 15 ottobre 2000 n. 9799, S.U. 15 ottobre 1999 n.716, 14 dicembre 1998 n. 12542).
Non devono esaminarsi i motivi di ricorso sulla giurisdizione che sono con il primo, il settimo, l’ottavo e il nono, per le parti in cui censurano pretese invasioni di campo del giudice di pace nei poteri amministrativi del comune manifestati dalle delibere sulla redistribuzione del costo del servizio (seconda parte del motivo 7, intero motivo 8 e parte conclusiva del 9), atti ritenuti dalla sentenza di merito invalida proposta di determinazione del corrispettivo del contratto di somministrazione d’acqua e che nel ricorso sono indicati come dimostrazione della carenza di giurisdizione dell’A.G.O., già esaminata dalle S.U..
3. Per i limiti d’impugnabilità indicati, sono preclusi i motivi di ricorso che denunciano violazioni di norme sostanziali, come il sesto, il decimo e il tredicesimo, relativi alla prescrizione (art. 2940 c.c.) e all’ingiustificato arricchimento (artt. 2041 e 2042 c.c.), per non avere il giudice rilevato la cessazione della materia del contendere connessa all’irripetibilità del pagamento del debito prescritto, e agli artt. 2948, 2934, 2935, 2943 e 2944 c.c., in ordine all’interruzione della prescrizione e infine alle tariffe professionali nelle spese giudiziali, che hanno carattere sostanziale (Cass. 4 aprile 2001 n. 4984, 13 dicembre 2000 n. 15724, 8 novembre 2000 n. 14529, 7 agosto 2000 n. 8544).
Per gli stessi principi, è inammissibile la denuncia d’insufficiente motivazione, non essendovi la pretesa contraddittorietà prospettata nella residua parte del nono motivo sulla valutazione delle scelte del comune nel modo di determinare il quantum preteso.
4. Da rigettare è il secondo motivo di ricorso, che deduce violazione degli artt. 19 e 21 D.Lgs. 31 dicembre 1992 n. 546, 52 del D.Lgs.5 febbraio 1997 n. 22 e 324, 329 e 320 c.p.c., per essere stata proposta l’opposizione alla cartella esattoriale oltre i termini di sessanta giorni di cui alle citate norme, dovendosi ex art. 329 c.p.c. rilevare anzi l’acquiescenza dei destinatari delle cartelle.
La domanda ha infatti avuto ad oggetto l’accertamento negativo di un credito del comune e non è soggetta al termine indicato, applicabile solo in sede tributaria; pure se la cartella di pagamento sia stata mezzo d’esecuzione esattoriale, costituendo avviso di mora, si avrebbe comunque un’opposizione all’esecuzione per inesistenza del titolo, ex art. 615 c.p.c., che non è soggetta a termine di decadenza in materia extratributaria (cfr., per le sanzioni amministrative riscosse con cartella, Cass. S.U. 10 agosto 2000 n. 562/SU).
5. Non coglie nel segno neppure il terzo motivo sull’incompetenza per materia del giudice di pace ex art. 9 c.p.c. e D.P.R. 26 ottobre 1972 n. 636 (previgente contenzioso tributario), perché per i tributi per i quali non ha cognizione la Commissione tributaria, è competente solo il tribunale; come si rileva da S.U. 24 luglio 2000 n. 520/SU, “il credito dell’ente territoriale per l’erogazione al singolo utente di acqua ad uso domestico, costituisce entrata patrimoniale dell’ente medesimo e può esser liquidato e preteso con gli strumenti (ruolo e cartella esattoriale) propri delle entrate tributarie, ma non è imposta o tassa, né in particolare rientra tra i tributi comunali e locali dell’art. 2 lett h) del D.Lgs. n. 546 del 1992, trovando titolo non in una potestà impositiva, ma negli impegni convenzionalmente assunti dall’utente con la domanda di somministrazione e la sottoscrizione del relativo contratto; pertanto la presente azione esula dalla competenza giurisdizionale delle commissioni tributarie” e ovviamente dalla cognizione esclusiva per materia del tribunale.
6. Il quarto e l’undicesimo motivo di ricorso deducono violazione degli artt. 101, 134, 136, 175, 168 bis c.p.c., avendo il giudice di pace per l’ora tarda chiuso l’udienza del 30 dicembre 1998 e invitato le parti ad allontanarsi senza trattare la causa; successivamente, all’insaputa dei procuratori del comune, il giudice avrebbe aperto il verbale di udienza e rinviato al 31 dicembre 1998, giorno nel quale ha riservato la decisione, impedendo al difensore del comune di concludere e decidendo la causa inaudita altera parte.
I motivi sono inammissibili, perché il verbale d’udienza del 30 dicembre 1998 riporta il rinvio al giorno dopo per l’ora tarda e la violazione del contraddittorio si sarebbe avuta solo in caso di falsa e/o omessa attestazione nello stesso della circostanza che il magistrato aveva allontanato le parti prima del rinvio al 31 dicembre 1998 e aveva disposto quest’ultimo in assenza di una o di entrambe le parti, dovendo, almeno in questo ultimo caso, provvedere ex art. 309 c.p.c.. Mancando la querela di falso per l’omessa attestazione dell’assenza dell’odierno ricorrente o delle parti, i due motivi di ricorso sono insufficienti a rilevare le falsità a base della censurata violazione del contraddittorio e non sono quindi ammissibili.
7. Infondato è il quinto motivo che censura la sentenza per violazione degli artt. 320, 321 e 184 c.p.c. e del D.P.R. 602/73, perché, nonostante la richiesta di comparizione delle parti e pur essendo stata formalizzata l’istanza d’interrogatorio formale e di prova per testi, non vi è stato tentativo di conciliazione né è stata assunta prova orale a conferma del fatto che la lettera del 4.11.1994 interruttiva della prescrizione, è giunta ai debitori.
Dalla sentenza si rileva esservi stata la prima udienza, nella quale sono state formulate istanze ed eccezioni (ricusazione, difetto di giurisdizione e di competenza per materia) sulle quali il giudice di pace si è pronunciato, rinviando per la discussione della causa al 30 dicembre 1998; la mancanza del tentativo di conciliazione non incide sulla validità della sentenza e poiché il giudice ha deciso sulle eccezioni poste ex art. 320, 3 ^ comma c.p.c. e ha invitato le parti a precisare le conclusioni e a discutere la causa ex art. 321, 1^ comma c.p.c., non può sindacarsi in questa sede l’esercizio del potere d’ammissione delle prove da parte del magistrato, rilevante solo se si traduce in un vizio di motivazione della sentenza indeducibile come motivo d’impugnazione per le sentenze secondo equità del giudice di pace, anche a non considerare la insufficienza del motivo in assenza delle specifiche ragioni che avrebbero resa decisiva la prova non ammessa e/o non assunta, con l’indicazione dei capi di prova sui quali dovevano essere sentiti i testi (Cass. 24 aprile 2001 n. 6023 sull’autosufficienza e 20 maggio 2000 n. 5608 sul vizio di motivazione).
8. Il settimo motivo di ricorso, per la parte non decisa dalle S.U., censura la sentenza per violazione dell’art. 112 c.p.c., perché la domanda avrebbe avuto ad oggetto l’accertamento della prescrizione del debito e non l’inesistenza dell’obbligo o del servizio di somministrazione d’acqua del comune o l’accertamento della congruità della somma pretesa per esso. Anche questo motivo non coglie nel segno perché la domanda comprendeva l’accertamento e della prescrizione del credito di controparte e del fatto che non era dovuta la somma pretesa e il dispositivo l’accoglie, dichiarando “l’inesistenza del diritto al pagamento della somma di lire 212.010 richiesta alla parte attrice dal comune di Sparanise”, in quanto in motivazione ha accertato la prescrizione, evidenziando inoltre come il comune non ha dato prova della somministrazione di acqua a base della pretesa né ha determinato legalmente le somme che pretende da controparte.
9. Non è censurabile in sede di legittimità il rigetto della riunione di questo procedimento ad altri connessi, di cui al dodicesimo motivo di ricorso, con pretesa violazione degli artt. 273 e 274 c.p.c.; si tratta di un’attività discrezionale che si manifesta in un provvedimento (nel caso negativo) di natura ordinatoria non impugnabile in sede di legittimità (Cass. 22 gennaio 1997 n. 671).
10. Il quattordicesimo motivo lamenta violazione dell’art. 51 c.p.c., perché il giudice di merito il 31 dicembre 1998 s’é riservato per la decisione e solo il 5 gennaio 1999 ha rimesso la dichiarazione di ricusazione al Pretore di Piedimonte dopo aver trattenuto la causa per la decisione senza sospenderla per proseguire dopo la pronuncia sulla ricusazione.
Anche questo profilo di ricorso è infondato perché il giudice ricusato che rilevi l’inammissibilità dell’istanza di ricusazione, non deve sospendere il giudizio (Cass. 2 aprile 1998 n. 3400) e comunque non sono indicati in ricorso i motivi per cui la dichiarazione di ricusazione fu presentata.
In conclusione, il ricorso deve essere rigettato.
Soccorrono giusti motivi per compensare le spese della presente fase di legittimità.
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso. Compensa le spese.


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4 Commenti

  1. Se ci sono dubbi sul consumo, perchè l’utente si deve far carico di eventuali verifiche ????? Io penso che un’azienda seria che eroga servizi abbia anche l’obbligo alla trasparenza nei confronti dell’utenza e in ogni caso dovrebbe dimostrare con fatti e non intimidazioni le proprie ragioni. Es. : se hai dubbi sul tuo consumo d’acqua e chiedi una verifica, ti rispondono che ti smonteranno il contatore a tue spese e lo mandano a controllare sempre a tue spese e nel frattempo ti sospendono l’acqua a casa. Non credo che debba essere così. Spero che qualcuno mi sappia dare dei chiarimenti.Grazie

    1. L’acqua non si paga, è un bene di primaria necessità, quello che fanno pagare è il contatore che dopo una vita ci è costato milioni di euro, e il servizio per portare l’acqua a casa che dovrebbe essere a carico del Comune in quanto tutti gli impianti sono già stati pagati e strapagati!

  2. Io mi trovo una bolletta “quadruplicata” perché il gestore ha usato letture “presunte” tutto l’anno raccogliendo i mc tutti all’ultimo trimestre dove ovviamente sono scattate le fasce di eccedenza di consumo che mi hanno portato a pagare fino a 4 € / mc da 0,67 € / mc che è la tariffa ordinaria. È legale questo ?

  3. Io mi trovo una bolletta “quadruplicata” perché il gestore ha usato letture “presunte” tutto l’anno raccogliendo i mc tutti all’ultimo trimestre dove ovviamente sono scattate le fasce di eccedenza di consumo che mi hanno portato a pagare fino a 4 € / mc da 0,67 € / mc che è la tariffa ordinaria. È legale questo ?

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