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Lo sai che? L’usucapione non si interrompe con una lettera di diffida

Lo sai che? Pubblicato il 15 dicembre 2015

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> Lo sai che? Pubblicato il 15 dicembre 2015

Usucapione su immobili: la diffida e la lettera di messa in mora, interruzione del termine dei 20 anni con atto di citazione, anche se la causa non viene iscritta a ruolo e il giudizio proseguito.

Se una persona sta utilizzando un tuo immobile (per esempio un terreno, una casa, ecc.) da diversi anni e temi che ciò possa fargli acquistare il diritto di proprietà per via del decorso del termine dei 20 anni (cosiddetto usucapione), esistono dei modi per interrompere tale termine e, quindi, far in modo che il diritto di proprietà non venga usucapito. Ma contrariamente a quanto spesso si crede, la semplice lettera di diffida o la messa in mora inviata al possessore non è sufficiente.

L’usucapione infatti si interrompe solo:

1- quando il possessore dell’immobile è stato privato del possesso per oltre 1 anno. Se entro l’anno dallo spoglio egli recupera il possesso (esercitando l’azione di reintegrazione), l’interruzione si considera non avvenuta

2- se il proprietario dell’immobile agisce in giudizio contro il possessore: ma attenzione, non è necessario che la causa venga effettivamente avviata, ma è sufficiente la semplice notifica di un atto di citazione. Sotto gli effetti pratici, le differenze tra la notifica della citazione e quella della diffida sono le seguenti:

a- la diffida è scritta anche di pugno dalla parte, mentre per l’atto di citazione è necessario l’avvocato;

b- la diffida viene spedita con posta raccomandata a.r. mentre l’atto di citazione solo con l’ufficiale giudiziario;

Dunque, inviata la notifica della citazione, il proprietario del bene non deve necessariamente iscrivere a ruolo la causa, né costituirsi in giudizio e, soprattutto, non deve pagare le tasse (il contributo unificato): per interrompere il termine dell’usucapione è infatti sufficiente il semplice invio alla controparte dell’atto di citazione.

La sua spesa pertanto si limita alla semplice notifica (circa 6 euro se effettuata con consegna a mani, 11 euro se invece l’ufficiale giudiziario si vale, per il recapito, dell’ufficio postale).

Nell’atto di citazione è necessario richiedere la materiale consegna di tutti gli immobili su cui una persona vanta un diritto di proprietà (ad esempio immobili assegnati in proprietà esclusiva con sentenza passata in giudicato per effetto di divisione in lotti di un compendio ereditario).

Attenzione: se l’attore decide di limitarsi a notificare la citazione senza poi iscrivere a ruolo la causa, deve comunque sapere che la stessa potrebbe essere proseguita, in sua assenza, dal convenuto che, ricevuta la citazione, potrebbe decidere di dar ugualmente corso al giudizio; egli potrebbe, insomma, aver interesse a che il giudice emetta una sentenza in cui accerti l’intervento dell’usucapione, sempre che i termini siano già decorsi. La legge, infatti, consente al convenuto di costituirsi ugualmente nonostante l’attore non abbia inteso farlo. In tal caso il giudizio proseguirà in contumacia di quest’ultimo. Ecco perché è molto importante che la citazione venga notificata quando il termine non è ancora scaduto. Se, invece, lo è allora l’usucapione si è già compiuta.

Lettere di diffida e messe in mora

Hanno efficacia interruttiva del possesso solo gli atti che privano materialmente il possessore del potere di fatto sul bene o gli atti diretti ad ottenere, per effetto di un provvedimento giudiziario, tale privazione. Pertanto non interrompono l’usucapione né la diffida, né la messa in mora, poiché il possesso si può esercitare anche in aperto contrasto con la volontà del titolare del corrispondente diritto reale. È questo l’orientamento ormai consolidato della Cassazione [1].

Avvenuta l’interruzione, la rilevanza del possesso anteriore è cancellata e, se il possesso continua o riprende, per calcolare il nuovo termine utile si riparte da zero.

note

[1] Cass. sent. n. 9682/2014, n. 7790/2013, n. 9845/2003.

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Cass. 6 maggio 2014 n. 9682
Svolgimento del processo
Con atto di citazione notificato in data 1-10-2001 P.G. e P.P., premesso di essere comproprietari di un locale terraneo adibito ad autorimessa nel cortile di via (OMISSIS) e degli annessi spazi e piccole zone scoperte con ingressi rispettivamente da via (OMISSIS) e da via (OMISSIS), esponevano che E.V. fin dal 1973, a seguito di uno spostamento provvisorio ordinato d’autorità per lavori di allargamento di via (OMISSIS), esercitava la sua attività di rivendita di giornali in un chiosco, ubicato a sinistra del civico n. 169 su terreno di loro proprietà, pregiudicando peraltro la visuale, in entrata ed uscita, degli utenti della autorimessa.
Gli attori, rilevato che, a seguito di varie richieste da loro avanzate all’Autorità competente, in forza di ordinanza sindacale n. 60 del 24-1-2001 era stato finalmente disposto lo spostamento dell’edicola, ma l’E. non aveva adempiuto, convenivano in giudizio quest’ultimo dinanzi al Tribunale di Napoli chiedendone la condanna, previo accertamento dell’illegittima, arbitraria e pregiudizievole occupazione del suolo di loro proprietà, al ripristino dello stato dei luoghi ed al risarcimento dei danni.
Il convenuto costituendosi in giudizio asseriva di aver ininterrottamente svolto l’attività di rivendita di giornali in via (OMISSIS) in forza della concessione per occupazione di suolo pubblico del 28-8-1973, e di aver impugnato dinanzi al TAR l’ordinanza n. 60/2001 sopra menzionata, ottenendone la sospensione, ed eccepiva l’intervenuta usucapione in suo favore resistendo alle domande attrici.
Veniva quindi disposta la chiamata in causa del Comune di Napoli che, costituendosi in giudizio, chiedeva il rigetto delle domande attrici;
assumeva in particolare che la causa rientrava nella giurisdizione del giudice amministrativo, e chiedeva la declaratoria di avvenuta usucapione in suo favore della zona di terreno in questione.
Il Tribunale adito con sentenza del 10-11-2003, accogliendo l’eccezione di usucapione formulata dall’E. e dal Comune di Napoli, rigettava la domanda attrice.
Proposto gravame da parte di P.G. e P.P. cui resistevano l’E. ed il Comune di Napoli che formulava anche un appello incidentale la Corte di Appello di Napoli con sentenza del 7-9-2007 ha rigettato entrambe le impugnazioni.
Per la cassazione di tale sentenza P.G. e P.P. hanno proposto un ricorso basato su quattro motivi cui l’E. ed il Comune di Napoli hanno resistito con separati controricorsi; i ricorrenti e l’E. hanno successivamente depositato delle memorie.
Motivi della decisione
Con il primo motivo i ricorrenti, deducendo violazione dell’art. 24 Cost., artt. 832, 2697 e 2699 c.c., e art. 116 c.p.c., nonché vizio di motivazione, censurano la sentenza impugnata per aver escluso il raggiungimento da parte degli esponenti della prova della titolarità del diritto di proprietà dell’area sulla quale insisteva l’edicola;
invero il giudice di appello ha ritenuto generica l’identificazione della predetta area contenuta nel titolo di proprietà dell’8-1-1962, e più verosimile, invece, che il confine della proprietà P. fosse da individuare con il cancello che delimita l’accesso all’autorimessa, e che la parte anteriore dello stesso fosse di proprietà comunale, sulla quale i P. e gli altri eventuali comproprietari con accesso al civico 165/A avrebbero potuto vantare solo una servitù di passaggio.
I ricorrenti rilevano che in realtà il suddetto titolo di proprietà consentiva una identificazione specifica dell’area per cui è causa laddove si trattava “di una piccola zona di area scoperta di forma molto allungata ed irregolare sita in (OMISSIS), con accesso alla via (OMISSIS) confinante a nord con detta via, a sud con spiazzo scoperto venduto con lo stesso atto dalla I.F.I.E.P., ed ad ovest con il muretto e soprastante cancellata di ferro di proprietà della cooperativa I.N.A., con il condominio del fabbricato di via (OMISSIS) ed un locale terraneo di proprietà della Sig.ra S. V.”; pertanto i confini della proprietà P. erano indicati in modo tutt’altro che generico, come era confermato dalla esibizione nel giudizio di merito della piantina allegata al rogito recante la lettera A, dalla quale emergeva in modo incontrovertibile che l’area in questione era quella sulla quale insisteva abusivamente l’edicola installata dall’E..
La censura è infondata.
La Corte territoriale, aderendo al convincimento già espresso dal giudice di primo grado, ha rilevato che l’indicazione del confine era generica, e che quindi non era possibile escludere a priori che il confine fosse corrispondente al cancello, e che la parte anteriore ad esso costituisse zona comunale sulla quale i P. e gli altri eventuali comproprietari esercitassero soltanto una servitù di passaggio; pareva poi evidente che, come si evinceva dalle foto e dalle deposizioni testimoniali, risultando l’edicola in corrispondenza del marciapiedi (pertinenza della strada), il cancello ivi posto delimitasse la proprietà privata, e che dunque lo spazio occupato dalla rivendita, oggetto della autorizzazione comunale, fosse di natura pubblica, come dedotto sia dal Comune di Napoli che dall’E..
Avendo quindi la sentenza impugnata indicato puntualmente le fonti del proprio convincimento, si è in presenza di un accertamento di fatto sorretto da congrua e logica motivazione come tale incensurabile in questa sede, laddove i ricorrenti tendono inammissibilmente a prospettare una diversa ricostruzione delle risultanze istruttorie ad essi più favorevole, trascurando di considerare che la valutazione degli elementi probatori involge un apprezzamento di fatto riservato al giudice di merito, il quale è libero di attingere il proprio convincimento da quelle prove che ritenga più attendibili, senza essere tenuto ad una esplicita confutazione degli altri elementi non accolti, anche se allegati dalle parti.
Con il secondo motivo i ricorrenti, denunciando violazione e falsa applicazione dell’art. 1158 c.c., della normativa già indicata nel motivo precedente e vizio di motivazione, assumono che erroneamente la Corte territoriale ha affermato che il Comune di Napoli a partire dal 1973 aveva esercitato, tramite l’E., suo concessionario, un potere di fatto sull’area per cui è causa per oltre un trentennio; premesso che tale convincimento era stato fondato sul contenuto di un atto non acquisito al giudizio, e che tale atto avrebbe provato che l’installazione dell’edicola era stata consentita su di un suolo diverso da quello dove ora essa è ubicata, e che neppure era stato attribuito rilievo all’ordinanza sindacale del 2001, i ricorrenti rilevano che dalla documentazione esibita in atti era emerso che in data 5-4-1975, in risposta ad un’istanza dell’E. tendente ad ottenere la rettifica del numero civico sulla concessione di occupazione di suolo pubblico, il Comune di Napoli aveva affermato che dal settembre 1973 la suddetta edicola, a causa del taglio del marciapiede di via (OMISSIS), era stata spostata in via (OMISSIS), e non quindi alla sinistra del civico n. 167, dove di fatto era stata collocata; pertanto al Comune di Napoli difettava totalmente l'”animus possidenti” rispetto all’area di proprietà degli esponenti, né tale “animus” caratterizzava la relazione di fatto con l’area stessa da parte dell’E., essendo stato quest’ultimo destinatario di un provvedimento avente ad oggetto la concessione per l’occupazione di suolo pubblico diverso da quello di fatto occupato.
Il motivo è infondato.
Il giudice di appello ha affermato che, anche qualora si fosse voluto attribuire all’area per cui è causa natura privata, avrebbe dovuto comunque ritenersi che il Comune di Napoli, allorchè concesse in data 28-8-1973 l’autorizzazione alla sua occupazione, ritenendola pubblica, si era comportato “uti dominus”, e che quindi fin dal 28-8- 1993, allo scadere del ventennio utile, era maturata la invocata usucapione.
Tanto premesso, la censura in esame deve essere disattesa, posto che secondo l’orientamento già espresso da questa Corte, cui si ritiene di dover aderire pienamente, e richiamato dalla sentenza impugnata, poiché la distinzione tra i beni pubblici ed i beni privati non discrimina due categorie concettuali di proprietà, ma soltanto due categorie giuridiche di beni, la prima delle quali presenta un peculiare regime giuridico (inalienabilità, inusucapibilità, vincolo di destinazione per i beni pubblici appartenenti a privati ecc.), la Pubblica Amministrazione può usucapire il bene privato del quale per oltre un ventennio, nella erronea convinzione che fosse demaniale, abbia disposto la concessione in uso a terzi, atteso che, mentre l’errata supposizione di demanialità del bene non incide sulla volontà della P.A. di gestirlo “uti dominus”, risolvendosi in un errore sul regime giuridico del bene irrilevante ai fini dell’usucapione, la concessione in uso a terzi costituisce uno dei modi di disposizione del bene e quindi di possesso dello stesso da parte dell’ente pubblico (Cass. 11-3-1992 n. 2913; Cass. 23-11-2001 n. 14917).
Con il terzo motivo P.G. e P.P., deducendo violazione degli artt. 1165 e 2943 c.c., nonché vizio di motivazione, sostengono che, contrariamente all’assunto del giudice di appello, l’art. 1165 c.c., contiene un espresso rinvio alle disposizioni generali sulla prescrizione, ed in particolare a quelle sulla interruzione della stessa, tra le cui cause rientra anche, a norma dell’art. 2943 c.c., la costituzione in mora; pertanto avevano avuto effetto interruttivo del termine previsto per l’usucapione i reclami proposti dagli esponenti nel corso degli anni.
La censura è infondata.
Correttamente la Corte territoriale ha ritenuto che gli atti di diffida e di messa in mora sono idonei ad interrompere la prescrizione dei diritti di obbligazione, ma non anche il termine utile per usucapire, potendosi esercitare il relativo possesso anche in aperto e dichiarato contrasto con la volontà del titolare del diritto reale, cosicchè è consentito attribuire efficacia interruttiva del possesso solo ad atti che comportino, per il possessore, la perdita materiale del potere di fatto sulla cosa, oppure ad atti giudiziali diretti ad ottenere “ope iudicis” la privazione del possesso nei confronti del possessore usucapente, come la notifica dell’atto di citazione con il quale venga richiesta la materiale consegna di tutti i beni immobili in ordine ai quali si vanti un diritto dominicale, conformemente alle pronunce di questa Corte menzionate nella stessa sentenza impugnata, nel solco di un orientamento consolidato, ribadito anche più recentemente (vedi in tal senso Cass. 11-7-2011 n. 15199).
Con il quarto motivo i ricorrenti, denunciando violazione dell’art. 2043 c.c., ed omessa motivazione, censurano la sentenza impugnata per aver erroneamente ritenuto di non doversi pronunciare sulla domanda di risarcimento danni proposta dagli esponenti in ordine alla abusività l dell’edicola suddetta ed al pregiudizio subito alla loro proprietà per effetto in particolare della limitazione della visibilità in entrata ed in uscita per gli utenti del garage; invero il giudice di appello non ha considerato che l’edicola per cui è causa era posizionata in luogo diverso da quello previsto nei vari atti abilitativi succedutisi nel tempo, e che quindi risultava del tutto abusiva.
La censura è infondata.
Il giudice di appello ha disatteso le doglianze degli appellanti riguardo alla dedotta omessa pronuncia del Tribunale sulla domanda di risarcimento danni da essi proposta, non apparendo tale domanda in alcun modo collegata alla originaria domanda di occupazione, stante la deliberata assenza di titolarità del diritto dominicale in capo ai P., con la conseguente sua inammissibilità;
orbene i ricorrenti non hanno censurato, quantomeno in termini sufficientemente specifici, la statuizione della Corte territoriale in ordine alla assenza di qualsiasi nesso tra la domanda di risarcimento danni da essi formulata nel giudizio di primo grado e la domanda relativa all’occupazione dell’area da parte dell’edicola gestita dall’E..
Il ricorso deve quindi essere rigettato; le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come in dispositivo in favore di ciascuno dei due controricorrenti.
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti in solido al pagamento di Euro 200,00 per esborsi e di Euro 2.000,00 per compensi in favore di ciascuno dei due controricorrenti.

Cass. 27 marzo 2013 n. 7790
Svolgimento del processo
P.E. e Z.B., nel 1989 convenivano davanti al Tribunale di Verona Z.M. esponevano che il convenuto risultava comproprietario con i deducenti di una corte promiscua confinante con altri immobili di esclusiva pertinenza degli attori, lamentavano l’avvenuta edificazione di un locale adibito a bar a distanza illegittima del fondo confinante di loro proprietà, chiedevano che venisse accertata l’illegittimità della costruzione ed ordinata la demolizione della stessa sino al rispetto delle distanze legali, nonchè il risarcimento dei danni subiti.
Si costituiva Z.M., riferendo di aver venduto il bene ai sigg. Pe.Gu. e L.T. e, pertanto eccepiva la carenza di legittimazione passiva.
Conseguentemente, gli originari attori convenivano in giudizio i nuovi proprietari, i sigg. Pe.Gu. e T.L., riproponendo le stesse domande svolte nei confronti del signor Z..
Le cause venivano riunite. Veniva disposta CTU e affidata all’ing. B. il quale provvedeva a depositare l’elaborato peritale previo contraddittorio con i consulenti di parte.
All’udienza dell’11 marzo 1993 veniva dichiarato il decesso di Z. ed il processo non veniva riassunto, rendendo necessaria la notifica di un nuovo atto di citazione, che veniva effettuata in data 5 agosto 1994.
Con questo nuovo atto di citazione gli attori riproponevano le domande relative all’illegittimità della costruzione realizzata da Z. sul mappale n. 212 sezione unica foglio 3^ del Comune di Peschiera del Garda e, poichè nel frattempo Pe. e T. avevano iniziato ad occupare con tavoli e sedie l’area cortiva di esclusiva proprietà dei coniugi P. Z. prospiciente il locale da loro gestito, chiedevano la condanna dei convenuti alla rimozione della tettoia e degli altri oggetti illegittimamente posti su detto mappale.
Si costituivano in giudizio i convenuti, eccependo la conformità del manufatto alle previsioni del codice civile nonchè l’intervenuta usucapione sia relativamente alla distanza del manufatto che in relazione all’occupazione dello spazio antistante il bar.
Nel corso del giudizio veniva acquisito il fascicolo d’ufficio relativo al procedimento promosso nei confronti di Z. e, quindi, anche l’elaborato tecnico redatto dall’ing. B.. Venivano assunte le prove per testi.
Il Tribunale di Verona con sentenza n. 1504 del 2002 accoglieva parzialmente le domande proposte dagli attori e condannava Pe.Gu. e T.L. alla rimozione della tettoia, dei tavoli e delle sedie e di qualsiasi altro oggetto indebitamente posti sul terreno di proprietà degli attori, condannava inoltre i convenuti al risarcimento dei danni che liquidava in Euro 2000,00. Con la stessa sentenza il Tribunale di Verona rigettava la domanda proposta dagli attori e finalizzata all’accertamento dell’illegittimità della costruzione di proprietà dei convenuti per mancato rispetto delle distanze.
Avverso questa sentenza proponevano appello Pe.Gu. e T.L. chiedendo la riforma della sentenza nella parte in cui li aveva visti soccombenti, ovvero, in relazione all’occupazione dello spazio antistante il bar.
Si costituivano P. e Z. contestando le avverse domande e proponendo appello incidentale avverso il capo della sentenza relativo alla violazione della normativa in materia di distanze legali.
La Corte di appello di Venezia con sentenza n. 1934 del 2005 accoglieva l’appello principale di Pe. e T., respingeva l’appello incidentale proposto da P. e Z. e per l’effetto dichiarava che Pe. e T. erano divenuti proprietari per maturata usucapione della porzione di terreno corrispondente alla superficie destinata a giardino e pertinenza del bar gestito dagli stessi, condanna i coniugi P. e Z. al pagamento delle spese giudiziali.
Secondo la Corte veneziana dal complesso delle testimonianze acquisite in giudizio emergeva che l’utilizzazione della modesta area in contestazione sormontata dalla tettoia ebbe inizio ad opera del dante causa dei coniugi Pe. T. anteriormente all’epoca dell’edificazione della palazzina costruita dal N. e cioè dal (OMISSIS), ben oltre la maturazione del termine ventennale utile per l’usucapione.
Inaccoglibile era la reiterata domanda di demolizione od arretramento del manufatto edificato sul mappale 212 atteso che i coniugi Pe. T. avevano maturato il diritto a mantenere la costruzione all’attuale distanza da quella di proprietà degli avversari.
La cassazione di questa sentenza è stata chiesta da P. e Z. per cinque motivi. Pe.Gu. e T. L. hanno resistito con controricorso, illustrato con memoria.
Motivi della decisione
1. I ricorrenti censurano la “parte della sentenza relativa all’occupazione della porzione del mappale 211 antistante l’esercizio del bar per due motivi di cui il primo articolato su tre profili e il secondo su due profili.
A.= 1.a). Per violazione e falsa applicazione dell’art. 112, omessa insufficiente e contraddittoria motivazione. Secondo i ricorrenti la Corte veneziana avrebbe violato il principio di cui all’art. 112 c.p.c. e, cioè, il principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato, atteso che avrebbe dichiarato proprietari i coniugi Pe. T., per intervenuta usucapione, di una porzione di terreno più ampia di quella oggetto della domanda. Chiariscono i ricorrenti che la Corte veneziana nel dichiarare l’intervenuta usucapione della porzione di terreno individuato nel catasto del Comune di Peschiera del Garda foglio 3, mappale n. 211, corrispondente alla superficie destinata a giardino e pertinenza del locale adibito a bar ivi gestito dai medesimi, delle dimensione di metri 7,50 per metri 9,50 come parzialmente individuato nell’elaborato grafico allegato alla CTU B. depositata in atti il 2 maggio 1991, non ha tenuto conto che la detta area comprende non solo la porzione antistante il bar gestito dai sigg. Pe.
T., ma anche un tratto di strada di proprietà dei sigg.
P. che – conduce all’ingresso di un proprio campeggio di proprietà degli stessi e che nulla ha che vedere con l’area rivendicata dai sigg. Pe..
1.a.1. Il motivo è infondato.
Come si legge nelle conclusioni rassegnate dai procuratori degli appellanti e riportate nell’epigrafe della sentenza impugnata, i coniugi Pe. e T., avevano chiesto che la Corte veneziana accertasse e dichiarasse che gli stessi erano divenuti proprietari per intervenuta usucapione della porzione di terreno individuato nel catasto del Comune di Peschiera del Garda foglio 3, mappale n. 211, corrispondente alla superficie destinata a giardino e pertinenza del locale adibito a bar dagli stessi gestito in località (OMISSIS), dalle dimensioni di m. 7,50 per m. 9,50. Pertanto, non vi e alcuna differenza nè sotto l’aspetto dell’individuazione catastale, nè sotto quello delle dimensioni tra laica oggetto della domanda di usucapione e l’area oggetto della sentenza della corte veneziana.
1.b. per contraddittoria erronea ed insufficiente motivazione circa un fatto decisivo della controversia, falsa applicazione dell’art. 1158 c.c. e dei principi in materia di usucapione. Secondo i ricorrenti la Corte veneziana avrebbe violato l’art. 1158 c.c.: a) sia perchè ha ritenuto che l’usucapione possa compiersi mediante utilizzo saltuario del bene, atteso che i sigg. P. avrebbero provveduto nel periodo oggetto di causa alla manutenzione delle piante esistenti sull’area antistante il bar e così pure alla pulizia della stessa; b) sia perchè avrebbe escluso che l’invio di una raccomandata potesse interrompere il possesso utile ad usucapire il bene di cui si dice, considerato che, il (OMISSIS), i sigg. P. avevano intimato ai coniugi Pe. la rimozione della tettoia e dei tavolini posti sull’area, rivendicando la proprietà del bene, saltuariamente occupato dai coniugi Pe.. L’invio della raccomandata osservano i ricorrenti – assume rilevanza non tanto sotto l’aspetto dell’idoneità ad interrompere il possesso finalizzato all’usucapione, ma, ancor prima, per far venir meno uno dei requisiti indispensabili per tale acquisto, ossia il totale disinteresse del proprietario del bene.
1.b.1. Il motivo è infondato.
Va qui osservato che i due requisiti indispensabili perchè si compia l’usucapione sono: a) il possesso in senso tecnico da parte di chi non è titolare del diritto corrispondente, b) la durata dello stesso per il tempo stabilito dalla legge, entrambi, accompagnati dall’animus rem sibi habendi, la cui sussistenza non è esclusa dalla consapevolezza del possessore di non essere il titolare del diritto che si vuote usucapire. Dottrina e Giurisprudenza sono concordi nel ritenere che, ai fini del compimento dell’usucapione, il potere di fatto (cioè il possesso) deve estrinsecarsi in un comportamento continuo, ininterrotto, pacifico, pubblico ed in equivoco. In particolare, per quel che interessa, in questa sede, va evidenziato che questa Corte ha avuto modo, in altra occasione, di puntualizzare che la continuità si ravvisa ogniqualvolta il possessore esplichi costantemente la signoria di fatto sul bene, e lo manifesti con atti di possesso conformi alla qualità e destinazione della cosa.
Tuttavia, non significa che il possesso debba comportare un’assidua ingerenza sul bene, ma è necessario che permanga in capo al possessore la possibilità concreta di effettuare atti di godimento corrispondenti alla destinazione della res. La continuità è stata talvolta identificata, da dottrina autorevole, con l’uniformità degli atti di esercizio del possesso, per cui è “continuo” se rimane uguale a se stesso per tutto il suo decorso, ovviamente, il concetto di uniformità non va inteso in senso rigido, bensì in modo da permettere al possessore variazioni nell’esercizio del possesso. In definitiva, e in via di principio, si può dire che la continuità si riferisce al comportamento tenuto dal possessore, nonchè alla relazione intercorrente tra possessore stesso e la res.
Piuttosto, quel che rileva è che la signoria sul bene non sia dovuta a mera tolleranza, la quale è da ravvisarsi tutte le volte che il godimento della cosa tragga origine da spirito di condiscendenza o da ragioni di amicizia o di buon vicinato con il titolare effettivo del bene.
1.b.1.a.). Ora, nel caso in esame, la Corte di Appello di Venezia ha riscontrato “che la situazione rappresentata è relativa “al possesso della superficie oggetto della controversia rispondeva ai principi qui richiamati. In particolare, la Corte di Venezia ha evidenziato che i testi escussi nel corso del giudizio di primo grado hanno dato “contezza dell’esercizio del possesso ultraventennale ed ininterrotto della superficie interessata”. La Corte veneziana ha, altresì, affermato che dal complesso delle testimonianze richiamate infatti emerge, in termini di sostanziale univocità che l’utilizzazione della modesta area in contestazione sormontata dalla tettoia di cui pure si è detto, ebbe inizio ad opera del dante causa dei coniugi Pe. e T., anteriormente all’epoca di realizzazione della palazzina costruita dal N. ancora nel (OMISSIS) e che (….) la disponibilità di detta estensione si protrasse ininterrottamente e senza atti di opposizione valorizzatoli nella prospettiva indicata dagli avversari, sino all’attivazione in giudizio, avvenuta, per altro, ben oltre la maturazione del termine ventennale di legge”.
1.b.1.b). Quanto agli atti interruttivi ed, in particolare, alla raccomandata del 26 novembre 1987, cui fanno riferimento i ricorrenti, va qui evidenziato che questa Corte in più occasioni ha chiarito che gli atti di diffida e messa in mora di cui all’art. 2943 c.c., comma 4, idonei ad interrompere la prescrizione dei diritti di obbligazione, non lo sono, invece, per il termine utile per usucapire, potendosi esercitare il relativo possesso anche in aperto e dichiarato contrasto con la volontà del titolare del diritto reale (Cass. sent. 11 settembre 1998 n. 9025; Cass Civile, Sez. 2^, sent. 15 dicembre 1992 n. 13211). Il rinvio operato dall’art. 1165 c.c. al regime dell’interruzione della prescrizione è, infatti, espressamente subordinato alla condizione della compatibilità con l’istituto dell’usucapione (“in quanto applicabili”), sicchè si ritiene inidoneo a spiegare effetto interruttivo il mero riconoscimento del diritto del proprietario da parte del possessore, non essendo sufficiente la consapevolezza della spettanza ad altri di tale diritto. Piuttosto, a tal fine è necessario, che il possessore manifesti la volontà di attribuire al suo titolare il diritto reale da lui esercitato come proprio.
1.c) per omessa motivazione e falsa applicazione dell’art. 1146 c.c..
Secondo i ricorrenti i coniugi Pe. e T. non avrebbero offerto alcuna prova di aver acquistato un titolo astrattamente idoneo – pur se radicalmente viziato – a giustificare il possesso della porzione di terreno di cui si dice e unirlo a quello dei loro danti causa. A sua volta la Corte veneziana avrebbe omesso – sempre secondo i ricorrenti – la motivazione in ordine all’applicazione nel caso di specie, della norma di cui all’art. 1146 c.c..
1.c.1. Il motivo è fondato.
La sentenza ha affermato che l’usucapione era già maturata in favore del vecchio proprietario, ma non motiva sul sè ed in base a quale titolo il mappale 211 era stato trasferito ai convenuti, acquirenti del bar il (OMISSIS).
Come è stato affermato da questa Corte in altra occasione: in tema di accessione nel possesso, di cui all’art. 1146 c.c., comma 2, affinchè operi il trapasso del possesso dall’uno all’altro dei successivi possessori e il successore a titolo particolare possa unire al proprio il possesso del dante causa, è necessario che il trasferimento trovi la propria giustificazione in un titolo astrattamente idoneo a trasferire la proprietà o altro diritto reale sul bene; ne consegue, stante la tipicità dei negozi traslativi reali, che l’oggetto del trasferimento non può essere costituito dal mero potere di fatto sulla cosa (cfr. sent. 16 marzo 2010 n. 6353).
B.= I ricorrenti censurano ancora la parte della sentenza relativa al mancato rispetto delle distanze legali del fabbricato realizzato sul mappale 212 dal dante causa dei sigg. Pe. e T., per due diversi motivi.
B.a).= per omessa motivazione circa l’applicazione al caso di specie dell’art. 1158 c.c. e delle norme in materia di usucapione. Secondo i ricorrenti la Corte veneziana non avrebbe applicato correttamente la normativa di cui all’art. 1158 c.c. considerato che le testimonianze rese non avevano assolutamente confermato con precisione la datazione della costruzione e che i sigg. P. avevano inviato nel 1982 raccomandata con la quale intimavano ai coniugi Pe. la demolizione del manufatto.
B.a.1.= Il motivo è infondato per quelle stesse ragioni di cui al motivo contrassegnato con il n. 1.a.1) considerato che, mutatis mutandis, la censura è sostanzialmente identica a quella di cui al n. 1.a). D’altra parte la sentenza ha affermato che il costruttore N. aveva riferito di una costruzione nel (OMISSIS) e la licenza rilasciata individuava tale data nel (OMISSIS) e, correttamente, che il possesso ad usucapione non è interrotto da diffide e costituzioni in mora.
B.b).= per omessa motivazione circa l’applicazione al caso di specie degli artt. 871 e ss. c.c., L. 17 agosto 1942, n. 1150, art. 41 quinques e D.M. 2 aprile 1968, art. 6. Secondo i ricorrenti la Corte veneziana non avrebbe pronunciato in ordine all’applicazione degli artt. 871 e 873 ss. c.c., L. 17 agosto 1942, n. 1150, art. 41 quinques e D.M. 2 aprile 1968, art. 8. Specificano i ricorrenti, che avevano evidenziato sin dal primo atto del giudizio che il fabbricato adibito a bar con annesso servizio igienico era stata realizzato sulla base di una licenza datata (OMISSIS) concessa dal Comune di Peschiera del Garda solamente per la costruzione del chiosco in muratura e non al servizio igienico e imponendo una distanza dal confine di almeno tre metri. Epperò, il CTU aveva accertato che la costruzione, oggetto di controversia, era stata realizzata in violazione delle norme urbanistiche edilizie ed ad una distanza variante tra i 2 e i 1,75 metri, rispetto alla proprietà dei sigg.
P.. Nonostante tale accertamento, la Corte veneziana, secondo i ricorrenti, avrebbe del tutto omesso la decisione in ordine alla legittimità sotto il profilo urbanistico – edilizio della costruzione realizzata da controparte. Piuttosto, nel caso di specie, mancando al momento dell’edificazione uno specifico regolamento comunale, doveva trovare applicazione la L. 17 agosto 1942, n. 1150, art. 41 quinquies, che prevede il distacco di 10 metri fra fabbricati con aperture finestrate e data l’assolutezza del vincolo una distanza di metri 5 dal confine.
2.b.1. Il motivo non ha ragion d’essere e non può essere accolto.
A ben vedere la Corte veneziana ha tenuto presente la normativa richiamata dai ricorrenti ed ha ritenuto che le prescrizioni di cui a quella normativa fossero assorbite – e dunque superate – dall’avvenuto acquisto da parte degli appellanti principale della servitù di mantenere la costruzione a distanza infralegale anche in ipotesi in cui la norme fossero da interpretare nel senso voluto dagli attuali ricorrenti.
Tuttavia, va qui osservato che i poteri inerenti al diritto di proprietà, tra i quali rientra quello di esigere il rispetto delle distanze nelle costruzioni, non si estinguono per il decorso del tempo, salvi, però, gli effetti dell’usucapione, che, in tema di violazione delle norme sulle distanze, può dar luogo all’acquisto del diritto (servitù prediale) a mantenere la costruzione a distanza inferiore a quella legale. Ne consegue che la deroga alla disciplina delle distanze fra le costruzioni, risolvendosi in una menomazione per l’immobile che alla distanza legale avrebbe diritto, integra una servitù che può costituirsi mediante il possesso ad usucapionem per la durata prevista dalla legge. Pertanto, appare corretta l’affermazione della Corte veneziana secondo cui “(……) certo è che gli odierni appellanti principali potevano paralizzare la pretesa degli avversari – come è avvenuto – anche invocando l’acquisto della servitù, avente ad oggetto il diritto di mantenere la costruzione a distanza infralegale”.
In definitiva, il ricorso va accolto Emotivo contrassegnato da 1c), vanno rigettati i motivi contrassegnati 1a) e 1b) nonchè il motivo B in tutte le sue configurazioni, la sentenza va cassata in relazione al motivo accolto e la causa va rinviata anche per il regolamento delle spese ad altra sezione della Corte di Appello di Venezia.
P.Q.M.
La Corte accoglie il motivo contrassegnato 1c) rigetta i motivi contrassegnati a1) e b1) e il motivo B. Cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia la causa ad altra sezione della Corte di Appello di Venezia anche per il regolamento delle spese del presente giudizio di cassazione.

Cass. 19 giugno 2003 n. 9845

Svolgimento del processo
Con atto di citazione notificato il 6 maggio 1996 Rodolfo Zaghen, Ambra Zaghen e Maria Velia Vailati convenivano in giudizio dinanzi al Tribunale di Crema Alfredo Lunghi assumendo:
– con contratto preliminare del 13 maggio 1970 Annibale e Renato Zaghen, per sé e per conto della sorella Mirella Zaghen e della madre Iride Piacentini, si erano obbligati a vendere ad Agostino Zaghen ed a Mario Villa il proprio terzo indiviso della comunione immobiliare sita in Crema, via Bergamo 28, alla quale partecipavano anche i fratelli Agostino ed Ernesto Zaghen;
– peraltro, nonostante tale obbligo, Annibale e Renato Zaghen avevano ceduto la loro quota per il prezzo di L. 13.850.000 ad Alfredo Lunghi che, entrato nella comunione nella piena consapevolezza dell’illecito commesso dai suoi danti causa, aveva convenuto in giudizio Agostino ed Ernesto Zaghen per lo scioglimento della comunione e la divisione dei beni;
– in seguito il Lunghi aveva acquistato un altro terzo del suddetto compendio immobiliare da Ernesto Zaghen con rogito del 7 luglio 1993 ed aveva promosso un’altra causa di scioglimento della comunione poi riunita alla prima per connessione, ed all’esito del giudizio aveva ottenuto l’assegnazione della villa ricompresa nella menzionata comunione immobiliare.
Tanto premesso, gli attori, rilevato di aver esercitato ininterrottamente il possesso di buona fede, non violento né clandestino, proseguendo quello del dante causa Agostino Zaghen su tutti i beni compresi nella comunione Zaghen-Lunghi per tutto il tempo previsto dalla legge, chiedevano che venisse dichiarata l’intervenuta usucapione in loro favore in relazione ai suddetti beni.
Costituendosi in giudizio il Lunghi chiedeva il rigetto della domanda assumendo tra l’altro, ai fini di provare l’interruzione dell’altrui possesso finalizzato all’usucapione, che il 22 novembre 1989 egli aveva notificato ad Agostino Zaghen un atto di citazione con il quale aveva richiesto la consegna delle quote immobiliari di sua competenza.
All’udienza del 22 novembre 1996, a seguito del decesso di Alfredo Lunghi, si costituivano in giudizio quali suoi eredi Rosa Bergamaschi, Lelio Lunghi, Emilia Lunghi, Giovanni Lunghi, Maria Rosa Lunghi, Piera Lunghi, Marina Lunghi, Feliciana Lunghi ed Enrico Lunghi.
Con sentenza del 6 marzo 1998 l’adito Tribunale rigettava la domanda di usucapione.
Proposto gravame avverso tale decisione da parte di Rodolfo Zaghen, Ambra Zaghen e Maria Velia Vailati cui resistevano i sopra menzionati eredi di Alfredo Lunghi, che proponevano altresì Appello incidentale, la Corte di Appello di Brescia con sentenza del 10 gennaio 2000 rigettava entrambe le impugnazioni.
La Corte territoriale, per quanto ancora interessa in questa sede, esaminando il primo motivo di appello formulato dagli appellanti principali, secondo cui, ai fini della interruzione del termine utile per la prescrizione acquisitiva, era necessario esperire esclusivamente un’azione possessoria, cosicché la domanda proposta dal Lunghi per lo scioglimento della comunione era irrilevante in proposito, assumeva in senso contrario che, ai sensi degli artt. 1165 e 2943 c.c., anche un’azione di rivendica, con la quale l’attore, assumendo di essere proprietario della cosa e di non averne il possesso, agisca contro il possessore o il detentore per ottenere il riconoscimento del proprio diritto e per conseguire la restituzione del bene, era idonea a contrastare efficacemente una usucapione in corso, così come, più in generale, qualsiasi azione tendente ad assicurare al titolare del diritto il recupero del possesso.
Il giudice di appello, quindi, considerato come elemento pacifico che un primo fatto interruttivo del termine della prescrizione acquisitiva invocata dagli appellanti principali si era verificato in data 17 febbraio 1976 con la notifica del ricorso per sequestro giudiziario del compendio immobiliare in questione richiesto dal Lunghi e del conseguente decreto di fissazione dell’udienza di comparizione delle parti dinanzi al Presidente del Tribunale di Crema, rilevava, ai fini di escludere la maturazione del termine ventennale di cui all’art. 1158 c.c., che il 17 ottobre 1995 lo stesso Lunghi aveva promosso un’azione di rilascio con la quale aveva chiesto ed ottenuto la materiale consegna di tutti i beni immobili componenti il lotto assegnatogli in proprietà esclusiva con la sent. n. 710/1994 della stessa Corte di Appello di Brescia successivamente passata in giudicato.
Per la cassazione di tale sentenza Rodolfo Zaghen, Ambra Zaghen e Maria Velia Vailati hanno proposto un ricorso articolato in due motivi al quale hanno resistito con controricorso Lelio Lunghi più altri; le parti hanno successivamente depositato memoria.
Motivi della decisione
Preliminarmente deve essere esaminata l’istanza dei controricorrenti per l’ammissibilità della produzione ai sensi dell’art. 372 c.p.c. di una sentenza della Corte di Appello di Brescia passata in giudicato di rigetto di una impugnazione da parte degli attuali ricorrenti di una sentenza del Tribunale di Brescia che, alla luce dell’avvenuto scioglimento della comunione immobiliare esistente tra le parti, aveva disposto il rilascio da parte di Rodolfo Zaghen, Ambra Zaghen e Maria Velia Vailati dei beni illegittimamente detenuti in favore degli eredi di Alfredo Lunghi.
Tale istanza deve essere respinta in conformità sia della pronuncia delle Sezioni Unite di questa Corte che, nell’affermare il principio della rilevabilità di ufficio del giudicato esterno anche in sede di legittimità, ha peraltro aggiunto che tale giudicato deve emergere da atti prodotti nel giudizio di merito (sentenza 25 maggio 2001 n. 226), sia dell’indirizzo espresso sempre da questa Corte secondo cui la produzione di documenti relativi al giudicato esterno in sede di giudizio di cassazione è in radice preclusa dall’art. 372 c.p.c., il quale consente soltanto la produzione di documenti riguardanti l’ammissibilità del ricorso o del controricorso o la nullità della sentenza impugnata, cosicché la sopravvenienza del giudicato esterno dopo la proposizione del ricorso o del controricorso non può comportare deroga all’articolo sopra citato (Cass. 18 marzo 2002 n. 3925; Cass. 15 maggio 2002 n. 7032).
Venendo quindi all’esame del ricorso, si rileva che con il primo motivo i ricorrenti, denunciando vizio di motivazione in ordine alla pretesa interruzione del termine utile per usucapire ed agli atti giudiziali a tal fine necessari, sostengono che, contrariamente all’assunto della sentenza impugnata, non tutte le azioni di cognizione sono idonee ad interrompere il possesso “ad usucapionem”, ma soltanto quelle dirette al recupero del possesso, come evidenziato dalle pronunce 18 aprile 1983 n. 2707 e 21 giugno 1995 n. 7028 di questa Corte, a conferma dell’orientamento già espresso dalle Sezioni Unite con la sentenza 13 febbraio 1980 n. 1016.
La censura è infondata.
La tesi dei ricorrenti si basa su un non corretto richiamo a due pronunce di questa Corte, ovvero le menzionate decisioni 18 aprile 1983 n. 2707 e 21 giugno 1995 n. 7028, le quali, nell’affermare che ai fini dell’interruzione del possesso “ad usucapionem” è idonea solo la proposizione di una specifica domanda giudiziale diretta al recupero del possesso, hanno espresso un principio giurisprudenziale consolidato, non in contrasto con l’orientamento sostenuto dalle precedenti sentenze di questa Corte 13 febbraio 1980 n. 1016 e soprattutto 15 marzo 1982 n. 1682 (che, come correttamente rilevato dalla sentenza impugnata, ha affermato l’idoneità di un’azione di rivendica ad interrompere il decorso del termine per usucapione), al quale quindi anche in questa sede si ritiene di dover aderire.
L’erroneità del convincimento espresso dai ricorrenti risiede nella ingiustificata pretesa, non confortata da alcuna pronuncia di questa Corte, di limitare il riconoscimento dell’effetto interruttivo del possesso idoneo all’usucapione soltanto alle azioni possessorie e non invece a tutte quelle azioni che perseguono comunque il fine ultimo di ottenere il recupero di una cosa di cui l’attore, come appunto nell’azione di rivendica, si afferma proprietario.
In tal senso secondo l’indirizzo consolidato di questa Corte non è consentito attribuire efficacia interruttiva del possesso se non ad atti che comportino, per il possessore, o la perdita materiale del potere di fatto sulla cosa oppure ad atti giudiziali diretti ad ottenere “ope iudicis” la privazione del possesso nei confronti del possessore usucapiente (Cass. 4 agosto 1988 n. 4837; Cass. 14 maggio 2001 n. 6647; Cass. 23 novembre 2001 n. 14917, pronunce tutte conformi alle sentenze di questa Corte già menzionate).
Pertanto la Corte territoriale, nell’attribuire efficacia interruttiva del termine della prescrizione acquisitiva alla notifica in data 17 ottobre 1995 dell’atto di citazione con il quale Alfredo Lunghi aveva chiesto la materiale consegna di tutti i beni immobili componenti il lotto assegnatogli in proprietà esclusiva con la sent. n. 710/1994 della stessa Corte di Appello di Brescia in quanto finalizzato ad ottenere la cessazione della situazione possessoria in essere in favore degli eredi Zaghen, ha operato corretta applicazione del principio di diritto sopra richiamato.
Con il secondo motivo i ricorrenti, deducendo violazione degli art. 112 c.p.c. e art. 2938 c.c., censurano la sentenza impugnata per essersi pronunciata su una eccezione di prescrizione e su elementi assunti come fattori interruttivi del possesso “ad usucapionem” non proposti dalle controparti nelle conclusioni formulate nei giudizi di primo e di secondo grado.
La censura è inammissibile.
Premesso che la questione proposta, che implica un accertamento di fatto, non risulta in alcun modo trattata nella sentenza impugnata, i ricorrenti, al fine di evitare una pronuncia di inammissibilità per novità della censura, avevano l’onere, in realtà non assolto, di allegare non solo l’avvenuta deduzione della questione dinanzi al giudice di merito, ma anche di indicare in quale atto del giudizio precedente l’avessero fatto onde dare modo a questa Corte di controllare “ex actis” la veridicità di tale asserzione prima di esaminare sul merito la questione stessa (Cass. 15 gennaio 2001 n. 492; Cass. 18 gennaio 2001 n. 724).
Il ricorso deve pertanto essere rigettato; le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come in dispositivo.
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti in solido al pagamento in € 130,00 per spese e di € 2000,00 per onorari di avvocato.

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