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Separazione e casa coniugale in proprietà esclusiva: cosa fare se l’ex non se ne va

17 Dicembre 2015 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 17 Dicembre 2015



Diversa la disciplina per ottenere il rilascio dell’immobile a seconda che il giudice si sia pronunciato o meno riguardo alla separazione e alla assegnazione della casa.

 

“Separata in casa da dieci anni non riesco ad indurre mio marito a lasciare l’appartamento in cui viviamo e che è di mia proprietà. Egli gode di una pensione che gli permetterebbe ampiamente di andare in affitto. Mi domando a cosa appellarmi per ottenere che se ne vada senza che rivendichi dei diritti per essere stato il garante del mutuo ottenuto.

Non risulta chiaro dal tenore della domanda se la separazione in casa cui fa riferimento la lettrice sia di mero fatto oppure se sia già intervenuta tra i coniugi una sentenza del tribunale (anche se di tipo provvisorio).

Trattandosi di un presupposto essenziale per dare risposta al quesito, occorre procedere ad un esame di entrambe le ipotesi.

SEPARAZIONE DI FATTO

Se la separazione è di mero fatto e, dunque, nessuno dei coniugi abbia proposto la relativa domanda al tribunale, in tal caso nessuna pretesa di lasciare la casa coniugale (per quanto di proprietà) può essere avanzata da parte della lettrice nei confronti del consorte.

La coabitazione, infatti, rappresenta uno di quei doveri derivanti dal matrimonio [1] ai quali è possibile derogare solo su accordo dei coniugi, i quali sono liberi di concordare insieme l’indirizzo della vita familiare [2] e perciò anche di avere differenti residenze o domicili (si pensi al caso in cui motivi di lavoro impongano alla famiglia di abitare in città diverse).

Ove così non fosse (e quindi manchi l’accordo) la mancata coabitazione potrebbe rappresentare per il coniuge che non approvi l’allontanamento dell’altro una ragione tale da rendere intollerabile la vita matrimoniale e giustificare una sua domanda di separazione con richiesta di addebito nei confronti di chi abbia lasciato la casa, ritenendolo responsabile della rottura del matrimonio.

Una analoga causa di intollerabilità della convivenza può d’altro canto individuarsi nella insistente richiesta, da parte del proprietario dell’immobile indirizzata all’altro coniuge, di lasciare la casa senza aver prima chiesto la separazione.

Per un approfondimento sul tema rinviamo alla lettura di questo articolo: “Abbandono della casa familiare: quali conseguenze?”.

SEPARAZIONE GIUDIZIALE

Diverso è, invece, il caso in cui marito e moglie abbiano presentato domanda di separazione giudiziale.

In tale ipotesi, infatti, anche quando i coniugi non abbiano raggiunto un accordo, già dalla prima udienza presidenziale, il giudice li autorizza a vivere separatamente. Si tratta di un’autorizzazione e non di un obbligo, ben potendo, ad esempio, marito e moglie proseguire – anche dopo la separazione – in una mera convivenza (priva di qualsiasi coinvolgimento affettivo), ad esempio dettata dalla impossibilità oggettiva di sostenere costi relativi a nuove collocazioni abitative. Convivenza che non potrebbe comunque rappresentare una forma di riconciliazione tra marito e moglie. E potrebbe ben essere questo il caso di separazione con convivenza riferito dalla lettrice.

Al contrario, invece, in presenza di figli minori o maggiorenni non autosufficienti, il giudice si pronuncia in merito all’assegnazione dell’immobile che, a prescindere da chi ne sia titolare, viene – di norma – assegnato tenendo conto prioritariamente dell’interesse dei figli a conservare l’habitat domestico di sempre e, di conseguenza, assegnato a quel genitore presso il quale la prole viene collocata. Per un approfondimento la rimando alla guida: “Casa familiare: a chi spetta con la separazione?”.

Dunque, ove non ci siano figli da tutelare, sia che i coniugi siano comproprietari della casa familiare, sia che l’immobile appartenga (come nel caso di specie) solo a uno di loro, il giudice non potrà decidere sulla assegnazione della casa.

In tal caso, pertanto, mancando una normativa speciale in materia di separazione, se l’immobile è in comproprietà saranno applicabili le norme in tema di comunione, sia con riferimento al suo uso che alla sua divisione. I comproprietari, cioè potranno accordarsi fra loro per venderlo, per dividerlo, per locarlo o acquistarne l’uno la parte dell’altro; in mancanza di accordo, invece, essi dovranno intraprendere in Tribunale un giudizio di divisione.

Se, invece, ne sia proprietario solo uno (come nel caso in esame) si dovrà applicare la normativa generale in tema di proprietà esclusiva, sicché il coniuge proprietario dell’immobile, qualora l’altro rifiuti di lasciare la casa dovrà intraprendere in tribunale un’ autonoma azione a tutela del diritto di proprietà (nello specifico un’azione di occupazione senza titolo [3]) al fine di ottenere la condanna al rilascio da parte dell’altro coniuge.

Schematizzando:

se il giudice della separazione assegna l’immobile a uno dei coniugi, l’altro (anche se abbia la titolarità sul bene) non potrà pretendere che l’assegnatario lasci la casa ma dovrà essere lui a “fare le valige”. Ove ciò non avvenga, l’assegnatario potrà ottenere l’allontanamento del coniuge (che abita illegittimamente la casa) in modo coattivo, intraprendendo una procedura di esecuzione forzata. La sentenza di separazione costituirà, infatti, un titolo idoneo a notificargli un atto di precetto per rilascio di immobile e il conseguente intervento di un ufficiale giudiziario;

se, invece, non vi sia assegnazione, la sentenza di separazione non costituirà un titolo per agire in via esecutiva, ma occorrerà intraprendere una differente azione giudiziaria basata sul titolo di proprietà.

La garanzia del mutuo

Quanto all’ulteriore questione relativa alle eventuali rivendicazioni che l’uomo potrebbe vantare per essere stato garante del mutuo (non risulta chiaro poi se sia stato semplice garante o abbia effettuato il pagamento delle rate); tali circostanze non potrebbero influire in alcun modo sul diritto della moglie a pretendere il rilascio dell’immobile.

Si tratta, infatti, di due questioni giuridicamente separate e distinte.

Tutt’al più, ove il marito abbia concretamente sostenuto delle spese per la casa egli potrà intentare un’autonoma azione giudiziaria (cosiddetta azione di ingiustificato arricchimento) per ottenere il rimborso di quanto versato. Ma anche sul punto, la giurisprudenza è piuttosto univoca nel ritenere che al coniuge che non sia titolare dell’immobile non spetta il rimborso delle spese sostenute prima della separazione in quanto devono presumersi ricollegabili ai bisogni della famiglia.

In altre parole, fintanto che il coniuge ha convissuto nella casa, godendo dell’alloggio, il suo contribuito (consistente nel farsi garante del mutuo piuttosto che, ad esempio, pagare le bollette, o delle migliorie o qualsivoglia altra spesa per la casa) si basa su un vincolo di solidarietà familiare.

Di tali esborsi egli non potrebbe pretendere il rimborso dopo la separazione, salvo che essi non abbiano comportato un ingiustificato arricchimento da parte della moglie (cosa che – ovviamente andrebbe dimostrata in un lungo giudizio).

In conclusione:

– se non esiste una sentenza di separazione, la lettrice potrà ottenere che il marito lasci la casa solo se ciò rappresenta una scelta concordata dai coniugi;

– se invece vi è una sentenza che le assegna l’immobile, essa costituisce un titolo tale da permetterle di agire contro il coniuge con una procedura esecutiva diretta ad ottenerne il rilascio;

– se, invece, la sentenza nulla prevede circa l’assegnazione (ma si limita ad autorizzare i coniugi a vivere separatamente), prevale in questo caso il titolo di proprietà che dà diritto alla donna di pretendere il rilascio della casa da parte del marito con una diversa procedura (cosiddetta azione di occupazione senza titolo).

note

[1] Art. 143 cod. civ.

[2] Art. 144 cod. civ.

[3] Art. 447 bis cod. proc civ.

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1 Commento

  1. Salve,
    mio fratello vive una situazione simile a questa ed come in questo testo, la situazione è quella del Marito.
    Premessa. Nel 2013 mio fratello, padre di due bambine nate prima, ha dovuto subire un operazione al cervello per un tumore. A seguito dell’ intervento ha perso l’ utilizzo della parte sinistra del corpo, non è autosufficiente e ha la disabilità al 100%.
    Come tanti rapporti felici la casa è stata intestata alla moglie e le spese del mutuo e della vita erano sostenute in comunione.
    Nel 2017, la moglie ha decise di lasciare mio fratello e in parte posso anche capire.

    Il problema è che la moglie adesso ha affittato una casa che è stata adattata alle esigenze di mio fratello.e vuole vendere quella dove ad oggi vive mio fratello.
    Cosa mi perplime… come sono i rapporti e la situazione di mio fratello è che l’esito finale sarà che lui non saprà veramente dove andare, non è autosufficiente, l’assegno dello stato a mala pena copre le spese alimentari e di lavorare non se ne parla.
    Possibile che non esiste una forma di salvaguardia?

    Grazie e scusate.

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