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Lo sai che? Causa alla banca per interessi usurari: attenti ai calcoli

Lo sai che? Pubblicato il 18 dicembre 2015

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> Lo sai che? Pubblicato il 18 dicembre 2015

Usura: paga spese processuali e condanna alla lite temeraria chi fa causa alla banca per interessi usurari sommando corrispettivi e moratori.

 

Non cedete alla tentazione di facili cause contro le banche per interessi usurari: i conteggi, infatti, vanno fatti adeguatamente, tenendo conto delle interpretazioni giurisprudenziali sino ad oggi succedutesi poiché, in caso contrario, potrebbe scattare una sonora condanna alle spese processuali per “lite temeraria”. In particolare il Tribunale di Reggio Emilia, con una sentenza recente [1], ribadisce quello che è un orientamento che – salvo qualche isolato precedente – è ormai consolidato: l’usura va calcolata sommando, agli interessi applicati dalla banca, siano essi interessi di mora o corrispettivi, tutti i costi del finanziamento (dalle spese di istruttoria, a quelle di assicurazione o per la tenuta del conto, dalle commissioni di massimo scoperto a quelle sulle singole operazioni, per finire alla penale per il recesso anticipato, ecc.). Ma l’importante – sottolinea la Corte – è non sommare mai gli interessi corrispettivi a quelli di mora.

La ragione di tale interpretazione è semplice: gli interessi di mora (o moratori) e quelli corrispettivi non operano mai simultaneamente. Se i primi, infatti, scattano nella fase patologica del rapporto – quando cioè il correntista non è adempiente al versamento – i secondi, invece, si applicano nella normalità del contratto, in quanto dovuti su ogni singola rata come normale controprestazione del prestito. Dunque, non ha senso sommarli per definire il raggiungimento della soglia di usura.

Chi ragiona diversamente e dimostra di ignorare anni di giurisprudenza perde la causa con una sonora condanna alle spese processuali, poiché, ai normali costi dovuti alla soccombenza, si aggiunge anche la condanna per “lite temeraria”.

Secondo la sentenza in commento rischia la condanna per abuso del processo chi conviene in giudizio l’istituto di credito lamentando l’usurarietà degli interessi sul mutuo cumulando i corrispettivi e i moratori. E ciò perché la loro somma è un tasso “creativo”, una percentuale mai concretamente applicabile al cliente dell’istituto.

La vicenda

Un correntista lamentava che, nel suo mutuo ipotecario, gli interessi corrispettivi risultavano al 4,68 per cento, quelli corrispettivi al 6,68 per cento; riteneva dunque superato il tasso soglia dell’usura al 9,45 per cento. Pertanto si rivolgeva al giudice per chiedere la non debenza degli interessi, con condanna della banca alla restituzione di quanto ricevuto in eccesso. Ma i due tassi, osserva il giudice, sono dovuti in via alternativa tra loro e la sommatoria rappresenta un “non tasso” che in nessun caso può essere imposto dalla banca al cliente finanziato.

Risultato: dagli stessi dati indicati dall’attore emergono “la radicale assenza di usura” e “l’assoluta inconsistenza della domanda”.

La Cassazione

Dello stesso avviso la Cassazione che, anzi, in un’occasione del genere ha condannato un mutuatario al triplo delle spese di lite.

note

[1] Trib. Reggio Emilia sent. n. 1297/15.

[2] Cass. sent. n. 21570/12: In tema di responsabilità aggravata, il terzo comma dell’art. 96 cod. proc. civ., aggiunto dalla legge 18 giugno 2009, n. 69, disponendo che il soccombente può essere condannato a pagare alla controparte una “somma equitativamente determinata”, non fissa alcun limite quantitativo, né massimo, né minimo, al contrario del quarto comma dell’art. 385 cod. proc. civ., che, prima dell’abrogazione ad opera della medesima legge, stabiliva, per il giudizio di cassazione, il limite massimo del doppio dei massimi tariffari. Pertanto, la determinazione giudiziale deve solo osservare il criterio equitativo, potendo essere calibrata anche sull’importo delle spese processuali o su un loro multiplo, con l’unico limite della ragionevolezza. (Nella specie, in applicazione del principio, la S.C. ha respinto il ricorso avverso la decisione di merito, che aveva condannato il soccombente a pagare una somma non irragionevole in termini assoluti e pari al triplo di quanto liquidato per diritti e onorari).


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