Professionisti Adozione: la conoscenza dei genitori e delle origini dell’adottato

Professionisti Pubblicato il 18 dicembre 2015

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Gli effetti della sentenza di adozione, genitori adottivi e diritto di informazione.

 

Nella disciplina giuridica previgente alla legge 149/2001, la legge 184/1983 non disciplinava la conoscibilità delle origini genetiche dell’adottato da parte di questo ultimo; infatti, con la legge del 1983, e per le ragioni che abbiamo visto e condiviso, fu imposto un totale obbligo di segreto per l’adottato circa l’identità dei suoi genitori biologici ed un divieto quasi assoluto di accesso alle relative informazioni.

La legge 149/2001, poi, anche sulla spinta degli studi psicologici sulla personalità degli adottati che, in considerevole numero, andavano, sbandati ed in preda ad emozioni irrefrenabili, alla ricerca della propria famiglia d’origine, ha modificato però parzialmente tale disciplina della segretezza.

Il vigente art. 28 della legge 184 in esame, prevede, sia pur a determinate condizioni, la possibilità per la persona adottata di accedere alle informazioni riguardanti l’identità dei genitori biologici, al fine di tutelare il diritto dell’adottato a ricostruire la propria identità personale.

La materia, tuttavia, è stata disciplinata con particolari limitazioni e cautele al fine di non reintrodurre dalla finestra ciò che si era voluto scacciare dalla porta di ingresso !

La legge, pertanto, demanda al Tribunale per i minorenni una valutazione delle diverse esigenze poste a fondamento della richiesta di accesso, prevedendo, inoltre, specifiche limitazioni in ordine all’età dell’adottato e alla sua maturità.

Nell’ambito del procedimento autorizzativo, il Tribunale per i minorenni è chiamato a valutare l’istanza di accesso evitando al contempo che, attraverso l’acquisizione delle informazioni genetiche, si verifichi «un grave turbamento dell’equilibrio psico-fisico del richiedente».

A tale fine, il Tribunale dovrà valutare se l’istante sia persona dotata di adeguata maturità psichica tale da escludere eventuali stravolgimenti traumatici della sua esistenza e turbamenti o altri esiti psicologici pregiudizievoli in virtù delle suddette informazioni.

I punti più significativi della disciplina sono quindi i seguenti:

— l’adottato ha il diritto di essere informato dai suoi genitori adottivi del suo status di figlio adottivo;

— i genitori adottivi, quali esercenti la responsabilità genitoriale sul minore, hanno la possibilità di richiedere al Tribunale di venire in possesso di informazioni sulla identità dei genitori biologici del minore qualora ricorrano gravi e comprovati motivi, anche di salute (art. 28, co. 4, L. 184/1983);

— l’adottato che abbia superato l’età di venticinque anni può chiedere al Tribunale di ottenere informazioni sui propri genitori biologici ovvero su eventuali fratelli e sorelle del suo antico nucleo biologico; tale possibilità è riconosciuta, ma solo in presenza di gravi e comprovati motivi di salute, anche al minore che abbia compiuto almeno il diciottesimo anno di età (art. 28, co. 5, L. 184/1983);

— né l’adottato né i genitori adottivi possono chiedere ed ottenere informazioni sulle origini nel caso in cui la madre, dopo il parto e prima di lasciare l’ospedale, abbia formalmente dichiarato di non voler essere nominata (art. 28, co. 7, L. 184/1983).

Dunque, come si può vedere, la L. 149/2001, nel modificare l’art 28 della legge 183/1984, intese tutelare l’interesse dell’adottato alla conoscenza dei propri dati biologici quale esplicazione del diritto alla costruzione della propria identità personale, inibendo però la possibilità di accedere ai suddetti dati qualora la madre, al momento del parto, abbia esercitato il diritto all’anonimato, diritto quest’ultimo riconosciuto prevalente in senso assoluto rispetto all’accesso.

Il legislatore ha cercato quindi di operare un opportuno bilanciamento tra diritto dell’adottato alla conoscenza delle proprie origini familiari e il diritto alla riservatezza della madre che alla nascita non abbia inteso riconoscere il proprio figlio.

La suddetta disposizione, tuttavia, ha posto, quale limite insuperabile all’accesso ai dati identificativi, la volontà di non essere nominata manifestata dalla madre all’epoca del parto, senza prevedere la possibilità di interpellarla per confermare la persistenza di tale volontà.

Pertanto, con ordinanza del 21 luglio 2004, il Tribunale per i minorenni di Firenze, nel corso di un procedimento civile introdotto ai sensi dell’art. 28 L. 184 cit., sollevò d’ufficio, in riferimento agli articoli 2, 3 e 32 Cost., questione di legittimità costituzionale del settimo comma del citato art. 28 nella parte in cui aveva ha escluso la possibilità di autorizzare l’adottato all’accesso alle informazioni sulle origini senza avere previamente verificato la persistenza della volontà di non volere essere nominata da parte della madre biologica. Ad avviso del giudice rimettente, nel riformare l’art. 28 della L. adoz. in ordine all’accesso alle informazioni circa le proprie origini da parte dell’adottato, il legislatore avrebbe recepito i suggerimenti pervenuti dalle scienze giuridiche, psicologiche e sociali e concernenti l’importanza del diritto dell’adottato alla conoscenza dei propri dati biologici quale esplicazione del diritto alla costruzione della propria identità personale, ma, del tutto irragionevolmente, proprio con la previsione del medesimo settimo comma, avrebbe determinato il rischio di precludere nella maggior parte dei casi ciò che voleva consentire. Il rimettente, Tribunale per i minorenni di Firenze, censurò la norma impugnata, chiedendo alla Corte Costituzionale l’emissione di una sentenza additiva con declaratoria di incostituzionalità della norma in esame nella parte in cui non condizionava il divieto per l’adottato di accedere alle informazioni sulle origini alla previa verifica, da parte del giudice, dell’attuale persistenza della volontà di non essere nominata manifestata dalla madre.

La Corte Costituzionale, investita della questione di legittimità costituzionale della norma in esame, con riferimento alla mancata previsione della verifica della persistenza della volontà della madre biologica di non essere nominata, enunciò il principio secondo cui «non è fondata, in riferimento agli art. 2, 3 e 32 Cost., la questione di legittimità costituzionale dell’art. 28, comma 7, L. 4 maggio 1983 n. 184, nella parte in cui esclude la possibilità di autorizzare l’adottato all’accesso alle informazioni sulle origini senza avere previamente verificato la persistenza della volontà di non essere nominata da parte della madre biologica, atteso che la norma impugnata (che è funzionale tanto ad assicurare che il parto avvenga in condizioni ottimali sia per la madre che per il figlio, quanto a distogliere la donna da decisioni irreparabili, per quest’ultimo ben più gravi) è espressione di una ragionevole valutazione comparativa dei diritti inviolabili dei soggetti della vicenda».

La scelta legislativa di tutelare l’anonimato della madre senza alcun tipo di restrizione – ad avviso della Corte – costituiva espressione di una ragionevole valutazione comparativa dei diritti inviolabili dei soggetti della vicenda e non si poneva in contrasto con l’art. 2 della Costituzione.

Secondo la motivazione assunta dalla Corte Costituzionale, la norma mirava quindi a tutelare la gestante che — in situazioni particolarmente difficili dal punto di vista economico, sociale e personale — avesse deciso di non tenere con sé il bambino, offrendole la possibilità di partorire in una struttura sanitaria appropriata e di mantenere, al contempo, l’anonimato nella conseguente dichiarazione di nascita.

Tutta questa impostazione è stata rivista dalla medesima Corte Costituzionale che, con la sentenza 278/2013, ha ribaltato il suo stesso precedente orientamento, dichiarando costituzionalmente illegittimo il settimo comma dell’articolo citato, nella parte in cui non prevede la possibilità per il giudice di interpellare la madre — che abbia dichiarato di non voler essere nominata ai sensi dell’art. 30, co. 1, d.P.R. 396/2000 — ai fini di un’eventuale revoca di questa dichiarazione.

La Corte ha evidenziato come l’analisi della normativa veda coinvolti diritti tutti di rilievo costituzionale e reciprocamente legati; da un lato, il diritto all’anonimato della madre, dall’altro, l’aspirazione del figlio alla conoscenza delle proprie origini.

Nella sentenza è stato quindi sottolineato che il diritto della madre all’anonimato trova fondamento nell’esigenza di salvaguardare madre e neonato da qualsiasi perturbamento, connesso alla più eterogenea gamma di situazioni, personali, ambientali, culturali, sociali, tale da generare l’emergenza di pericoli per la salute psico-fisica o la stessa incolumità di entrambi e da creare, al tempo stesso, le premesse perché la nascita possa avvenire nelle condizioni migliori possibili.

La salvaguardia della vita e della salute sono, dunque, i beni di primario rilievo presenti sullo sfondo di una scelta di sistema improntata nel senso di favorire, per se stessa, la genitorialità.

Contestualmente, tuttavia, si evidenzia come il diritto del figlio a conoscere le proprie origini rappresenti, anch’esso, un significativo elemento del sistema costituzionale così come riconosciuto anche da numerose sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo. Infatti, la conoscenza delle proprie origini è un aspetto inerente alla personalità dell’individuo, che può divenire condizionate sia in riferimento al proprio intimo sia alla vita di relazione.

Ciò posto, ha osservato la Corte, l’attuale sistema pecca di cristallizzazione e immobilizzazione dell’esercizio dei diritti sopra indicati.

«Una volta intervenuta la scelta per l’anonimato, infatti, la relativa manifestazione di volontà assume connotati di irreversibilità destinati, sostanzialmente, ad «espropriare» la persona titolare del diritto da qualsiasi ulteriore opzione; trasformandosi, in definitiva, quel diritto in una sorta di vincolo obbligatorio, che finisce per avere un’efficacia espansiva esterna al suo stesso titolare e, dunque, per proiettare l’impedimento alla eventuale relativa rimozione proprio sul figlio, alla posizione del quale si è inteso, ab origine, collegare il vincolo del segreto su chi lo abbia generato».

La sentenza sottolinea come l’attuale legislazione determini l’irreversibilità della scelta sia in relazione alla genitorialità giuridica che a quella di biologica.

Mentre l’irreversibilità dell’anonimato in relazione alla genitorialità giuridica ha una sua ragion d’essere tenendo conto della necessità di dare certezza ai rapporti familiari, non vi è alcun motivo di rendere irreversibile anche la genitorialità biologica ove l’iniziativa del voler conoscere le proprie origini nasca dal figlio.

In definitiva, a prescindere dalle informazioni che, con le dovute cautele, devono essere fornite ai fini della tutela della salute del figlio, la Corte ha evidenziato che l’attuale normativa pecca di eccessiva rigidità che deve essere rimossa.

La Corte ha rimandato, infine, al legislatore al fine di dettare norme che consentano di verificare il perdurare della volontà di non essere nominata da parte della madre biologica.

Alcuni uffici di Procura hanno ritenuto che, anche in attesa delle decisioni del legislatore, debba darsi immediata attuazione alla decisione della Corte Costituzionale evidenziando, nell’ambito di un provvedimento di delega, che: «non può ravvisarsi un ostacolo (all’attuazione delle decisione) nell’attuale quadro normativo dettato dal D.P.R. 396/2000 il quale prevede che, ove al momento del parto la donna partoriente ha dichiarato di non voler essere nominata, le sue generalità andranno annotate solo sull’attestazione di avvenuta nascita (una volta: certificato di assistenza al parto) come prescrive il secondo comma dell’art. 30, mentre la dichiarazione di nascita sarà fatta dal medico o dall’ostetrica e dovrà essere priva di ogni riferimento a chi ha dato alla luce il neonato. È vero, infatti, che il legislatore del 2000 ha previsto esclusivamente che l’attestazione di avvenuta nascita debba essere custodita dall’Ufficiale di Stato civile al solo fine di potere verificare l’inesistenza di cause ostative al matrimonio del nato da genitori ignoti ai sensi dell’art. 59 del D.P.R. 396/2000 in caso di apposita richiesta dell’interessato; tuttavia, tale previsione limitata a questa ipotesi è stata esclusivamente determinata dal fatto che il legislatore — prima del recente intervento della consulta — non aveva lasciato alcuno spazio di apertura alla luce proprio della precedente formulazione dell’art 28; oggi, la Corte Costituzionale ha stabilito, nei termini suddetti, la necessità del Tribunale di verificare l’attualità della scelta compiuta al momento del parto e tale verifica non può che passare dall’acquisizione presso l’ufficiale di stato civile delle generalità complete della madre biologica, generalità appunto annotate nell’attestazione di avvenuta nascita. Né mai si potrà opporre il segreto al Tribunale per i minorenni che richieda l’identità della madre che non aveva riconosciuto il figlio al solo fine di poterla interpellare come è oggi necessario alla luce della recente pronuncia» .

Il-Diritto-dei-Minori

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Autore immagine: 123rf com


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