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Adozione: le sanzioni penali

18 dicembre 2015 | Autore:


> L’esperto Pubblicato il 18 dicembre 2015



Tutela penale della famiglia: adozione nazionale e di minori dall’estero, i reati previti dalla legge.

Nell’ambito della tutela penale della famiglia, tenendo conto della sistematica offerta dal codice penale vigente, nonché del significato ampio che deve essere attribuito al concetto di famiglia, non possono non farsi rientrare le ipotesi delittuose introdotte nell’ordinamento dalla L. adoz. in materia di affidamento e adozione di minori.

Se, infatti, per tutela della famiglia s’intende la salvaguardia anche della crescita serena ed armonica che ciascuno ha diritto di ottenere nell’ambito dell’ambiente in cui è naturalmente nato, così come il diritto a vivere e crescere nella propria famiglia di origine, salvo le procedure indicate dalla L. n. 184 cit., non vi è dubbio che gli articoli relativi alle disposizioni penali della citata legge debbano essere considerati come parte integrante del sistema penale di tutela della famiglia.

«La ratio sottesa alla scelta di colpire con la più grave delle sanzioni — la pena, appunto — la violazione di doveri civilistici su determinati soggetti nel coso del procedimento di adozione, viene espressamente indicata dal legislatore nella volontà di combattere il mercato dei bambini. In effetti, la previsione delle ipotesi delittuose trova impulso nell’esigenza di far fronte a quel fenomeno, portato alla luce da fatti di cronaca e reso possibile dalle lacune e dalle smagliature della normativa anteriore al 1983, che vedeva coinvolte giovani madri indigenti e coppie desiderose di adottare bambini, disposte a versare somme di denaro pur di aggirare le procedure previste dalla legge» .

Sono in particolare tre gli obiettivi che il legislatore ha inteso perseguire: in primo luogo, colpire tutte quelle negligenze, colpose o dolose, che non consentono il venire alla luce di situazioni di abbandono; in secondo luogo, impedire gli artifizi volti ad aggirare le disposizioni in materia di affidamento e di adozione; infine, colpire tutte quelle forme di violazione della riservatezza che rischiano di compromettere il percorso adottivo.

I reati previsti dall’art. 70 L. 184/1983

Secondo quanto dispone l’art. 70, co. 1, L. 184/1983, i pubblici ufficiali o gli incaricati di un pubblico servizio che omettano di riferire alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni sulle condizioni di ogni minore in situazione di abbandono di cui vengano a conoscenza in ragione del proprio ufficio, sono puniti ex art. 328 del codice penale.

Per gli esercenti un servizio di pubblica necessità è, invece, prevista la pena della reclusione fino ad un anno o la multa da euro 258,23 a euro 1291,14.

Al secondo comma, l’articolo citato prevede, poi, che i rappresentanti degli istituti di assistenza pubblici o privati che omettano di trasmettere semestralmente alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni l’elenco di tutti i minori ricoverati o assistiti, ovvero forniscano informazioni inesatte circa i rapporti familiari concernenti i medesimi, sono puniti con la pena della reclusione fino ad un anno o con la multa da euro 258,23 a euro 2582,28.

Premesse queste considerazioni, passiamo ora all’analisi più specifica di alcuni aspetti importanti relativi ai reati di cui al riportato articolo 70.

In primo luogo, che s’intende per pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio? Lo si ricava dagli artt. 357 e 358 c.p.

L’art. 357 c.p. prevede che debbano identificarsi come pubblici ufficiali tutti coloro che, dipendenti dello Stato o di altro ente pubblico, in via volontaria o obbligatoria, con retribuzione o senza, esercitano, anche in via temporanea, una pubblica funzione legislativa, amministrativa o giudiziaria.

L’art. 358 c.p. individua come incaricati di pubblico servizio coloro che, impiegati dello Stato o di altro ente pubblico, ovvero coloro che in via volontaria o obbligatoria, con retribuzione o senza, permanentemente o in via temporanea, esercitano un pubblico servizio.

L’art. 359 c.p., infine, identifica come esercenti un servizio di pubblica necessità i privati che esercitano professioni forensi o sanitarie o altre professioni il cui esercizio è vietato senza una speciale abilitazione dello Stato, quando dell’opera di essi il privato sia obbligato ad avvalersi. In realtà, l’articolo in esame, è stato osservato, ha un valore dichiarativo per i pubblici ufficiali e gli incaricati di un pubblico servizio, perché si limita ad enunciare espressamente l’applicabilità ad essi dell’art. 328 c.p. (rifiuto di atti d’ufficio, omissione), già ritenuto applicabile prima dell’entrata in vigore della L. adoz. .

La novità dell’art. 70 in esame è rappresentata dalla sanzione specifica prevista per gli esercenti un servizio di pubblica necessità per i quali non era configurabile l’ipotesi dell’art. 328 c.p. In questo modo, si è evitato che tutta una serie di soggetti, che pure vengono a contatto con situazioni abbandoniche, restassero esenti da sanzioni nel momento in cui, omettendo la segnalazione alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni, di fatto vanificano il senso dell’intero impianto legislativo volto a determinare la tempestiva conoscenza delle situazioni di abbandono in modo tale da consentire un intervento rapido che riduca il più possibile il danno subìto dal minore abbandonato.

Analoga funzione riveste l’ipotesi di cui al secondo comma dell’art. 70 cit., ove si prevede che i rappresentanti degli istituti di assistenza pubblici e privati sono tenuti alla trasmissione semestrale degli elenchi dei minori ricoverati o assistiti.

Obbligati, secondo la norma in esame, sono i rappresentanti degli enti e, cioè, coloro che, in virtù delle norme statutarie, sono dotati del potere di rappresentanza dell’ente. Naturalmente, tenendo conto delle dimensioni degli enti, non è da escludersi il concorso di coloro che erano stati espressamente delegati alla compilazione e alla trasmissione degli elenchi.

Nell’ipotesi del secondo comma le condotte previste sono due:

– la mancata o ritardata trasmissione degli elenchi;

– il fornire notizie non esatte in ordine ai rapporti familiari del minore ricoverato.

Deve osservarsi, però, che non assumono rilevanza, ai fini del reato in esame, i giudizi espressi dall’ente sia in quanto non richiesti, sia in quanto non appartenenti al novero delle notizie oggettive che la norma sembra richiedere.

I reati previsti dall’art. 71 L. 184/1983

L’art. 71, co. 1. L. 184/1983 punisce, con la reclusione da uno a tre anni, chiunque, in violazione delle norme di legge in materia di adozione, affida a terzi con carattere definitivo un minore, ovvero lo avvia all’estero perché sia definitivamente affidato.

Se il fatto, poi, è commesso dal tutore ovvero da altra persona cui il minore sia affidato per ragioni di educazione, istruzione, vigilanza e custodia, il secondo comma dell’articolo in esame prevede che la pena sia aumentata della metà.

Se il fatto è commesso invece dal genitore, la condanna comporta la perdita della relativa responsabilità genitoriale e l’apertura della procedura di adottabilità; se è commesso dal tutore consegue la rimozione dall’ufficio; se è commesso dalla persona cui il minore è affidato consegue la inidoneità ad ottenere affidamenti familiari o adottivi e l’incapacità all’ufficio tutelare.

Se il fatto è poi commesso da pubblici ufficiali, incaricati di un pubblico servizio, esercenti la professione sanitaria o forense, appartenenti ad istituti di assistenza pubblici o privati nei casi di cui all’art. 61, n. 9 e 11 , c.p., la pena è raddoppiata.

La pena della reclusione da uno a tre anni, stabilita, come appena visto dal primo comma dell’art. 71 L. 184/1983, si applica anche a coloro che, consegnando o promettendo denaro o altra utilità a terzi, accolgono minori in illecito affidamento con carattere di definitività. La condanna comporta l’inidoneità ad ottenere affidamenti familiari o adottivi e l’incapacità all’ufficio tutelare.

Infine, l’ultimo comma dell’art. 71 in esame punisce, con la reclusione fino ad un anno o con la multa da euro 258,23 a euro 2582,28, chiunque svolga opera di mediazione per realizzare l’affidamento del minore di cui all’esaminato primo comma.

Evidenziate le ipotesi delittuose previste dal riportato articolo 71, passiamo ad esaminare, in primo luogo, la ratio e l’ambito di operatività della normativa in esame, per poi chiarire più specificamente alcune problematiche, affrontate da dottrina e giurisprudenza, relative agli elementi costitutivi e alla natura giuridica dei reati ex art. 71 cit.

Per quanto riguarda la ratio della normativa in esame, con l’art. 71 della L. 184/1983, si è posto rimedio al vuoto legislativo che non consentiva la repressione di tutte quelle attività che, coinvolgendo i minori, erano realizzate al fine di raggirare le normative dettate in materia di affidamenti familiari e adozioni, considerato che le norme del codice penale a tutela della famiglia non prevedevano le fattispecie considerate dalla L. adoz.

Tutte le distinte ipotesi di reato previste, quindi, sono volte a garantire al minore la possibilità di vivere nel proprio ambiente familiare o in quello che dovesse essergli designato secondo le leggi vigenti.

Come appena visto, nel primo comma della norma in esame è prevista l’ipotesi di colui il quale affidi con carattere di definitività un minore sia in Italia che all’estero. Allorché si parla di minore, naturalmente, non vi è alcuna differenza se sia italiano o straniero, poiché la norma tende ad evitare simili comportamenti sul territorio dello Stato italiano da chiunque commessi.

Elemento caratterizzante dell’ipotesi delittuosa è l’affidamento con carattere di stabilità e, cioè, che il minore sia consegnato ad un estraneo che lo inserirà nel proprio nucleo familiare come membro della famiglia stessa. È evidente che la stabilità si perfeziona con il passare del tempo e da ciò consegue che il reato deve ritenersi a carattere permanente.

È stato osservato che, quanto al carattere della stabilità, salvo i casi in cui l’intenzione del genitore di abbandonare il figlio sia negozialmente manifesta (commercio di bambini), la definitività dell’affidamento è aspetto emergente a posteriori; aspetto questo che, solo caso per caso, può essere riconosciuto dal Giudice sulla base di tutto un insieme di fatti sintomatici .

Tali saranno l’eventuale pagamento di un prezzo al cedente, l’assenza di rapporti con la famiglia di origine, la condizione vissuta dal minore in seno al nucleo familiare che lo ha accolto.

È evidente, quindi, che ogni forma di permanenza, anche di lungo periodo, presso altri nuclei familiari, che sia determinata da ragioni di lavoro o di studio, esclude la sussistenza del reato.

Secondo la dottrina, poi, dato l’interesse che la norma mira a tutelare, ai fini della sussistenza del reato, non rileva la vantaggiosità o meno dell’affidamento per il minore .

Ma chi può commettere il reato che stiamo studiando? La norma sembrerebbe escludere, con il termine «chiunque» che il reato possa essere commesso solo da soggetti determinati. In realtà, però, perché si determini la condotta prevista dall’art. 71 cit., è necessario che il soggetto agente si trovi in una particolare relazione con il minore (genitore, tutore, affidatario temporaneo a cui il minore sia stato dato dall’esercente la responsabilità genitoriale).

I commi secondo e quarto prevedono poi, come accennato, una serie di circostanze aggravanti allorché il reato sia commesso con abuso delle qualità indicate.

Nel comma terzo sono, invece, previste le pene accessorie per i soggetti che rivestono la qualità di genitore, tutore, affidatario e che si sono resi responsabili del reato in esame. Il quinto comma è, poi, di fatto, correlato all’ipotesi prevista dal primo comma. Infatti nel citato comma, le pene indicate nel primo comma, come visto, si applicano anche a chi abbia preso in affidamento un minore.

È stato osservato peraltro che, perché sussista il reato a carico degli affidatari, è necessario che lo stesso sia stato accertato anche a carico dell’affidante, essendo inconcepibile che questi sia assolto mentre l’affidatario venga considerato colpevole . Naturalmente, il reato sarà sussistente anche nelle ipotesi in cui non si dovesse risalire agli affidanti, ma si riesca a raggiungere la prova della promessa o dazione del denaro o di altra utilità. Quest’ultimo è l’elemento che differenzia sostanzialmente le posizioni degli affidanti da quelle degli affidatari. I primi, infatti, sono puniti per il solo fatto di aver dato in affidamento il minore indipendentemente dal conseguimento di una qualsivoglia utilità. I secondi, invece, devono aver raggiunto lo scopo dell’affidamento attraverso la consegna o promessa, come detto, di denaro o di altra utilità.

La differente configurazione che il legislatore ha dato alle due ipotesi delittuose è determinata dalla diversa posizione che gli affidanti e gli affidatari rivestono nei confronti del minore e del ruolo che è loro attribuito.

Gli affidanti, nel commettere il reato, vengono meno ai loro doveri di educazione, vigilanza, custodia, garanzia nei confronti del minore; gli affidatari, con il loro agire, invece, raggirano esclusivamente le norme vigenti in materia di affido e di adozione.

L’ultimo comma dell’articolo in esame fa infine riferimento a coloro che s’interpongono mettendo in relazione affidanti e affidatari al fine di realizzare la condotta punita dal citato primo comma dell’art. 71 in esame. Viene punita, quindi, l’attività di mediazione posta in essere senza che sia richiesto che il mediatore acquisti un qualsiasi vantaggio. Si è ritenuto, tuttavia, che l’uso da parte del legislatore del termine «mediazione» voglia indicare proprio l’istituto giuridico della mediazione e, quindi, necessita di una causa economica, anche se illecita .

Il comma relativo all’attività mediatoria, inoltre, non richiede che l’affidamento con carattere di stabilità si realizzi. L’ipotesi di cui al sesto comma, infatti, punisce l’attività di mediazione in sé indipendentemente dal raggiungimento del risultato voluto dal mediatore. Si è fatto rilevare che è sufficiente, perché si determini l’applicabilità delle sanzioni previste per la fattispecie in esame, che taluno abbia preso «contatti» per attuare affidamenti vietati, a nulla rilevando che, successivamente, per qualsiasi motivo, l’affidamento non abbia avuto luogo .

Il delitto in esame è stato ritenuto, quindi, un reato di pura condotta, di tipo sussidiario, che non esclude la punibilità del mediatore a titolo di concorso ex art. 110 c.p. se egli s’intrometta in un determinato affidamento in modo casualmente efficiente .

I reati previsti dall’art. 72 L. 184/1983

L’art. 72, co. 1, L. 184/1983 punisce, con la reclusione da uno a tre anni, chiunque che, in violazione delle disposizioni della legge 184/1983, per procurarsi danaro o altra utilità, introduce nello Stato uno straniero minore di età perchè sia definitivamente affidato a cittadini italiani.

Secondo poi quanto dispone il secondo comma dell’art. 72 in esame, la pena della reclusione da uno a tre anni si applica anche a coloro che, consegnando o promettendo danaro o altra utilità a terzi, accolgono stranieri minori di età in illecito affidamento con carattere di definitività.

La condanna comporta l’inidoneità a ottenere affidamenti familiari o adottivi e l’incapacità all’ufficio tutelare.

Con l’articolo in esame, si è voluta accordare tutela ai minori stranieri che vengano introdotti nello Stato con lo scopo di affidarli, di fatto, in adozione, aggirando le disposizioni vigenti.

A differenza di quanto previsto dall’art. 71 L. 184 cit. quindi che, come abbiamo visto in precedenza, punisce l’affidamento definitivo, in questo articolo, non è necessario che l’affidamento si realizzi, essendo sufficiente il solo ingresso del minore straniero nello Stato con lo scopo di affidarlo definitivamente a cittadini italiani.

Con tutta evidenza, la presente norma si riferisce sostanzialmente ai mercanti di minori. È stato, infatti, osservato che anche i genitori o i parenti possono introdurre il minore per affidarlo illecitamente, ma la natura del loro legame con il minore rende, quantomeno, problematica (se non impossibile) l’individuazione del fine per cui agiscono al momento dell’ingresso in Italia .

La norma, poi, fa esplicito riferimento all’affidamento del minore straniero a cittadini italiani. Da ciò ne deriva che, nel caso di affidamento di minore straniero a cittadini stranieri, sia pur residenti in Italia, l’ipotesi delittuosa dell’art. 72 cit. non si concretizza. Non è, infatti, consentita un’interpretazione estensiva delle disposizioni penali tanto da ricomprendere nella fattispecie considerata anche soggetti o elementi da essa non specificamente menzionati.

Deve, ancora, osservarsi che è sempre necessario che l’autore del reato abbia agito al fine di procurarsi denaro ovvero altra utilità. Lo scopo di lucro, quindi, è elemento costitutivo della fattispecie che non potrà ritenersi concretizzata allorché chi abbia agito lo abbia fatto per scopi diversi, come potrebbe essere quello di natura umanitaria, sia pur con una distorta interpretazione di tale concetto.

I reati previsti dall’art. 72bis L. 184/1983

 

L’art. 72bis, co. 1, L. 184/1983 punisce, con la pena della reclusione fino ad un anno o con la multa da euro 516,46 a euro 5.164,57, chiunque svolga, per conto di terzi, pratiche inerenti all’adozione di minori stranieri, senza avere ottenuto preventivamente l’autorizzazione della Commissione per l’adozione internazionale.

La pena è aumentata (reclusione da sei mesi a tre anni e della multa da euro 1032,91 a euro 3098,74) se le suddette pratiche sono trattate da legali rappresentanti e da responsabili di associazioni o di agenzie.

Infine, la legge prevede che, fatti salvi i casi in cui l’adozione sia pronunciata da competente autorità di un paese straniero, a istanza di cittadini italiani che dimostrino, al momento della pronuncia, di aver soggiornato continuativamente nello stesso e di avervi avuto la residenza da almeno due anni, e sia quindi riconosciuta ad ogni effetto in Italia con provvedimento del Tribunale per i minorenni (art. 36, co. 4, L. 184/1983), coloro che, per l’adozione di minori stranieri, si avvalgono dell’opera di associazioni, organizzazioni, enti o persone non autorizzati nelle forme di legge sono puniti con le pene previste dall’esaminato primo comma, diminuite però di un terzo.

L’art. 72bis in esame è stato introdotto con la L. 476/1998, che ha radicalmente mutato il sistema delle adozioni internazionali previsto dalla L. n. 184 del 1983.

La indicata legge, infatti, tra le diverse modifiche, anche per porre fine al mercato attuato da mediatori in materia di adozioni internazionali, ha previsto autorizzazioni che la Commissione per le adozioni internazionali concede esclusivamente a quegli enti che rispondano ai requisiti richiesti dall’art. 39ter della L. 184 cit. L’articolo in esame punisce chiunque svolga pratiche per conto terzi volte ad ottenere l’adozione internazionale. Dal che deve ritenersi, anche in virtù della specificazione di cui al secondo comma della norma esaminata, che debbano considerarsi responsabili del reato sia i singoli che si adoperino per far ottenere minori stranieri in adozione, sia coloro che, in qualità di dipendenti, o in qualsiasi modo collegati, agiscano per associazioni o agenzie, prive delle autorizzazioni di legge.

Il secondo comma, infatti, nel punire con sanzioni di maggiore rilievo i rappresentanti e i responsabili di dette associazioni o organizzazioni, ha voluto differenziare le posizioni dei soggetti agenti, così come accade nelle norme del codice penale in relazione ai reati associativi, dove diversa è la posizione dei partecipanti rispetto a quella dei promotori, organizzatori e capi.

Considerata la genericità della dizione della norma, deve ritenersi che l’ipotesi in esame potrà concretizzarsi qualunque sia l’attività svolta.

Non è necessario, cioè, che l’adozione giunga a buon fine o che siano presi concreti contatti con l’estero. Qualsiasi attività finalizzata all’adozione internazionale svolta al di fuori delle autorizzazioni indicate deve ritenersi idonea a qualificare l’ipotesi delittuosa in esame.

L’ultimo comma, infine, punisce con sanzioni meno gravi coloro che si rivolgono ad enti o organizzazioni non autorizzate. La minore entità delle sanzioni è evidentemente legata al diverso disvalore che viene attribuito a coloro che desiderano un’adozione rispetto a coloro che, in spregio della legge, tale desiderio tentano di sfruttare.

Del tutto irrilevanti, poi, sono i motivi che hanno indotto chi ha agito, considerato che la norma non richiede la sussistenza del motivo di lucro o di qualsivoglia altro motivo.

I reati previsti dall’art. 73 L. 184/1983

L’art. 73, co. 1, L. 184/1983 punisce, con la reclusione fino a sei mesi o con la multa da euro 103,29 a euro 1032,91, chiunque che, essendone a conoscenza in ragione del proprio ufficio, fornisce qualsiasi notizia atta a rintracciare un minore nei cui confronti sia stata pronunziata adozione o rivela in qualsiasi modo notizie circa lo stato di figlio adottivo .

La pena è della reclusione da sei mesi a tre anni se poi il fatto è commesso da un pubblico ufficiale o da un incaricato di pubblico servizio.

Infine, la legge prevede che queste pene si applicano anche a chi fornisce tali notizie successivamente all’affidamento preadottivo e senza l’autorizzazione del Tribunale per i minorenni.

Premesse queste considerazioni, esaminiamo ora, più nello specifico, come abbiamo fatto per le altre ipotesi delittuose trattate fino ad ora, il fondamento della disciplina giuridica appena esaminata, nonché alcune problematiche relative all’ambito di operatività della stessa, alla natura giuridica e alla struttura dei reati in esame.

La ratio della norma in esame è di impedire che siano divulgate notizie relative all’adozione che, in qualsiasi modo, possano turbare il sereno svolgersi dell’adozione e, quindi, della vita del minore a cui è stata attribuita una famiglia.

Come visto, poi, l’art. 73 in esame si riferisce a chiunque sia a conoscenza di notizie in ragione del proprio ufficio. Da ciò deve desumersi che, poiché non vi sono specificazioni, per ufficio debba intendersi qualsiasi attività, anche di natura privatistica, che sia stata svolta in relazione all’adozione e che abbia portato a conoscere notizie relative alla stessa.

È stato osservato che è escluso che i genitori adottivi possano essere ritenuti responsabili del reato in esame. Logica vuole, infatti, che essi siano liberi di comportarsi come meglio credono nei confronti dell’adottato, rivelandogli o meno l’effettiva natura del rapporto che li unisce .

Tale considerazione è avvalorata dall’attuale dizione dell’art. 28, co. 1, della L. adoz., ove è previsto che: «il minore adottato è informato di tale sua condizione ed i genitori adottivi vi provvedono nei modi e termini che essi ritengono più opportuni».

La disciplina in esame è dunque dettata a salvaguardia dell’interesse del minore e degli adottanti alla serenità del nuovo ambiente familiare o, più precisamente, al sereno svolgimento delle funzioni dei compiti che gli sono propri. L’esigenza di accordare massima tutela a tale interesse ha quindi indotto il legislatore ad anticipare l’intervento punitivo alla mera messa in pericolo del medesimo.

Come visto, poi, il secondo comma della norma oggetto di studio punisce il reato qualora sia commesso da un pubblico ufficiale o da un incaricato di pubblico servizio .

L’ultimo comma dell’art. 73 della L. 184/1983 prevede l’ipotesi di notizie fornite in relazione all’affidamento preadottivo in assenza dell’autorizzazione del Tribunale per i minorenni.

Tale previsione, attenuata dalla possibilità di autorizzazione rispetto a quella del primo comma, trova la sua logica nel fatto che l’affidamento preadottivo non ha carattere di definitività ed è sempre suscettibile di revoca o modificazione.

La giurisprudenza sulle sanzioni penali previste dalla legge sull’adozione

L’affidamento o l’adozione di fatto per cessione venale di un neonato integra il delitto previsto dall’art. 71 della legge 4 maggio 1983, n. 184 sulla disciplina dell’adozione e dell’affidamento dei minori (Cass. pen., Sez. I, 20-1-1987, n. 3659).

In relazione al reato di violenza carnale, legittimamente è esclusa l’ammissibilità del prelievo ematico e della relativa perizia sul bambino nato dal rapporto incestuoso, quando vi osti il diritto personalissimo di riservatezza attribuito dall’art. 73 legge 4 maggio 1983, n. 184, al bambino intanto adottato, e opposto dai genitori adottivi, che hanno negato perciò il consenso alla perizia (Cass. pen., Sez. III, 4-3-1992, n. 6294).

Configura il reato di «alterazione di stato» (art. 567 cod. pen.) e non quello previsto dall’art. 71 legge n. 184 del 1983, la condotta di chi riceve un minore uti filius attraverso il falso riconoscimento della paternità (…), sia pure verso il pagamento di una somma di denaro o di altra utilità, in quanto tale ultima ipotesi delittuosa sanziona la condotta di «cedere» in affidamento il minore e non invece quella di riceverlo, laddove la previsione di cui al quinto comma dell’art. 71 legge cit., che estende la sanzione a chi «riceve» il minore in illecito affidamento con carattere di definitività, riguarda, l’attività di fatto preordinata ad una futura adozione (Cass. pen., Sez. VI, 9-10-2012, n. 40610).

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