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Adozione nazionale: le sentenze

18 dicembre 2015 | Autore:


> L’esperto Pubblicato il 18 dicembre 2015



La giurisprudenza della Cassazione e dei tribunali di merito sull’adozione nazionale.

La connotazione pubblicistica dell’adozione — che già trovava nella legge n. 431 del 1967 sostanziale riconoscimento — è stata per più versi accentuata e rafforzata con la disciplina introdotta con la legge n. 184 del 1983. L’istituto, pertanto, deve trovare nella tutela dei fondamentali interessi del minore il proprio centro di gravità: ora è evidente che tra i preminenti interessi del minore rientra, innanzitutto, l’acquisizione dello status di figlio (….). La legge n. 184 del 1983 ha non solo regolato l’intera materia già disciplinata dalla legge n. 431 del 1967 ma ha, altresì, espressamente abrogato, con l’art. 67 della legge n. 184 del 1983, l’intera normativa posta con quest’ultima, le cui disposizioni — pertanto — non possono avere alcuna retroattività (Corte Cost. 18-7-1986, n. 197).

La questione di legittimità costituzionale dell’art. 27, comma 3 della legge 4 marzo 1983, n. 184, secondo il quale con l’adozione cessano i rapporti dell’adottato verso la famiglia di origine, salvi i divieti matrimoniali, in relazione agli artt. 29 e 30 Cost., non è rilevante nel giudizio di opposizione avverso il decreto di adottabilità, attesi la diversa natura, i diversi effetti e la completa autonomia di tale provvedimento rispetto alla dichiarazione di adozione (Cass. civ., Sez. I, 23-4-1990, n. 3365).

La norma pattizia di cui all’art. 6 della Convenzione europea in materia di adozione di minori (firmata a Strasburgo il 24 aprile 1967 e ratificata in Italia con legge 22 maggio 1974, n. 357), correttamente interpretata anche secondo i criteri ermeneutici testuale, finalistico e sistematico previsti dagli artt. 31 e 32 della Convenzione di Vienna sul diritto applicabile ai Trattati, non introduce direttamente, con portata autoapplicativa nei rapporti intersoggettivi, l’adozione del minore (anche) da parte della persona singola, ma solo attribuisce agli Stati aderenti la facoltà di ampliare, in questa direzione, l’ambito di ammissibilità dell’adozione (Cass. civ., Sez. I, 21-7-1995, n. 7950).

A seguito della dichiarazione di illegittimità costituzionale dell’art. 6 della legge 4 maggio 1983, n. 184 (sulla disciplina dell’adozione e dell’affidamento dei minori) nella parte in cui non prevede che il giudice possa disporre l’adozione valutando esclusivamente l’interesse del minore, quando l’età di uno dei coniugi adottanti superi di oltre quaranta anni l’età dell’adottando, pur rimanendo la differenza di età compresa in quella che di solito intercorre tra genitori e figli, se dalla mancata adozione deriva un danno grave e non altrimenti evitabile per il minore (Corte Costituzionale, sent. n. 303 del 1996) la differenza massima di età tanto nell’adozione nazionale che in quella internazionale non costituisce più un limite assoluto ed invalicabile, essendo necessario accertare, nel caso in cui essa risulti superata per uno dei coniugi adottanti, se essa resti comunque analoga a quella di solito intercorrente fra genitori e figli e se dal mancato inserimento nella famiglia adottiva possa risultare comunque un grave nocumento al minore, nella valutazione del quale, ove si tratti di adozione di più fratelli ed il limite del divario massimo risulti superato per tutti, occorre comunque avere riguardo al criterio dell’interesse degli adottandi al mantenimento della comunanza di vita e di educazione (Cass. civ., Sez. I, 20-6-1997, n. 5549).

In tema di differenza d’età tra adottanti ed adottato, il Tribunale per i minorenni é tenuto ad accertare se il superamento dei limiti previsti dall’art. 6 della legge n. 184 del 1983 sia consentito dall’esigenza (da apprezzare con riguardo alla globalità delle circostanze di fatto emergenti dalla specifica vicenda) di evitare il rischio di un grave nocumento per il minore, determinato dal mancato inserimento in quella specifica famiglia adottiva. Ne consegue che è apodittica e generica la motivazione con la quale il giudice si limiti ad affermare che la differenza d’età tra uno degli adottanti e l’adottando non rientra nei limiti del divario che «di solito» intercorre tra genitori e figli, in quanto, attraverso il mero riferimento ad un supposto dato statistico, finisce con l’attribuire un valore aprioristicamente ostativo a tale elemento anagrafico (Cass. civ., Sez. I, 8-2-2000, n. 1366).

L’art. 25, comma quinto della legge n. 184 del 1983, al fine di evitare al minore già validamente inserito in un nucleo familiare il trauma di un distacco, consente l’adozione anche in caso di separazione dei coniugi affidatari, purché quest’ultima sopravvenga nel corso dell’affidamento preadottivo. Tale possibilità non si configura — peraltro — qualora la separazione intervenga invece quando l’affidamento preadottivo sia già stato revocato (dovendo a tal fine farsi riferimento al decreto provvisoriamente esecutivo, anche se non ancora definitivo) ed il Tribunale per i minorenni abbia emesso i provvedimenti temporanei nell’interesse del minore, allontanandolo da quel nucleo familiare (Cass. civ., Sez. I, 27-4-2001, n. 6101).

Ai sensi del combinato disposto degli artt. 6, 30 e 32, L. n. 184 del 1983, quale risulta dai numerosi interventi manipolativi della Corte Costituzionale, la differenza di età tra adottanti ed adottando non deve essere intesa in modo assoluto e rigido ma tenendo presente nel superiore interesse del minore le peculiarità del caso concreto, è consentito, nei casi eccezionali, derogare alla regola del divario massimo di età che deve intercorrere tra adottanti ed adottando, quando sussistano le due condizioni: a) della differenza di età pur sempre compresa in quella che, di solito, intercorre tra genitori e figli; b) del danno grave e non altrimenti evitabile che deriverebbe al minore dalla mancata adozione. Ne consegue che le indagini e le valutazioni del giudice del merito non devono svolgersi su di un piano astratto e generale ma, in ossequio al principio della rilevanza costituzionale della tutela del preventivo interesse del minore, debbono avere ad oggetto la fattispecie concreta: un’indagine e una valutazione che rimanesse avulsa dalle specifiche peculiarità del caso concreto finirebbe, infatti, per assegnare all’interesse del minore il ruolo di un mero stereotipo, tra l’altro variabile a seconda delle impostazioni culturali o della sensibilità individuale del giudice; mentre il principio costituzionale della tutela del prevalente interesse del minore intende garantire la tutela più piena possibile ai concreti bisogni affettivi ed educativi di ciascuno e di tutti i minori coinvolti nelle vicende giudiziarie sottoposte al vaglio del giudice del merito (Cass. civ., Sez. I, 16-2-2002, n. 2303).

 

L’adozione da parte del single è ammessa nei casi particolari, di cui all’art. 44 della legge 4 maggio 1983, n. 184, con effetti limitati rispetto all’adozione (…..), o nelle speciali circostanze di cui all’art. 25, quarto e quinto comma, della medesima legge; al di fuori di tali ipotesi, opera il principio fondamentale, scaturente dall’art. 6 della citata legge, secondo cui l’adozione è permessa solo alla coppia di coniugi (uniti in matrimonio da almeno tre anni), e non ai singoli componenti di questa.

Lo stesso principio opera in sede di adozione internazionale, ammissibile — secondo un’interpretazione costituzionalmente corretta – negli stessi casi in cui è consentita l’adozione nazionale (……….) e quella in casi particolari; pertanto, se il single può procedere all’adozione internazionale nei casi particolari di cui al citato art. 44, ciò non può fondare il riconoscimento di una generalizzata ammissibilità di tale adozione da parte di persona singola; fermo restando che — tanto più in presenza della disposizione, non avente peraltro carattere autoapplicativo, di cui all’art. 6 della Convenzione europea in materia di adozione di minori, firmata a Strasburgo il 24 aprile 1967 e ratificata dall’Italia con la legge 22 maggio 1974, n. 357 – il legislatore nazionale ben potrebbe provvedere, nel concorso di particolari circostanze, tipizzate dalla legge o rimesse di volta in volta al prudente apprezzamento del giudice, ad un ampliamento dell’ambito di ammissibilità dell’adozione di minore da parte di una singola persona, anche qualificandola con gli effetti dell’adozione (….), ove tale soluzione sia giudicata più conveniente all’interesse del minore, salva la previsione di un criterio di preferenza per l’adozione da parte della coppia di coniugi, determinata dall’esigenza di assicurare al minore stesso la presenza di entrambe le figure genitoriali, e di inserirlo in una famiglia che dia sufficienti garanzie di stabilità (Cass. civ., Sez. I, 18-3-2006, n. 6078).

Nel procedimento di adozione, è consentito al giudice di pervenire alla riduzione della differenza di età minima richiesta tra adottante ed adottando di maggiore età al fine di realizzare una forma di imitatio naturae (Trib Milano 4-2-2008; tratta da Ipsoa).

In tema di adozione, la disposizione di cui all’art. 36, quarto comma, della legge 4 maggio 1983, n. 184 (nel testo sostituito ad opera dell’art. 3 della legge 31 dicembre 1998, n. 476) — secondo cui l’adozione pronunciata all’estero su istanza di cittadini italiani che dimostrino, al momento della pronuncia, di aver soggiornato continuativamente nel Paese straniero e di avervi avuto la residenza da almeno due anni, viene riconosciuta ad ogni effetto in Italia con provvedimento del tribunale per i minorenni — non ha introdotto alcuna deroga al principio generale enunciato nell’art. 35, terzo comma, della legge n. 184 del 1983 citata, secondo il quale la trascrizione nei registri dello stato civile italiano dell’adozione di un minore pronunciata all’estero (…) non può avere mai luogo ove «contraria ai principi fondamentali che regolano nello Stato il diritto di famiglia e dei minori». Tra questi principi v’è quello secondo cui l’adozione (….) è consentita solo «a coniugi uniti in matrimonio», ai sensi dell’art. 6 della legge n. 184 del 1983, fermo restando che il legislatore nazionale, coerentemente con il disposto dell’art. 6 della Convenzione europea in materia di adozione di minori, firmata a Strasburgo il 24 aprile 1967 e ratificata dall’Italia con la legge 22 maggio 1974, n. 357, ben potrebbe provvedere, nel concorso di particolari circostanze, ad un ampliamento dell’ambito di ammissibilità dell’adozione (…) di minore da parte di una singola persona (Cass. civ., Sez. I, 14-2-2011, n. 3572; tratta da Ipsoa).

In materia di procedimenti d’interesse del minore, il decreto con cui la corte d’appello dichiara inammissibile il reclamo avverso il provvedimento del tribunale dei minorenni di affidamento del minore al comune — adottato in via provvisoria ed urgente — senza definire il procedimento ed, anzi, disponendo ulteriori adempimenti per la sua prosecuzione, non ha carattere decisorio e definitivo, per cui non è impugnabile con ricorso per cassazione, né ordinario, né straordinario ai sensi dell’art. 111 Cost. (Cass. civ., Sez. I, 12-5-2014, n. 10291; tratta da Ipsoa).

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