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Chirurgia estetica: risarcito l’inestetismo anche se lieve

20 dicembre 2015


Chirurgia estetica: risarcito l’inestetismo anche se lieve

> Diritto e Fisco Pubblicato il 20 dicembre 2015



Responsabilità medica e lesioni causate dall’intervento estetico: per le protesi o i ritocchi al viso o alla pelle la responsabilità si presume quando l’operazione è di routine.

 

Il medico di chirurgia estetica deve risarcire il paziente per la cattiva riuscita dell’operazione tutte le volte in cui l’intervento è di natura routinaria, ossia quando non possa ritenersi di speciale difficoltà, anche se nel corso di esso abbiano a verificarsi ipotetiche complicazioni. È questa la conclusione cui perviene il tribunale di Roma in una recente sentenza [1].

La pronuncia è di estrema importanza e tocca direttamente tutte le cliniche che fanno interventi estetici di tipo ordinario, senza presentare cioè particolari difficoltà come, ad esempio, delle protesi di silicone al seno o ai glutei, i ritocchi di ringiovanimento della pelle del viso, ecc. Il messaggio lanciato dal tribunale capitolino è chiaro: non è tanto la natura edonistica dell’intervento a rendere lo stesso meno importante degli altri di chirurgia (e, quindi, non scusabile l’errore del medico), quanto piuttosto il fatto che si tratti di operazioni – nella gran parte dei casi – piuttosto semplici, routinarie, che non consentono al chirurgo di giustificarsi sostenendo particolari complicazioni.
Si legge infatti nella sentenza in commento che “la limitazione di responsabilità professionale dei medici ai soli casi di dolo o colpa grave [2] attiene solo alla perizia nella soluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà che trascendono la preparazione media [3], oppure, perché la particolare complessità discende dal fatto che il caso non è stato ancora studiato a sufficienza o non è stato ancora dibattuto con riferimento ai metodi da adottare [4]”.

Una simile limitazione della responsabilità non può, dunque, ravvisarsi nelle ipotesi di imprudenza e negligenza. Al contrario, la responsabilità del medico sussiste anche per colpa lieve quando per omissione di diligenza ed inadeguata preparazione si procuri un danno nell’esecuzione di una terapia medica. La tutela della salute che viene affidata al medico impone a questi l’esercizio della massima attenzione [5].

L’unico modo per il medico di scampare al risarcimento è di dimostrare che le complicazioni si siano prodotte non per omessa o insufficiente diligenza professionale o da imperizia, ma per un evento imprevisto ed imprevedibile [6].

note

[1] C. App. Roma sent. n. 3793/15.

[2] Art. 2236 cod. civ.

[3] Cass. sent. n. 4l52/95.

[4] Cass. sent. n. 5945/2000.

[5] Cass. sent. n. 11440/97.

[6] Cass. sent. n. 17694/2010.

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE D’APPELLO DI ROMA
SEZIONE TERZA CIVILE
così composta:
dr. Giovanni Buonomo presidente
dr. Laura Avvisati consigliere
dr. Mauro Di Marzio consigliere relatore
riunita in camera di consiglio ha pronunciato la seguente SENTENZA
nella causa civile in grado d’appello iscritta al numero 393 del ruolo generale degli affari contenziosi dell’anno 2010, posta in decisione all’udienza del giorno 17 giugno 2015 e vertente
TRA
Br.Ca., con l’avvocato D.Lu.
PARTE APPELLANTE
E
D.An., con l’avvocato Al.Ga. ed altri (…)
FATTO E DIRITTO

Par. I. – La vicenda da cui ha tratto origine il presente giudizio di appello è così riassunta nella sentenza impugnata: “Con atto di citazione notificato il 15.2.2005, la sig.ra D.An. conveniva in giudizio il dr. Ca.Br. al fine di sentir accertare che gli interventi di chirurgia estetica dallo stesso effettuati non erano stati eseguiti secondo la migliore tecnica e quindi dichiarare la responsabilità professionale del convenuto per gli esiti lesivi degli intereventi e condannarlo al risarcimento dei danni quantificati in Euro 100.000,00. Il convenuto si costituiva, deducendo la infondatezza della domanda e chiedendone il rigetto, rilevando di avere sottoposto la attrice, previa sottoscrizione di relativo atto di consenso informato, ad intervento chirurgico per l’inserimento di protesi ai glutei, e a successivi interventi resi necessari non per fatti ascrivibili a propria responsabilità. Chiedeva inoltre di essere autorizzato a chiamare in causa la propria compagnia di assicurazione per essere manlevato di quanto eventualmente condannato a pagare alla attrice. A seguito della notificazione dell’atto di chiamata, si costituiva in giudizio As. S.p.A. deducendo preliminarmente la genericità della domanda di garanzia la quale non consentiva adeguate difese in quanto non venivano specificate le ragioni del convenuto, e nel merito deducendo la infondatezza della domanda di
merito. Deduceva inoltre la inoperatività della garanzia per gli interventi di chirurgia estetica nonché per l’omesso pagamento del premio assicurativo, ed inoltre eccepiva il limite di massimale di Euro 154.937,01. Chiedeva quindi il rigetto della domanda principale e della domanda di garanzia. All’esito della attività istruttoria, la causa all’udienza del 28,6.2008 veniva assegnata a sentenza, con termini di legge per le comparse conclusionali e repliche”.
Par. 2. – All’esito del giudizio il tribunale ha accolto la domanda di D.An. e condannato il convenuto al risarcimento dei danni liquidati in Euro 37.673,00, oltre interessi legali dalla data della sentenza al soddisfo t rigettando la domanda di … Carlo nei confronti di As. S.p.A. spazio e condannando lo stesso Br.Ca. al pagamento delle spese dei giudizio nei confronti della parte attrice, con compensazione tra il convenuto e la chiamata in causa.
A fondamento della decisione il primo giudice ha svolto le considerazioni che seguono: “La domanda risulta fondata nei limiti di seguito indicati. All’esito della CTU può ritenersi accertato che la parte attrice, “a seguito di interventi di lipoaspirazione e di inserimento di protesi glutee bilateralmente, complicati da dislocazione della protesi di Sinistra, riportava postumi permanenti consistenti in dismetria del profilo dei glutei, ipotrofia muscolare ed esiti cicatrizzataa responsabilità del convenuto deve ritenersi acclarata alla luce delle risultanze della CTU da cui risulta che il convenuto ha omesso dopo il primo intervento di provvedere al posizionamento di opportuni drenaggi al fine di prevenire la formazione di qualsivoglia ematoma locale, e che il secondo intervento si è reso necessario proprio per la evacuazione di una raccolta liquida, alla quale tuttavia continuò a non seguire l’inserimento di opportuni
drenaggi. Rileva quindi il CTU che “tale perseverante condotta omissiva determinava indubbiamente la ricomparsa di raccolte liquide locali e quindi la permanente della sintomatologia dolorosa.
Inoltre, risulta accertato che “in occasione della sostituzione delle protesi effettuata il 15.5.2002 con proresi di votame inferiore si è verificato un errato inserimento della protesi, tanto che si è reso necessario poi estendere l’incisione chirurgica per raggiungere la regione trocantiera sinistra dove lo protesi evidentemente tnal dislocata si era indovata”.
In definitiva, deve essere ritenuta le responsabilità del convenuto per non aver effettuato gli opportuno drenaggi in alcuno degli interventi effettuati e per aver provocato la dislocazione della protesi glutea di sinistra in regione trocanterica, provocando le conseguenze sopra descritte. Tenuto conto che la CTU appare adeguatamente motivata e supportata da approfondito esame della documentazione medica, la stessa deve ritenersi attendibile e deve quindi essere affermata la responsabilità del convenuto sanitario. A tal riguardo, va considerato che la limitazione di responsabilità professionale ai soli casi di dolo o colpa grave ai sensi dell’art. 2236 c.c. attiene esclusivamente alla perizia nella soluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà che trascendono la preparazione media (Cass. 4l52/95), ovvero, perché la particolare complessità discende dal fatto che il caso non è stato ancora studiato a sufficienza o non è stato ancora dibattuto con riferimento ai metodi da adottare (Cass. 5945/2000; 8045/95, tra le varie).
Non può, dunque, ravvisarsi tale limitazione nelle ipotesi di imprudenza e negligenza, dovendosi così ritenere che la responsabilità sussista anche per colpa lieve quando per omissione di diligenza ed inadeguata preparazione si procuri un danno nell’esecuzione di una terapia medica perché la tutela della salute che viene affidata al medico impone a questi l’esercizio della massima attenzione (cfr. Cass, 11440/97; 6464/94). Deve in ogni caso rilevarsi che incombe al professionista la prova dell’esistenza di problemi tecnici di particolare difficoltà, che nella specie non è stata né dedotta né fornita. Il CTU ha poi motivatamente quantificato le conseguenze invalidanti degli intereventi
eseguiti nella misura di giorni 90 di ITA e ulteriori giorni 90 di ITP e i postumi permanenti nella misura del 5 per cento. Alla luce delle tabelle di cui al d.m. 12,7.2008, applicabili in via analogica anche al danno biologico conseguente a cause diverse dai sinistri stradali, tenuto conto della età della parte attrice, la somma dovuta per il risarcimento del danno biologico è pari ad Euro 5677,00 per la invalidità temporanea e ad Euro 4406,00 perla invalidità permanente, e così per un totale di Euro 10083.00. In ordine al danno conseguente agli esiti cicatriziali, non valutato dal CTU, tenuto conto che trattasi di cicatrice evidente ed apprezzabile notevolmente, e che aggrava il complessivo danno, si reputa di liquidare in via equitativa tale danno nella misura di Euro 10.000,00. Il danno risarcibile è quindi pari a complessivi Euro 20.083,00. Riscontrandosi nel fatto tutti gli elementi costitutivi del reato di lesioni colpose disciplinato dall’art. 590 c.p., ancorché solo astrattamente qualificabile come illecito penale e, comunque, anche a prescindere dall’esistenza di un reato, tenuto conto che si è concretizzata una lesione di interessi della persona di rango costituzionale che obbliga l’offensore al ristoro del danno morale secondo il più recente orientamento del giudice di legittimità (cfr. Cass. 3 1/5/2003 n. 8827 e Cass. 31/5/2003 n. 8828, nonché Corte Costituzionale 11/7/2003 n. 233), compete inoltre il risarcimento di quell’aspetto del danno non patrimoniale rappresentato dalla sofferenza morate in senso stretto. Considerate le modalità, la natura colposa del fatto, l’entità dei postumi, e il lungo tempo durante il quale si sono protratte le terapie, si reputa equo liquidare tale danno nella misura di un mezzo del danno biologico, pari ad Euro 10.041,00.
La somma complessivamente dovuta alla attrice è quindi pari a Euro 30.124,00. Oltre alla rivalutazione del credito, già riconosciuta, è stato chiesto anche il riconoscimento degli interessi legali dalla data del fatto. Conformemente ai più recenti orientamenti della Corte di legittimità (Cass. Sez. – Un. 17 febbraio 1995) al danneggiato deve essere riconosciuto il risarcimento del danno da lucro cessante provocato dal ritardato pagamento della suddetta somma. Si rileva infatti che il risarcimento del danno da fatto illecito liquidato per equivalente, deve comprendere sia l’equivalente del bene perduto (e quindi la rivalutazione monetaria della sua espressione monetaria al momento del fatto) sia l’equivalente del mancato godimento di quel bene e del suo controvalore monetario, per tutto il tempo che intercorre fra il fatto e la sua liquidazione. La prova del lucro cessante può essere ritenuta anche sulla base di criteri presuntivi ed equitativi, e quindi mediante il riferimento agli interessi legali quale parametro minimo e oggettivo (salva la prova di un maggior danno che nella specie non risulta). Secondo i criteri indicati nella citata sentenza della Suprema Corte, ove si adotti come criterio di risarcimento del danno da ritardato adempimento quello degli interessi, fissandone il tasso, per un verso è escluso che gli interessi possano essere calcolati dalla data dell’illecito sulla somma liquidata per il capitale, rivalutata definitivamente, conseguendo a tale operazione un risarcimento maggiore del danno in quanto anche gli interessi verrebbero in tal modo rivalutati, e per altro verso “è consentito invece calcolare gli interessi con riferimento ai singoli momenti (da determinarsi in concreto, secondo le circostanze del caso) con riguardo ai quali la somma equivalente al bene perduto si incrementa nominalmente, in base agli indici prescelti di rivalutazione monetaria, ovvero mediante un indice medio”. A tale orientamento il Giudicante ritiene di doversi allo stato adeguare, assumendo a base del calcolo degli interessi il capitale nel suo valore medio tra la data iniziale (quella del fatto) e quella finale (data della decisione), tenendo conto degli indici medi di svalutazione del periodo, pubblicati dall’ISTAT. Oppure, stante la sostanziale equivalenza del risultato, prendendo a base la semisomma dei due valori considerati (valore iniziale alta data del fatto e valore finale alla data della presente pronuncia). In questo applicazione di tali principi, l’importo dovuto per lucro cessante viene determinato equitativamente secondo i seguenti principi: – a base di calcolo si assume non la somma sopra liquidata (e quindi rivalutata ad oggi), ma il capitale devalutato al momento del fatto, e rivalutato secondo l’indice medio Istat nel periodo dalla data dell’evento ad oggi, – su tale importo è applicato in via equitativa il tasso medio degli interessi legali nel periodo intercorrente tra la data dell’evento e la data della decisione. Nel caso di specie, la somma liquidata a titolo di risarcimento del danno di Euro 30124,00 corrisponde alla somma de vai mata alta data dell’evento del marzo 2001 (essendo l’indice
lstat ai marzo 2001 pari all’US). Tale capitate rivalutato secondo un indice medio di rivalutazione nel periodo è pari ad Euro 34.854,00. Su tale somma si applica, ai fini della determinazione in via equitativa del lucro cessante, il tasso medio degli interessi pari al 2,7 per cento, nel periodo tra la data dell’evento e la data della sentenza, per cui la somma dovuta per lucro cessante è pari ad Euro 7239.00. Il convenuto deve essere condannato quindi a risarcire i danni alla parte attrice nella misura complessiva di Euro 37673,00 oltre interessi dalla data della domanda. La domanda di garanzia proposta dal convenuto nei confronti della società assicuratrice deve essere respinta, in quanto la società ha prodotto copia di una appendice alta polizza da cui risulterebbe esclusa dalla copertura assicurativa “la chirurgia estetica”: tenuto conto che non è stara mai eccepita dal convenuto in corso di causa la non conformità delll’originale, e che non è stata prodotta alcuna documentazione attestante le circostanze dedotte solo nella memoria di replica, e che le prove orali articolate sulla esistenza e i termini della polizza non sono state ammesse in quanto il contratto in questione deve essere provato per iscritto, deve ritenersi provata la esistenza dell’allegato che esclude la operatività della garanzia nel caso, come quello in esame della chirurgia estetica. Le spese seguono la soccombenza del convenuto rispetto alla parte attrice sono compensate tra il convenuto e la società chiamata in causa, tenuto conto che la V decisione nei confronti di questa è fondata solo su elementi di natura processuale”.
Par. 3. – Ha proposto appello Br.Ca..
D.An.e As. S.p.A. hanno resistito air impugnazione e proposto appello incidentale.
L’appello è stato posto in decisione all’udienza del giorno 17 giugno 2015 ai sensi dell’articolo 281 sexies e.p.c., mediante lettura integrale della sentenza.
Par. 4. – L’appello principale contiene due motivi:
I) il primo è svolto da pagina 3 a pagina 7 dell’atto d’appello sotto il titolo: “Erronea ricostruzione del fatto”-, vi si sostiene, in breve, che il tribunale non aveva considerato che erano stati necessari tre interventi solo ed esclusivamente a causa dell’intolleranza della paziente per motivi allergici alle fasciature; che esso Br. aveva sconsigliato alla donna l’intervento di sostituzione delle protesi comune di misura più piccola; che egli aveva inoltre sempre ampiamente informato la paziente in ordine alla tipologia dell’intervento e dal decorso post operatorio; che l’intervento doveva considerarsi tale da comportare problemi tecnici di speciale difficoltà, sicché l’insuccesso andava ricondotto non alla colposa condotta dell’operatore manuale, ma al rischio insito nella professione; che l’insuccesso era stato determinato dalla concomitanza di cause e fattori imprevedibili, quale l’intolleranza dimostrata dalla paziente per motivi allergici alle fasciature; II) il secondo è svolto da pagina 7 a pagina 11 dell’atto d’appello sotto il titolo: “Ingiusta ed illogica motivazione”; si sostiene, in breve, che il tribunale avrebbe ingiustamente rigettato le istanze istruttorie concernenti la sussistenza di problemi tecnici di speciale difficoltà nonché l’esistenza della copertura assicurativa; a quest’ultimo riguardo l’appellante ha sostenuto che l’esclusione della garanzia per l’attività di chirurgia estetica risultava da una parola (per l’appunto la parola “esclusa”) apposta a penna non si sa da chi con interlinea di quanto riportato con scrittura macchina, non essendo plausibile, del resto, che egli, chirurgo estetico, stipulasse detta polizza con esclusione della menzionata garanzia, garanzia peraltro risultante dalla sentenza del tribunale di Roma resa in altra causa; secondo l’appellante la clausola di esclusione delta garanzia per la chirurgia estetica sarebbe nulla, anche perché mancante di specifica approvazione sensi dell’articolo 1341, secondo comma, c.c.t. senza contare, a conferma dell’esistenza della garanzia, che l’assicuratore, nella fase stragiudiziale, aveva cercato di addivenire ad una transazione.
Par. 5. – L’appello principale va respinto.
Par. 5.1. – Il primo motivo va disatteso.
La sentenza impugnata, fondandosi sulla c.t.u. medicolegale espletata in primo grado, ha con tutta chiarezza affermato: che il … è incorso in inadempimento contrattuale sotto un duplice profilo: e per aver omesso l’applicazione dei necessari drenaggi; e per aver errato nell’inserimento di una protesi;
che l’intervento operato dal … non potesse reputarsi di speciale difficoltà.
A fronte di ciò, V appellante non ha neppure tentato di negare la mancata applicazione dei drenaggi e l’erroneo inserimento della protesi, ma ha in buona sostanza per un verso ribadito che l’intervento sarebbe stato specialmente difficile e, per altro verso, dedotto che la asserita allergia della paziente ai bendaggi avrebbe fatto venir meno il nesso di causalità tra il proprio inadempimento contrattuale ed il danno occorso.
Orbene, quanto al primo aspetto, l’assunto è palesemente infondato, dal momento che fin seri mento di protesi con funzione estetica costituisce all’evidenza intervento routinario che, come tale, non può mai ritenersi di speciale difficoltà (il che va provato dal medico: Cass. 20 ottobre 2014, n. 22222), quantunque nel corso di esso abbiano a verificarsi ipotetiche complicanze (Cass. 22 novembre 2012, n. 20586), quale, nel caso di specie, la dedotta allergia ai bendaggi.
Ciò esime dal l’osservare che 1 – allergia ai bendaggi, ossia la asserita complicanza, non è in alcun modo menzionata nella sentenza impugnata, sicché de) tutto incomprensibilmente il … ne discorrere come se si trattasse di un dato assodato e pacifico, senza indicare neppure approssimativamente dove e come esso risulterebbe documentato, con conseguente inammissibilità, sotto tale profilo, della doglianza avanzata.
Quanto al secondo aspetto, al di là dell’ultima considerazione svolta – e cioè del rilievo che l’appellante non ha spiegato quali elementi istruttori dimostrerebbero la asserita allergia ai bendaggi -, ed in disparte l’ulteriore osservazione che, in caso di prestazione professionale medico-chirurgica di routine, spetta al professionista superare la presunzione che le complicanze (in questo caso l’allergia ai bendaggi) siano state determinate da omessa o insufficiente diligenza professionale o da imperizia, dimostrando che siano state, invece, prodotte da un evento imprevisto ed imprevedibile (Cass. 29 luglio 2010, n. 17694), dimostrazione nella specie neppure lontanamente tentata, non è dato capire come detta allergia, anche ad ammetterne il verificarsi, possa condurre a capovolgere il giudizio rilasciato dal c.t.u. e recepito dal primo giudice in ordine alla sussistenza dei nesso di causalità tra gli errori compiuti dal Br. nell’eseguire l’intervento, sia per aver omesso di applicare i drenaggi, sia per aver sbagliato ad inserire una delle protesi, e l’insorgere dei darmi riscontrati.
Il …, in altri termini, nel formulare il motivo di impugnazione, oltre a non aver indicato gli elementi che comproverebbero la menzionata allergia nonché il suo carattere imprevisto ed imprevedibile, non ha nemmeno provato a spiegare come detta allergia avrebbe mai potuto inserirsi nella serie causale individuata dal c.t.u. tanto da determinare – essa sola, così da neutralizzare totalmente gli evidenti errori del professionista, secondo la previsione del secondo comma dell’articolo 41 c.p. – “dismetria del profilo dei glutei, ipotrofia muscolare ed esiti cicatriziali”.
Par. 5.2. – 11 secondo motivo va disatteso.
Esso in realtà mette insieme elementi invece tutt’affatto eterogenei, quali, da un lato, la mancata ammissione dei mezzi istruttori concernenti il carattere di speciale difficoltà dell’intervento e la sussistenza del rapporto assicurativo, nonché, dall’altro lato, l’estensione della copertura assicurativa ai rischi derivanti dagli interventi di chirurgia estetica.
Orbene, per quanto attiene alla censura concernente la mancata ammissione dei mezzi istruttori, è lo stesso appellante a riferire, in atto d’appello, che il giudice aveva espressamente provveduto rigettando le istanze istruttorie, sicché non resta che fare applicazione del principio secondo cui, nel giudizio di appello la parte può chiedere l’ammissione di prove nuove, ai sensi dell’art. 345 c.p.c., ma non anche riproporre istanze istruttorie espressamente o implicitamente disattese dal giudice di primo grado, senza espressamente censurare – con motivo di gravame – le ragioni per le quali la sua istanza è stata respinta, ovvero dolersi della omessa pronuncia al riguardo (Cass., 23 dicembre 2003, n. 19727; Cass. 26 gennaio 2006, n. 1691); nel caso in esame non è riscontrabile in atto d’appello una doglianza di omessa pronuncia, né una critica delle ragioni in forza delle quali il tribunale ha rigettato dette istanze istruttorie.
Al di là di quanto precede, le prove orali richieste sono palesemente inammissibili, sia per quanto attiene alla asserita comparsa di allergia cutanea (si tratta non di un tatto ma di un giudizio di carattere medico legale), sia per quanto attiene alla sussistenza della copertura assicurativa, considerato che il contratto di assicurazione va provato per iscritto ex articolo 1888 c.c..
Quanto al contratto di assicurazione, il … ha sostenuto che la polizza sarebbe stata falsificata dalla società assicuratrice, la quale avrebbe aggiunto a penna la parola “esclusa”, riferita alla attività di chirurgia estetica, interlineando quella “inclusa”: ma, versandosi in ipotesi di scrittura privata riconosciuta (il … non ha effettuato il disconoscimento né della conformità della fotocopia all’originale, ex articolo 2719 c.c., né della scrittura in se stessa, avente come tale efficacia pari all’originale), l’efficacia probatoria del documento avrebbe potuto essere infirmata esclusivamente mediante la proposizione della querela di falso (trattandosi, in ipotesi, di falso materiale), che invece non è stata proposta. Ed infatti, se è pur vero che il valore di prova legale della scrittura privata riconosciuta, o da considerarsi tale, è limitato alla provenienza della dichiarazione dei sottoscrittore, è altrettanto vero che – una volta dedotta la falsificazione materiale della scrittura privata già formata – occorre la querela di falso per rompere il collegamento, quanto alla provenienza, tra dichiarazione e sottoscrizione (v. p. es. Cass. 2 giugno 1999, n. 5383).
Ciò detto, gli elementi indiziari che secondo l’appellante dimostrerebbero la sussistenza della copertura assicurativa per l’esercizio dell’attività in questione sono evidentemente influenti, per la già ricordata circostanza che il contratto di assicurazione va provalo per iscritto. Quanto a (la sentenza che sarebbe stata resa tra le parti in altro giudizio, da cui risulterebbe l’esistenza della polizza estesa alla garanzia in questione, è sufficiente osservare che, la menzionata sentenza non risulta neppure prodotta, ed in ogni caso non è neppure dedotto che la polizza fatta valere in quell’occasione fosse la medesima qui invocata.
E poi de) tutto destituito di fondamento l’assunto secondo cui la clausola sarebbe affetta da “assoluta nullità”, ai sensi del secondo comma dell’articolo 1341 c,c.( per ii suo carattere vessatorio, dal momento che l’inclusione o no dell’attività di chirurgia estetica tra quelle coperte dalla garanzia assicurativa si colloca dal versante dell’individuazione dell’oggetto del contratto e non ha nulla a che vedere con le clausole vessatorie di cui discorre la disposizione citata. Ciò rende superfluo aggiungere che detta norma non potrebbe in ogni caso operare nell’ipotesi considerata, avuto riguardo alla seconda parte dei secondo comma dell’articolo 1342, secondo cui le clausole aggiunte al modulo (come in questo caso la scritturazione a penna) prevalgono sul contenuto del modulo medesimo.
Al di là di quanto precede, la polizza assicurativa copriva l’attività chirurgica prestata all’interno di enti ospedalieri nonché i piccoli interventi ambulatoriali: sicché t’impianto delle protesi, effettuato presso l’ambulatorio del Br., non rientra né nell’una, né nell’altra previsione, trattandosi di vero e proprio intervento chirurgico.
Par. 6. — L’appello incidentale proposto da As. Spa, consta di un solo motivo, concernente l’ingiustificata compensazione delle spese di lite.
Par. 7. – Detto appello incidentale è senz’altro fondato.
11 giudice di primo grado ha difatti giustificato la compensazione sull’assunto che la decisione nei confronti della compagnia assicuratrice si fonderebbe “solo su elementi di natura processuale”.
Ora, in disparte l’idoneità in astratto di un simile argomento a giustificare la pronuncia di compensazione, sta di fatto che. in questo caso, la domanda di garanzia spiegata dal Br. nei confronti dell’assicuratore è stata disattesa per una ragione di natura non già processuale, bensì sostanziale: ossia l’inesistenza di una garanzia assicurativa estesa all’attività di chirurgia estetica.
Per l’effetto, in parziale riforma delta sentenza impugnata, il Br. va condannato al rimborso delle spese di lite in favore dell’assicuratore chiamalo in causa. La liquidazione effettuata come segue.
Fase Compenso.
Fase di studio della controversia Euro 1.620,00.
Fase introduttiva del giudizio Euro 1.147,00.
Fase istruttoria do di trattazione Euro 1.720,00.
Fase decisionale Lire 2.767,00.
Compenso; Euro 7,254,00.
Par. 8. – L’appello incidentale proposto da D.An. contiene un solo articolato motivo preceduto però da tre titoli: “A) Sulla liquidazione del danno biologico e sulla mancata pronuncia del danno esistenziale. Erronea applicazione dell’articolo 132 c.p.c. per omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su punti decisivi della controversia. Arbitraria ed errata applicazione degli articoli 115 e 116 c.p.c..
8) sull’applicazione pedissequa delle tabelle di cui al DM 12 luglio 2008 senza alcun riferimento alle peculiarità del caso concreto nella quantificazione del danno biologico. Erronea applicazione dell’articolo 132 c.p.c. per omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su punti decisivi della controversia. Arbitraria ed errata applicazione degli articoli 115 e 116 c.p.c,. Palese ed evidente differenza tra il chiesto e pronunciato. C) sulla liquidazione in via equitativa del danno morale. Erronea applicazione dell’articolo 132 c.p.c. per omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su punti decisivi della controversia.
Arbitraria ed errata applicazione degli articoli 115 e 116 c.p.c.”.
Secondo l’appellante il tribunale non avrebbe tenuto in debito conto le consulenze tecniche di parte che avevano accertato una invalidità permanente pari al 30 per cento e a fronte del 5 per cento stimato dal cpu senza considerare il danno estetico, danno particolarmente grave dal momento che “il fondoschiena della signora D,n., irrimediabilmente sfigurato da vistose cicatrici e da una grave dismetria dei glutei”, circostanza particolarmente rilevante in quanto ella intendeva “perfezionare le proprie abilità di danzatrice di samba”, sicché gli esiti dell’intervento avevano fatto si che non potesse “.trovare accettazione sociale”. Alla stregua del motivo, inoltre, il danno morale avrebbe
dovuto essere “liquidato nella misura massima prevista”, soffrendo la donna “di una depressione cronica, dovuta ai risultati degli interventi”. Ed inoltre avrebbe avuto luogo un danno patrimoniale per essere stata D.An. costretta ad abbandonare la propria attività di spogliarellista e ballerina.
Par. 9. – L’appello incidentale della D.An. è infondato.
Ed infatti:
I) la discorde opinione dei consulenti di parte dell’originaria attrice non rileva di per sé né punto né poco, non possedendo il benché minimo rilievo, in mancanza di specifiche critiche rivolte alla c.t.u. per i fini della dimostrazione dell’erroneità di quest’ultima e conseguentemente, della sentenza;
II) la liquidazione del danno esistenziale è stata correttamente omessa, versandosi in ipotesi di lesione biologica, il cui risarcimento copre finterà gamma delle normali conseguenze relazionali determinate dalla lesione medesima, con l’ulteriore conseguenza che l’eventuale riconoscimento del danno esistenziale in uno con quello biologico avrebbe comportato una evidente duplicazione risarcitoria;
III) il danno estetico è stato equitativamente liquidato dal tribunale considerando specificamente le caratteristiche delle cicatrici e della dismetria dei glutei, si da pervenire ad una liquidazione che la corte d’appello condivide pienamente, tenuto peraltro conto della localizzazione delle cicatrici, normalmente coperte alla vista, sicché le stesse potrebbero semmai rilevare non tanto sotto il profilo della implausibile difficoltà di accettazione della donna nell’ambiente sociale in ragione della conformazione del suo fondoschiena, quanto, semmai, sotto quello dello svolgimento della sua attività lavorativa, di cui tra breve si dirà;
IV) l’esistenza di una patologia depressiva a carico della donna non è provata affatto;
v) l’appellante incidentale non ha offerto il benché minimo supporto all’assunto della denunciata compromissione reddituale, né può farsi applicazione del criterio del triplo della pensione sociale, giacché nulla avrebbe impedito a D.An. di produrre le dichiarazioni dei redditi.
Par. 6. – Le spese del grado seguono la soccombenza nei rapporti tra il … e la compagnia assicuratrice. In quelli tra il Br. e l’altra appellata meritano di essere compensate versandosi in ipotesi di soccombenza reciproca.
La liquidazione è effettuata come segue:
Fase Compenso.
Fase di studio della controversia Euro 1.960,00.
Fase introduttiva del giudizio Euro 1.350,00.
Fase istruttoria e/o di trattazione Euro 2.900,00.
Fase decisionale Euro 3 305.00.
Compenso: Euro 9.515,00.
PER QUESTI MOTIVI
definitivamente pronunciando sull’appello proposto da Br.Ca. nei confronti di D.An. e As. Spa, contro la sentenza resa tra le parti dal tribunale di Roma, ogni altra conclusione disattesa, in parziale riforma della sentenza impugnata, così provvede:
1. – condanna il Br. al rimborso, in favore di As. Spa, delle spese sostenute per il primo grado del giudizio, liquidate in complessivi Euro 7.254,00 per compenso, oltre accessori come per legge;
2. – condanna la parie appellante al rimborso, in favore di As. Spa, delle spese sostenute per questo grado del giudizio, liquidate in complessivi Euro 9.515,00 per compenso, oltre accessori come per legge;
3. – compensa nel resto.
Così deciso in Roma il 17 giugno 2015.
Depositata in Cancelleria il 17 giugno 2015.

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