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Assegno non pagato a vuoto: che succede e cosa fare

20 dicembre 2015


Assegno non pagato a vuoto: che succede e cosa fare

> Diritto e Fisco Pubblicato il 20 dicembre 2015



Una guida su assegno a vuoto, protesto, sanzioni, quietanza liberatoria, CAI, Crif, pignoramento in base al titolo di credito non pagato.

Quando si emette un assegno, è necessario che accertarsi di avere la disponibilità della relativa somma sul conto corrente poiché diversamente (cosiddetto “assegno a vuoto”) si va incontro a numerosi problemi, tanto con le banche, quanto con il creditore e, infine, con lo Stato. Salvo, infatti, il caso in cui il correntista abbia stipulato un apposito contratto con la banca (cosiddetto “affidamento” o “fido” o anche “apertura di credito”), in virtù del quale l’istituto di credito gli consente di sforare, entro una soglia prefissata, la somma depositata sul conto (in un certo senso, ottenendo una sorta di credito fino a un importo massimo), in tutti gli altri casi l’assegno a vuoto” comporta il protesto, l’esecuzione forzata da parte del creditore, l’applicazione delle sanzioni da parte della Prefettura, la segnalazione alla Crif e il divieto ad emettere altri assegni. Una situazione dalla quale è possibile uscire, ma entro determinati limiti. Cerchiamo quindi di capire come è regolata la materia.

Cos’è l’assegno: il titolo esecutivo e il pignoramento

L’assegno è un “titolo esecutivo”: ciò significa che, chiunque lo abbia ottenuto – a prescindere, almeno in prima battuta (ossia salvo opposizione del debitore) – dalle ragioni contrattuali o meno, può, in caso di omesso versamento, effettuare un pignoramento nei confronti del debitore. Il pignoramento è consentito a prescindere dall’elevazione del protesto.

In buona sostanza, il creditore non deve ricorrere al giudice, fare causa al debitore o chiedere un decreto ingiuntivo: è già l’assegno stesso un ordine categorico a pagare e, pertanto, non richiede di accertamento da parte del tribunale.

Questa prerogativa di titolo esecutivo, tuttavia, viene conservata per massimo sei mesi. Dopo tale periodo, l’assegno perde tale caratteristica e non consente più agire, immediatamente, col pignoramento. Il creditore, dovrà, allora rivolgersi prima al giudice perché emetta un nuovo titolo esecutivo (ossia un ordine di pagamento). Tuttavia, poiché l’assegno, anche dopo sei mesi, conserva la sua natura di prova scritta del credito, sarà possibile evitare la causa ordinaria e procedere semplicemente con la richiesta di un decreto ingiuntivo.

L’insoluto a prima presentazione e il protesto

Quando l’assegno non viene pagato, la banca effettua quello che viene detto “insoluto a prima presentazione”: in buona sostanza invia una comunicazione al correntista informandolo del fatto che un assegno è in corso di pagamento e che, sul conto, non vi sono somme sufficienti per coprirlo. In questo modo si dà la possibilità al debitore di versare sul c/c i soldi necessari a evitare le conseguenze negative del protesto.

Se neanche dopo tale avviso il debitore sana la situazione, la banca manda l’assegno al notaio per elevare il protesto. Con questo atto, il debitore, oltre ad essere iscritto nel registro dei protesti, subisce una serie di sanzioni quali:

  • – l’interdizione all’emissione di altri assegni;
  • – l’iscrizione nelle banche dati pregiudizievoli come la Crif;
  • – l’applicazione delle sanzioni amministrative irrogate dalla Prefettura;
  • – iscrizione del debitore nel registro informatico dei protesti presso la Camera di Commercio per cinque anni;
  • – iscrizione presso la Centrale di Allarme interbancaria (CAI).

Le sanzioni per il protesto

L’emissione di un assegno bancario o postale senza provvista, può comportare anche l’applicazione di una sanzione amministrativa pecuniaria da € 516 a € 3.098.
In caso di assegno con importo superiore a € 10.329 o nel caso di reiterazione delle violazioni, si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da € 1.032 a € 6.197.

L’effetto del protesto

Sotto l’aspetto pratico, il creditore può, dopo il protesto, agire non solo nei confronti di chi ha emesso l’assegno, ma anche di tutti i successivi giratari (cosiddetta azione di regresso): una possibilità che, tuttavia, oggi ha perso importanza in quanto gran parte degli assegni sono “non trasferibili”. Dunque il rapporto è sempre e solo bilaterale: creditore-prenditore dell’assegno da un lato, debitore-emittente l’assegno dall’altro. Non si inseriscono, all’interno di tale dialettica, altri soggetti cui viene girato il titolo.

Come evitare il protesto

Purtroppo la procedura in commento impone al creditore l’anticipo delle spese per il protesto, cosa che viene fatta anche di controvoglia poiché, oltre al danno del mancato pagamento, si aggiunge la beffa degli oneri notarili.

Se peraltro si aggiunge, come anticipato in apertura, che il creditore non è tenuto ad aspettare il protesto per poter agire col pignoramento nei confronti del debitore, si comprende come si stia diffondendo sempre più la pratica di stabilire, già al momento del rilascio dell’assegno, la clausola “senza protesto” o “senza spese”. In forza di tale accordo, riportato e trascritto sull’assegno stesso, il titolo non può essere protestato. Ciò può risultare vantaggioso per il creditore che, senza perdere le garanzie per l’esecuzione forzata nei confronti del debitore, non dovrà pagare gli oneri aggiuntivi della procedura; il debitore, dall’altro lato, eviterà tutte le sanzioni connesse al protesto.

Qualora invece l’assegno non contenga la clausola “senza spese” è possibile evitare il protesto e le relative sanzioni solo se il debitore:

  • – paga l’importo dell’assegno entro 60 giorni dalla scadenza del termine di presentazione dell’assegno (8 giorni se “su piazza”, ossia pagabile nello stesso Comune; 15 giorni se “fuori piazza” ossia in altro Comune); oltre a ciò il debitore deve versare al creditore gli interessi, la penale (10% della somma dovuta e non pagata) e le eventuali spese per il protesto;
  • – ottiene dal creditore una quietanza di pagamento. Il creditore comunque non può rifiutare la quietanza se ha ottenuto il pagamento.

Se il debitore non paga neanche entro i 60 giorni, viene definitivamente iscritto nell’elenco Protestati del CAI (Centrale Allarme Interbancaria) e non potrà essere cancellato, neanche se provvederà al pagamento.

Come cancellare il protesto successivamente

Anche superati i predetti 60 giorni richiesti per evitare le sanzioni del protesto è possibile cancellare il protesto a condizione che:

  • – si paghi il creditore e quest’ultimo fornisca la liberatoria;
  • – vi sia assenza di altri protesti;
  • – il debitore presenti un’istanza di riabilitazione al tribunale del luogo di residenza del protestato. L’istanza può essere presentata solo dopo un anno dalla data del protesto stesso e va corredata con la visura protesti ottenibile dalla Camera di Commercio. Per maggiori informazioni su questa procedura leggi “Che fare se si emette un assegno senza fondi”.

note

Autore immagine: 123rf com

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