Professionisti Responsabilità medica: la diligenza del sanitario

Professionisti Pubblicato il 21 dicembre 2015

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La diligenza del medico deve essere valutata in concreto, con riguardo al livello di specializzazione e alle strutture tecniche a sua disposizione.

La diligenza del medico nell’adempimento della sua prestazione professionale deve essere valutata assumendo a parametro non la condotta del buon padre di famiglia ma quella del debitore qualificato, ai sensi dell’art. 1176, co. 2, c.c.

Poiché la diligenza deve valutarsi con riferimento alla natura dell’attività esercitata, al professionista (e, a fortiori, allo specialista) è richiesta una diligenza particolarmente qualificata dalla perizia e dall’impiego di strumenti tecnici adeguati al tipo di attività.

L’impegno superiore a quello del comune debitore corrisponde alla diligenza normale in relazione alla specifica attività professionale esercitata, poiché il professionista deve impiegare la perizia e i mezzi tecnici adeguati allo standard professionale della sua categoria: è tale standard che determina il contenuto della perizia dovuta e la corrispondente misura dello sforzo diligente adeguato per conseguirlo, nonché del relativo grado di responsabilità.

Come osservato in dottrina, il debitore è di regola tenuto a una perizia commisurata al modello del buon professionista (secondo uno standard che prescinde dalle concrete capacità del soggetto, sicché deve escludersi che il debitore privo delle necessarie cognizioni tecniche sia esentato dall’adempiere l’obbligazione con la perizia adeguata alla natura dell’attività esercitata), mentre una diversa misura di perizia è dovuta in relazione alla qualifica professionale del debitore, in relazione ai diversi gradi di specializzazione propri dello specifico settore professionale .

Ai diversi gradi di specializzazione corrispondono, infatti, diversi gradi di perizia.

Può allora distinguersi tra diligenza professionale generica e diligenza professionale qualificata.

Chi assume un’obbligazione nella qualità di specialista, o un’obbligazione che presuppone una tale qualità, è tenuto alla perizia che è normale della categoria.

Lo sforzo tecnico implica l’uso degli strumenti materiali normalmente adeguati, ossia degli strumenti comunemente impiegati nel tipo di attività professionale in cui rientra la prestazione dovuta.

La misura della diligenza richiesta nelle obbligazioni professionali va, quindi, concretamente accertata sotto il profilo della responsabilità.

Con riferimento all’attività e alla responsabilità del medico strutturato (inserito, cioè, in una struttura sanitaria), si è affermato che il medico e l’ente sanitario sono contrattualmente impegnati al raggiungimento del risultato dovuto, quello conseguibile in relazione alle condizioni del paziente, all’abilità tecnica del medico e alla capacità tecnico-organizzativa della struttura sanitaria.

Il normale esito della prestazione dipende, allora, da una pluralità di fattori, quali il tipo di patologia, le condizioni generali del paziente, l’attuale stato della tecnica e delle conoscenze scientifiche, l’organizzazione dei mezzi adeguati per il raggiungimento degli obiettivi in condizioni di normalità ecc.

La diligenza del professionista deve essere valutata in concreto, rapportandola al livello di specializzazione del professionista e alle strutture tecniche a sua disposizione, sicché il medico deve:

— da un lato, valutare con prudenza e scrupolo i limiti della propria adeguatezza professionale, ricorrendo anche all’ausilio di un consulto (se la situazione non è così urgente da sconsigliarlo);

— dall’altro, adottare tutte le misure idonee a colmare le carenze strutturali e organizzative, e laddove ciò non sia possibile, dovrà informare il paziente, consigliandogli eventualmente il ricovero in una struttura più idonea.

È evidente che il risultato normalmente conseguibile dai migliori specialisti del settore operanti nell’ambito di una struttura sanitaria ad alta specializzazione tecnico-professionale non può considerarsi equivalente a quello ottenibile dal medico dotato di un minore grado di abilità tecnico-scientifica il quale presti la propria attività in una struttura con un’inferiore organizzazione o dotazione di mezzi  o in una struttura sanitaria polivalente o «generica» o, ancora, in un mero presidio di «primo intervento».

Ne consegue che anche per il migliore specialista del settore il giudizio di normalità va calibrato avuto riguardo alla struttura in cui presta la propria opera.

Occorre evidenziare, peraltro, che la disciplina introdotta dall’art. 3 del decreto Balduzzi (D.L. 158/2012, conv. in L. 189/2012) ha determinato la parziale abrogazione delle fattispecie colpose commesse dagli esercenti le professioni sanitarie, poiché esclude la responsabilità penale per colpa lieve del medico il quale, nello svolgimento della propria attività, si attenga a linee-guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica. Tuttavia, tale limitazione di responsabilità riguarda, secondo una recente pronuncia della Cassazione, soltanto i casi di colpa per imperizia e non anche per negligenza o imprudenza.

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