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Responsabilità medica in caso di danni cerebrali del neonato

21 dicembre 2015 | Autore:


> L’esperto Pubblicato il 21 dicembre 2015



Danni cerebrali da ipossia nel neonato: nesso causale e onere della prova per accertare la responsabilità del medico.

Un tema particolarmente delicato riguarda l’accertamento della responsabilità per i danni cerebrali da ipossia patiti da un neonato.

Il principio da cui partire è quello costantemente ribadito dalla Cassazione, secondo cui, in tema di responsabilità professionale del medico, qualora l’azione o l’omissione siano concretamente idonee a determinare l’evento, il difetto di accertamento del fatto astrattamente idoneo a escludere il nesso causale tra condotta ed evento non può essere invocato, benché sotto il profilo statistico quel fatto sia più probabile che non, da chi quell’accertamento avrebbe potuto compiere e non l’abbia, invece, effettuato.

Nel caso di danni cerebrali dovuti a una sofferenza fetale nel corso del travaglio e del parto, gli elementi per confermare o meno tale sofferenza anosso-ischemica perinatale si traggono dal monitoraggio cardiotocografico durante il travaglio, dall’emogasanalisi subito dopo il parto, nonché da altri dati che devono risultare dalla cartella clinica.

I tracciati cardiotocografici effettuati nel corso del travaglio consentono di escludere con certezza la tachicardia fetale o accelerazioni cardiache purché siano regolari (e non discontinui) e non riguardino soltanto pochi periodi brevi e distanziati nel tempo. Un adeguato monitoraggio cardiotocografico è una condotta necessaria per ritenere diligentemente effettuata l’assistenza al parto.

Se invece la causa prenatale rimane un’ipotesi soltanto probabile, occorre accertare se sia configurabile una causa diversa.

Riguardo a tale accertamento trova applicazione il criterio secondo il quale la prova del nesso causale deve ritenersi acquisita qualora sussista un’adeguata probabilità, sul piano scientifico, della risposta positiva, non occorrendo un’assoluta certezza della causa.

Inoltre, occorre fare applicazione dei principi giurisprudenziali in tema di causalità e concorso di cause in caso di condotta omissiva dei sanitari chiamati a rispondere in sede civile:

– è configurabile il nesso causale tra il comportamento omissivo del medico e il pregiudizio subito dal paziente qualora, attraverso un criterio necessariamente probabilistico, si ritenga che l’opera del medico, se correttamente e prontamente prestata, avrebbe avuto serie e apprezzabili possibilità di evitare il danno verificatosi; l’onere della prova relativa grava sul danneggiato, indipendentemente dalla difficoltà dell’intervento medico-chirurgico;

– il nesso causale è regolato dagli artt. 40 e 41 c.p., per cui un evento è da considerare causato da un altro se il primo non si sarebbe verificato in assenza del secondo, nonché dal criterio della causalità adeguata, sulla base del quale, all’interno della serie causale, occorre dare rilevanza solo a quegli eventi che non appaiano — a una valutazione ex ante — del tutto inverosimili, ferma restando la diversità del regime probatorio applicabile, in ragione dei diversi valori sottesi ai due processi, nel senso che, nell’accertamento del nesso causale in materia civile, vige la regola della preponderanza dell’evidenza o del «più probabile che non», mentre nel processo penale vige la regola della prova «oltre il ragionevole dubbio» .

In conclusione:

– se risulta una causa prenatale certa, che renda del tutto irrilevante l’accertamento di una sofferenza fetale perinatale, dovrà essere escluso il nesso causale, in applicazione dell’art. 41, co. 2, c.p., senza necessità di procedere a ulteriori accertamenti;

– nel caso in cui non risulti dimostrato che il danno si sarebbe verificato anche in mancanza della sofferenza fetale durante il travaglio e il parto, occorrerà accertare (secondo i criteri più volte richiamati in precedenza) se i sanitari siano incorsi in un’omissione in quei momenti (per non avere tempestivamente diagnosticato una sofferenza fetale effettivamente verificatasi e quindi per non aver compiuto interventi idonei a porvi rimedio o anticipato il parto);

– se, in applicazione dei criteri di riparto dell’onere della prova, il giudice dovesse escludere che vi sia stato un insulto anosso-ischemico intra-partum, non dovrà procedere oltre, essendo escluso l’antecedente causale;

– se, invece, il giudice dovesse ritenere, sempre secondo detti criteri, anche soltanto la ragionevole probabilità della verificazione di una sofferenza fetale, dovrà accertare se l’allegata omissione possa essere stata causa (o concausa), secondo un giudizio di adeguata probabilità sul piano scientifico, della patologia del bambino, e soltanto all’esito positivo di quest’ultimo accertamento potrà dirsi accertato che, se i sanitari fossero intervenuti tempestivamente (ossia, avessero evitato o limitato la sofferenza fetale), è più probabile che il nascituro sarebbe nato sano (o comunque affetto da patologie meno gravi) e meno probabile che sarebbe nato con le patologie da cui invece è affetto (e quindi, potrà dirsi accertato il nesso di causalità).

Infine, risolto il problema del nesso causale, il giudice dovrà compiere l’ulteriore valutazione relativa alla scusabilità della condotta dei medici, ossia se questa fu o meno causata da colpa professionale, in applicazione della regola secondo la quale, in ragione della natura contrattuale del rapporto sottostante (presunzione semplice di responsabilità a carico sia degli enti che dei medici alle loro dipendenze — art. 1218 c.c.), l’onere della prova che l’insuccesso non sia dipeso da mancanza di diligenza (e, soprattutto, di perizia professionale specifica) incombe sul medico.

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