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La responsabilità medica dell’equipe

21 dicembre 2015 | Autore:


> L’esperto Pubblicato il 21 dicembre 2015



Equipe operatoria: come si accerta la responsabilità medica del capo equipe, dei singoli medici e del personale paramedico.

 

Nel caso di equipe chirurgica e, più in generale, quando ci si trovi di fronte a un’ipotesi di attività medico-chirurgica multidisciplinare, sia pure svolta non contestualmente, la responsabilità medica è retta dal principio dell’affidamento, in base al quale ciascun sanitario può contare sul corretto svolgimento delle mansioni da parte degli altri membri dell’equipe.

Tale principio, però, non opera quando colui che si affida ad altri sia in colpa per aver violato norme precauzionali o per aver omesso determinate condotte confidando che altri, succedendo nella posizione di garanzia, eliminassero la violazione o ponessero rimedio all’omissione.

Ne consegue che in tal caso l’evento dannoso derivante anche dall’omissione del successore avrà due antecedenti causali, non potendo la seconda condotta configurarsi come fatto eccezionale e sopravvenuto sufficiente a produrre l’evento.

La ragione di tale responsabilità «comune» risiede nel fatto che ciascun medico, oltre che al rispetto dei canoni di diligenza e di prudenza connessi alle specifiche mansioni svolte, è tenuto a osservare gli obblighi derivanti dalla convergenza di tutte le attività verso il fine comune e unico.

Pertanto, ogni medico ha l’obbligo di conoscere e valutare l’attività precedente o contestuale svolta da un altro collega, sia pure specialista in un’altra disciplina, nonché di controllarne la correttezza, se del caso ponendo rimedio o facendo in modo che si ponga opportunamente rimedio a errori altrui che siano evidenti e non settoriali e, come tali, rilevabili ed emendabili con l’ausilio delle comuni conoscenze scientifiche del professionista medio.

Peraltro, la responsabilità di ciascun componente di una equipe medica per il decesso del paziente sottoposto a intervento chirurgico non può essere affermata sulla base dell’accertamento di un errore diagnostico genericamente attribuito all’equipe nel suo complesso, ma va legata alla valutazione delle concrete mansioni di ciascun componente, nella prospettiva di una verifica, in concreto, dei limiti del suo operato e di quello degli altri.

Particolarmente delicate appaiono le mansioni svolte dal medico anestesista, il quale è tenuto ad adempiere una serie di compiti che rientrano nel suo preciso ambito di competenza, tra i quali la trasfusione di sangue al paziente, con la conseguenza che quando l’anestesista si avvale di un collaboratore in funzione di ausiliario, il quale effettua materialmente la sostituzione di un flacone vuoto con un altro pieno di sangue da trasfondere, sussiste, per l’anestesista, l’obbligo di assicurarsi, prima che l’operazione trasfusionale riprenda, che il tipo di sangue sia esattamente quello che è destinato al paziente .

Tra gli adempimenti che fanno capo al personale medico rientra anche il controllo della rimozione dei ferri, che spetta ai medici dell’equipe operatoria, in quanto hanno la responsabilità del buon esito dell’operazione anche con riferimento a tutti gli adempimenti connessi.

Peraltro, tutti i soggetti intervenuti all’atto operatorio devono partecipare ai controlli volti a fronteggiare il rischio di lasciare nel corpo del paziente oggetti estranei; ne consegue che non è consentita la delega delle proprie incombenze agli altri componenti, poiché ciò violerebbe il carattere plurale del controllo, che ne accresce l’affidabilità.

Inoltre, tale controllo non può essere delegato al personale paramedico, avendo gli infermieri funzioni di assistenza ma non di verifica.

Ad es., la rottura, durante un’operazione chirurgica, del margine della pinza e il suo scivolamento nell’addome del paziente costituiscono condotta colpevole dei medici sotto il profilo dell’omesso conteggio dei ferri dopo la sutura della ferita e della conseguente omessa rimozione del corpo estraneo: regole semplici di diligenza, prudenza e perizia impongono infatti che quel controllo venga effettuato anche dopo la sutura, in modo tale da poter porre rimedio immediatamente all’eventuale errore .

In altri termini, l’intera equipe chirurgica assume, nei confronti del paziente, una vera e propria posizione di garanzia (v.par. 2.2), che non si esaurisce con l’intervento ma riguarda anche la fase post operatoria, poiché il personale sanitario ha l’obbligo di sorvegliare sulla salute del soggetto operato. Ne consegue che dalla violazione di tale obbligo può discendere la responsabilità penale dei medici qualora l’evento dannoso sia causalmente connesso a un comportamento omissivo.

Tale posizione di garanzia assume connotati particolarmente pregnanti con riferimento al capo dell’equipe operatoria, il quale, fatta salva l’autonomia professionale dei singoli operatori, ha il dovere di portare a conoscenza di questi ultimi tutto ciò che è venuto a sapere sulle patologie del paziente e che, se comunicato, potrebbe incidere sull’orientamento degli altri  (ad es., è responsabile di omicidio colposo, insieme con l’anestesista, il chirurgo che non abbia informato l’anestesista stesso delle condizioni cardiologiche del paziente, poi deceduto).

Inoltre, la posizione di garanzia del capo-equipe nei confronti del paziente si estende alla fase dell’assistenza post-operatoria, che egli ha il dovere di controllare e seguire direttamente, anche attraverso interposta persona.

Pertanto, in caso di decesso della vittima nella fase successiva all’intervento chirurgico, il capo equipe sarà responsabile del decesso, assieme agli altri operatori sanitari, poiché avrebbe dovuto assicurarsi che la vittima fosse adeguatamente assistita dopo l’operazione da personale idoneo al quale egli avrebbe dovuto fornire tutte le indicazioni terapeutiche necessarie.

Questo principio è affermato senza tentennamenti dalla giurisprudenza oramai da molti anni. Già vent’anni fa la Cassazione affermava che il chirurgo capo-equipe, una volta concluso l’atto operatorio, qualora si manifestino circostanze che evidenzino possibili complicanze, tali da escludere l’assoluta normalità del decorso post-operatorio, non può disinteressarsene, abbandonando il paziente alle sole cure dei suoi collaboratori, ma ha l’obbligo di non allontanarsi dal luogo di cura per prevenire tali complicanze, attuare quelle cure e quegli interventi che un’attenta diagnosi consigliano e vigilare sull’operato dei collaboratori. Ne consegue che, qualora il paziente muoia per le complicanze insorte nel periodo post-operatorio e per la carenza di cure tempestive e adeguate da parte dei suoi collaboratori, il chirurgo che non abbia tenuto la condotta suindicata risponde, a titolo di colpa, in concorso con i suoi collaboratori, della morte del paziente.

La posizione di garanzia grava su ciascun medico dell’equipe.

Tuttavia, in caso di scioglimento dell’equipe operatoria quando ancora l’intervento deve essere completato, in caso di danno al paziente deve escludersi la colpa del medico che ha abbandonato anticipatamente l’equipe, purché ricorrano due condizioni:

– non si tratti di un intervento operatorio ad alto rischio;

– l’allontanamento sia giustificato da urgenti necessità professionali.

All’interno dell’equipe vige, ovviamente, una linea gerarchica, che si dipana dal capo-chirurgo agli assistenti. Tuttavia, ciò non significa che i membri dell’equipe siano tenuti a obbedire ciecamente alle direttive del «superiore»: al contrario, se l’assistente non condivide le scelte del chirurgo, ravvisandovi un rischio per il paziente, è tenuto a esprimere il proprio dissenso; in mancanza, anch’egli dovrà essere ritenuto responsabile dell’esito negativo del trattamento terapeutico, non avendo compiuto quanto in suo potere per impedire l’evento.

Infatti, dalla disciplina relativa allo stato giuridico del personale delle Asl risulta che l’assistente medico non riveste affatto la posizione di mero esecutore di ordini nelle scelte terapeutiche effettuate dal primario. L’art. 63, D.P.R. 761/1979 da un lato, attribuisce all’assistente medico la responsabilità per le attività professionali a lui direttamente affidate e, dall’altro, nel consentire al primario di avocare il caso alla sua diretta responsabilità, gli fa carico di rispettare l’autonomia professionale operativa del personale a lui assegnato.

Per quanto riguarda, infine, il consenso del paziente a un intervento chirurgico d’equipe, la sua validità — a meno che si tratti di un intervento obbligatorio per legge o che ricorrano gli estremi dello stato di necessità e il paziente non possa, per le sue condizioni, prestare il proprio consenso — è condizionata all’informazione del paziente, sui benefici, le modalità, la scelta tra diverse modalità operative e i rischi specifici prevedibili (anche ridotti, che possano incidere gravemente sulle condizioni fisiche o sul bene della vita) dell’intervento stesso.

La presunzione di un implicito consenso a tutte le operazioni preparatorie e successive connesse all’intervento vero e proprio non esime il personale medico responsabile dal dovere di informare il paziente anche su queste fasi operative (ad es., in relazione ai diversi metodi anestesiologici utilizzabili, alle loro modalità di esecuzione e al loro grado di rischio), in modo che la scelta tecnica dell’operatore avvenga dopo un’adeguata informazione e con il consenso specifico dell’interessato.

Responsabilita-del-Medico

 


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